Due recenti pubblicazioni di Sergio Romano tracciano un profilo inquietante del Presidente americano. La sua ascesa al potere ci obbliga a rivedere i termini dell’alleanza atlantica e a riscoprire l’importanza dell’integrazione politica europea. Anche guardando alla Russia di Putin

 

In queste pagine non abbiamo mai nascosto la nostra ammirazione per Sergio Romano. Abbiamo spesso tratto spunto dalle sue valutazioni su molte questioni di politica internazionale, sapendo della sua esperienza diplomatica e della sua indipendenza di giudizio. Ne abbiamo anche tracciato una sintetica biografia nel dicembre scorso, quando è venuto a Vicenza per presentare a Palazzo Bonin Longare il suo libro su Donald Trump fresco di stampa (Trump e la fine dell’american dream-Longanesi, 2017). In quell’occasione aveva speso parole sprezzanti per il neo Presidente americano, dipingendolo come un palazzinaro ignorante ed uno spregiudicato avventuriero arrivato adesso ad occupare pericolosamente le stanze del maggiore potere politico del pianeta.

Ma non aveva in alcun modo messo in dubbio la legittimità della sua elezione. La sua proposta politica e la sua stessa personalità avevano suscitato simpatie in larga parte del popolo americano, deluso dai modesti risultati di 8 anni di amministrazione democratica e desideroso di cambiamento. Obama continuava a piacere all’America liberale, multietnica e multireligiosa, ma era mal sopportato da quella nazionalista, protezionista e xenofoba. In politica interna la riforma sanitaria gli aveva alienato molti consensi ed in quella estera aveva  tentennato in alcuni delicati quadranti di crisi, toccando il punto più basso in quello siriano con l’annuncio di un intervento militare poi smentito.

In questa debolezza di fondo dei democratici, Trump ha fiutato una possibilità per sé e si è candidato con i repubblicani. Nel discorso di autopresentazione del giugno 2015, promise che sarebbe stato il Presidente del lavoro e avrebbe riportato in patria tutti i posti sottratti dalla Cina, dal Giappone, dal Messico, dai Paesi cioè avvantaggiati da una globalizzazione sbagliata e fuori controllo. Aggiunse di non aver niente da spartire con i colletti bianchi di Wall Street e di aver accumulato la sua fortuna con un duro lavoro quotidiano e non con le speculazioni. In campagna elettorale ha avuto come avversari non solo Hillary Clinton, ma la stampa liberale, dal New York Times al Washington Post, oltre che l’intero star system di Hollywood. Ma il mattino del 9 novembre 2016, tutti appresero che aveva vinto e molti ne furono sorpresi, soprattutto gli europei schierati in larga parte per la riconferma dei democratici e ormai assuefatti ad intrattenere con questi le relazioni internazionali.

Possiamo adesso continuare come se niente fosse accaduto? Ad affidare ad esempio la nostra sicurezza alla Nato, il cui dominus è diventato un personaggio così stravagante, imprevedibile e caratteriale? Il libro si chiude con un poscritto dedicato agli europei e alle nuove opportunità aperte dall’uscita dall’Unione del Regno Unito, che non potrà più continuare a sabotare ogni progetto di integrazione militare.

Sergio Romano riprende questo tema in Atlante delle crisi mondiali (Rizzoli, 2018), frutto di rielaborazioni e approfondimenti di suoi precedenti scritti. Gli inglesi sono sempre stati freddi di fronte alla costruzione europea e vi hanno aderito negli anni ’70 dopo aver cercato di raggruppare attorno a sé Austria, Danimarca, Norvegia, Portogallo, Svezia e Svizzera in una zona di libero scambio (Efta) senza risultati apprezzabili. Hanno solo desiderato di avere oltre la Manica un continente pacificato ed unito di fronte ad una possibile minaccia sovietica e nello stesso tempo cercato di conservare un rapporto privilegiato con gli Usa.

Oggi però l’atlantismo è un progetto da rivedere e forse perfino una ideologia tramontata alla pari di molte altre come il colonialismo, l’imperialismo il fascismo, ed il comunismo. Lo coltivano ancora i Paesi satelliti dell’ex impero sovietico, che vedono nella protezione americana molte più garanzie di quelle che sono in grado di fornire gli Stati dell’Europa centrale ancora sprovvisti di una politica di difesa comune. Gli Usa ne approfittano per spingere la loro influenza sempre più a est, verso l’Ucraina e la Georgia, usando uno strumento come la Nato creato nel clima della guerra fredda e ormai fuori  dalla storia.

Se non possiamo pretendere che Washington cambi la sua linea politica, possiamo però dire che non condividiamo le sue ambizioni imperiali e che la Russia non è un nostro nemico. Putin non è quella figura monolitica, sulla quale si appiattiscono le narrazioni dei media. Esiste certo l’uomo che si è impadronito della Crimea, ha fomentato le ribellioni nel Donbass ucraino, ha soffocato le critiche dei suoi oppositori e accumulato per sé una prodigiosa fortuna. Ma esiste anche l’uomo, che sta cercando di sollevare il suo Paese da  condizioni umilianti, senza nostalgie comuniste e aperto all’integrazione commerciale con l’Occidente.

C’è pertanto più di un motivo per considerare d’attualità la visione politica di Charles De Gaulle, paradossalmente l’uomo che aveva affossato il primo progetto di integrazione militare. Tornato al potere nel 1958, il Generale pensava in grande. Voleva portare la Francia al tavolo delle maggiori potenze, organizzare le sue colonie sul modello del Commonwealth britannico, essere indipendente dall’egemonia politica e militare degli Usa. Non ostacolò il lavoro che Jean Monnet stava facendo da Parigi per costruire un mercato comune, ma la sua idea di Europa era diversa da quella dei Trattati di Roma. Alla Conferenza di Strasburgo del 1959 parlò di un’Europa “dall’Atlantico agli Urali”, facendo capire che considerava i rapporti con Mosca più importanti di quelli con Washington e che per lui ad est c’era sempre la Russia e non l’Urss nata dalla rivoluzione di ottobre.

Per realizzare un tale disegno, l’Europa deve anzitutto i riscoprire i molti fattori di unitarietà di cui è costellata la sua storia. Le sue dinastie nazionali si sono spesso comportate come rami di una stesso albero genealogico, del resto in molti casi consacrati da matrimoni e parentele. I movimenti letterali, artistici e filosofici non hanno mai conosciuto confini e si sono contaminati reciprocamente. Si somigliano ad ogni latitudine cattedrali gotiche e romaniche, troviamo ovunque chiese barocche, neoclassiche, palazzi rinascimentali e ville palladiane. Perfino le guerre sono state intestine e perché non accadano più serve una forma istituzionale superiore a quelle nazionali, che possa comporre pacificamente i dissidi e generare nuovo sviluppo. E possa proteggere 500 milioni di persone dai rischi di un mondo sempre più disordinato e pericoloso.