Il deficit di democrazia è il vero grande problema che l’Unione ha davanti a sé. Per superarlo, servono partiti autenticamente europei in grado di rappresentare interessi sovranazionali. I Gruppi del Parlamento possono provare a diventarlo

 

Nella rassegna stampa del 12 maggio, abbiamo selezionato un interessante articolo nel quale Dani Rodrik analizza il programma economico di Emmanuel Macron e condivide la sua idea di fare un grande passo verso l’unione fiscale con un Tesoro comune ed un unico Ministro delle finanze. Ne deriverebbero trasferimenti fiscali dai Paesi più forti a quelli più deboli, con benefici non solo per una Francia appesantita da un indebitamento molto elevato, ma per tutta l’eurozona, che crescerebbe in sviluppo ed occupazione. L’economista turco docente ad Harvard non va molto avanti nell’analisi e ad un certo punto dismette i ferri del mestiere per rilevare come una scelta di questo tipo al momento sia impraticabile, perché incontrerebbe la contrarietà della Germania. Non tanto del suo leader, fosse anche  Martin Schulz al posto di Angela Merkel in un eventuale avvicendamento alla Cancelleria, ma del suo elettorato. I tedeschi sono cioè indisponibili ad una politica di solidarietà, che comporti un qualche loro sacrificio a beneficio di altri e lo farebbero pesare al loro rappresentante di turno, sia esso cristiano – democratico o liberal – socialista. L’osservazione è un aspetto del deficit di democrazia dell’Unione, che molti sottovalutano ma esiste e si fa sentire nelle decisioni più importanti.

E’ piuttosto singolare che un economista rinunci a parlare di euro, tassi di cambio, commerci ed occupazione, ma punti il dito sulla causa vera della crisi dell’Unione: la mancanza di un elettorato europeo e la persistente influenza di quelli nazionali sui vari leader, che vediamo in azione a Bruxelles. Questo legame è più che legittimo nell’attuale sistema elettorale, ma altamente nocivo per l’integrazione politica che da anni non avanza  ed è a rischio di dissolvimento. Lo si vede chiaramente nei lavori del Consiglio, dove i vari Capi di Stato e di Governo intervengono in rappresentanza degli interessi dei propri Paesi e dove si vota all’unanimità per le materie più importanti, come la politica estera, la sicurezza, l’immigrazione. Di fronte ai maggiori temi del nostro tempo, il Consiglio raramente riesce a prendere decisioni di un qualche rilievo e basta l’opposizione di un qualsiasi Stato membro, anche il più piccolo, per paralizzarlo.

Ancor più gravi sono i limiti di rappresentatività del Parlamento e non perché non disponga di veri poteri legislativi. In questo caso il marchio della nazionalità ricorre due volte, perché chi vi siede è espressione di un partito nazionale e viene eletto in circoscrizioni nazionali. Nonostante abbia considerevolmente accresciuto i propri poteri, Il Parlamento europeo riceve tuttora scarsissima considerazione ed è visto dai partiti come istituzione residuale cui indirizzare propri adepti con qualche credito o addirittura attori, cantanti, sportivi privi di una qualsiasi preparazione politica ma ritenuti un buon investimento pubblicitario.

Per correggere questo sistema perverso, non c’è altra soluzione che costituire partiti europei collegati per qualche via a quelli nazionali e con competenze differenziate: ai primi le materie di dimensione sovranazionale (politica estera, sicurezza, difesa, economia, immigrazione), ai secondi tutte le altre. Tentativi in tal senso non sono mancati. Nell’imminenza delle prime elezioni europee, i maggiori partiti si sono costituiti in federazioni, come la Confederazione dei partiti socialisti nel 1974, la Federazione dei partiti liberali e democratici nel 1976, il Partito popolare europeo nello stesso anno seguiti poi dal Coordinamento europeo dei partiti verdi nel 1986. Sulla base di queste prime aggregazioni, si sono poi formati in Parlamento i Gruppi politici,  il Ppe in rappresentanza dei cristiano democratici, il Pse in rappresentanza dei socialisti, Alde dei liberali, tra i principali, che canalizzano gran parte dei 180 partiti dei Paesi membri.

Dopo quella lontana fiammata, il tema dei partiti europei è stato abbandonato e le federazioni sembrano aver consegnato il testimone ai Gruppi, che sono diventati voci influenti del confronto politico su scala europea. Hanno maturato esperienza, hanno dato prova di relativa stabilità, godono del finanziamento dell’Unione e quindi di una propria indipendenza organizzativa e funzionale. Anche se nessuno oggi si espone a dire in che modo si possa ricominciare, non si può prescindere dai Gruppi che – direttamente o tramite loro emanazioni – hanno tutti i titoli per presentarsi all’elettorato con un programma di respiro continentale ed impegnarsi a realizzarlo. Potrebbero cioè opportunamente uscire dal loro guscio istituzionale e addentrarsi nelle reti sociali in un processo di legittimazione popolare originale e dirompente. E’ un processo inverso a quello dei tradizionali partiti nazionali, che hanno dovuto prima raccogliere consensi dal basso e con questi rivendicare poi un posto nelle istituzioni. Non per questo è fuori registro. E’ del tutto plausibile, se teniamo conto che i Gruppi del Parlamento europeo non sono assimilabili a quelli dei Parlamenti nazionali e che la stessa costruzione comunitaria ha poco da spartire con le esperienze statali. Del resto, un esperimento in tal senso è stato avviato in occasione delle elezioni del 2014, quando Ppe, Pse, Alde, Verdi e Gue/Ngl hanno designato un loro candidato alla Presidenza della Commissione. Juncker è arrivato alla carica attuale per questa via, ma si è poi trovato solo. L’esperimento potrebbe continuare nel 2019 collegando al candidato Presidente liste transnazionali di candidati al Parlamento a parziale copertura dei seggi disponibili, per conferirgli la necessaria autorevolezza politica.

Se le forze politiche presenti a Strasburgo avvertiranno questo impegno e riusciranno ad affrancarsi dagli attuali vizi della rappresentanza, avremo un nuovo grande spazio di democrazia dove potrà finalmente maturare quel senso di appartenenza sovranazionale finora avversato più o meno scopertamente dagli Stati e dai loro partiti.

Oggi siamo entrati in una stagione di cambiamenti. Nel suo fortunato programma presidenziale, Emmanuel Macron ha sostenuto l’idea che le elezioni europee debbano superare la dimensione nazionale e svolgersi in un’unica grande arena continentale. Se vuol dare concretezza alla sua visione europeista e suscitare l’attenzione degli altri leader, dovrà tornare sull’argomento e dire quali protagonisti potranno mettervi piede.