Dopo molti anni di silenzio, il vertice di Goteborg ha riportato la questione sociale al centro delle politiche europee. E’ il tema che può avvicinare i cittadini e favorire una migliore integrazione politica. Lo approfondisce domani un Convegno organizzato a Vicenza da Mfe in collaborazione con l’Ipab e l’Istituto Pio V.

Ha avuto scarsa eco il vertice europeo sul welfare tenutosi a Goteborg alla metà dello scorso novembre, con la partecipazione di autorità politiche e rappresentanze sociali. Abbiamo letto comunicati di circostanza, visto immagini di strette di mano e visi sorridenti come quella che riportiamo accanto al titolo. Il documento, che esibiscono con orgoglio Antonio Tajani Presidente del Parlamento, Jean Claude Juncker Presidente della Commissione e l’estone Juri Ratas  Presidente di turno del Consiglio, è il Pilastro europeo dei diritti sociali, annunciato per la prima volta da Juncker nel discorso sullo stato dell’Unione del 2015. I media ci hanno raccontato che dopo vari passaggi formali, a Goteborg è stato proclamato con solennità ed ampio consenso attorno ai 20 principi che lo compongono, riassumibili nella volontà di tutelare le condizioni di lavoro, garantire salari dignitosi, promuovere livelli minimi di inclusione sociale.

Ma il documento non è solo questo. Ha una lunga storia alle spalle ed è frutto della raggiunta consapevolezza dei limiti del progetto di integrazione, se fondato solo sull’economia. In origine dominava l’idea che l’economia avrebbe trainato un processo di sviluppo generale comprensivo anche degli aspetti sociali, ai quali dunque non era necessario dedicare un’autonoma considerazione. Produzione avrebbe significato occupazione, benessere, capacità di spesa, la nuova ricchezza avrebbe potuto sostenere il welfare ed infine l’integrazione politica. Un processo in tal senso si è effettivamente avviato, prendendo strade diverse secondo le singole storie nazionali. In sintesi, nel nord Europa si è affermato un modello universalistico a totale carico pubblico, mentre nell’area mediterranea ne è prevalso un altro anch’esso alimentato da consistenti risorse pubbliche, ma selettivo e affiancato da reti associative e familiari. La diversità dei percorsi seguiti non ha impedito allo spazio europeo di raggiungere un livello di welfare superiore al 25% del Pil, che lo rende tra i più generosi e invidiati del pianeta.

Tuttavia i limiti delle capacità di traino dell’economia su tutto il resto sono emersi presto. Tra i primi ad accorgersene è stato Jacques Delors, quando in qualità di Presidente della Commissione ha fatto inserire nel Trattato di Maastricht del ’92 un Protocollo sociale  per combattere le disuguaglianze territoriali, adeguare i sistemi scolastici, risanare le periferie degradate, in generale per sostenere politiche per l’occupazione e l’inclusione sociale. Sempre a Delors si deve la prima formalizzazione della cittadinanza europea articolata nella estensione della eleggibilità, la protezione diplomatica, la libera circolazione e la possibilità di presentare petizioni al Parlamento. Il Trattato di Nizza del 2000 ha poi declinato la cittadinanza in una molteplicità di diritti individuali, civili e sociali riconducibili al nucleo dei diritti umani irrinunciabili. Ha preso corpo allora la Carta dei diritti fondamentali, che è stata ribadita con successive votazioni del Parlamento ed incorporata nel dicembre 2007 in un Protocollo del Trattato di Lisbona. La Carta è stata così promossa a fonte primaria del diritto europeo ed ha sancito il principio che l’economia deve essere accompagnata da autonome politiche di protezione sociale.

Al Pilastro si deve oggi riconoscere il merito di aver riportato la questione sociale al centro di una Europa lacerata dalla crisi del lavoro e dai populismi. Tuttavia alcuni dei suoi promotori lo intendono come un documento di impegni cui dovrebbero vincolarsi gli Stati. In particolare rappresentanti sindacali italiani hanno dichiarato che occorre adesso far pressione sui Governi nazionali affinché gli obiettivi sanciti a Goteborg siano trasformati in leggi statali sostenute da risorse europee.

Si dovrebbe cioè continuare per politiche e strumenti nazionali, tenendo in secondo piano l’Europa. Già oggi il 76% del bilancio dell’Ue è gestito in collaborazione con amministrazioni nazionali e regionali attraverso vari fondi, come in Fondo di sviluppo regionale (Fesr), il Fondo sociale europeo (Fes), il Fondo di coesione (Fc), il Fondo di sviluppo rurale (Feasr). L’Europa è finanziariamente presente in molti settori, ma il suo impegno viene poco percepito e continuerà ad esserlo se non viene accompagnato da un chiaro riferimento politico. Per venire all’attualità, comincia ad essere presente anche nell’immigrazione ma pochi sanno che ha istituito quattro fondi nel proprio bilancio e che vengono da uno i questi i 58 milioni assegnati l’estate scorsa al nostro Ministero degli Interni per l’accoglienza dei rifugiati.

Insomma alcune dichiarazioni del dopo vertice svedese ripropongono la tradizionale miopia di larga parte della classe dirigente italiana e non solo italiana, che intende l’Unione come un bancomat e non spende una parola sulla necessità di farne una istituzione al centro di un ampio spazio di  democrazia continentale. E’ una miopia tutta politica, perché chi ha conquistato posizioni di potere in casa propria difficilmente le mette in gioco per obiettivi più ampi, per quanto nobili. Parlare oltre la cerchia dei propri vicini non è certo semplice, ma si può cominciare a farlo se si considera che le esigenze di protezione accomunano larghe fasce di popolazione a tutte le latitudini. Il marchio europeo può essere speso con molta maggiore evidenza, adesso che si devono preparare risposte ad esigenze di nuova generazione in settori come la sicurezza, l’immigrazione, le disuguaglianze, la disoccupazione tecnologica, tutti fuori portata dei singoli Stati. L’Europa politica si fa coinvolgendo i cittadini ed il welfare è la strada migliore per avvicinarli.

(A questo tema dedichiamo domani un Convegno, come da programma qui a fianco)