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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Cultura

L’ignoranza è diventata una virtù

Viviamo tempi bui, in cui la politica raccoglie consensi esibendo con orgoglio l’incompetenza dei suoi affiliati. L’impegno allo studio e alla formazione è spesso denigrato apertamente e, nel migliore dei casi, considerato un’attività eventuale

Quali competenze deve possedere un politico? Accanto alla sua naturale inclinazione a raccogliere consensi, negoziare, comunicare, deve avere competenze tecniche relative alla materia che gli viene affidata e capacità manageriali per gestire persone e programmi. Questo l’identikit dell’uomo politico ideale tracciato da Irene Tinagli, economista, già parlamentare italiana e fresca parlamentare europea con oltre 100 mila preferenze, nel suo recente libro La grande ignoranza – Rizzoli 2019. In chi ci governa sarebbe necessaria la compresenza di tutte queste caratteristiche, acquisibili attraverso adeguati percorsi di formazione, anche se nella pratica succede raramente.

In passato è successo. In tutto il periodo della ricostruzione post bellica ed anche oltre, chi aspirava ad una carica pubblica doveva frequentare apposite scuole e cominciare a fare esperienza nelle  amministrazioni locali a contatto con questioni di urbanistica, finanza, temi sociali e culturali, misurandosi con le istanze dei cittadini. Tutti i bravi militanti seguivano corsi formativi spesso serali, dove si acculturavano e maturavano disciplina e senso d’appartenenza. L’avanzamento verso responsabilità sempre più elevate avveniva con gradualità e premiava l’impegno, la professionalità ed il profilo etico degli aspiranti, che a loro volta confidavano nella forza della struttura partitica.

Questo modello si è progressivamente corrotto fino a sfociare nella crisi del ‘92, con la disgregazione dei vecchi partiti e la irruzione sulla scena di nuovi protagonisti. I lunghi percorsi di reclutamento e selezione sono stati abbandonati e al loro posto si sono affermati sistemi di cooptazione dall’alto, che hanno portato rapidamente ad emergere simpatizzanti o profittatori senza esperienza e qualità particolari, se non la dedizione a coloro che li avevano chiamati. Si è così creata in pochi anni una straordinaria concentrazione di potere ai vertici con un parallelo indebolimento della base degli iscritti. Ne sono prova le oligarchie, o addirittura le monarchie affermatesi in tutti i partiti, come pure la soppressione del voto di preferenza nelle elezioni nazionali e la tentazione di fare altrettanto in quelle regionali ed europee.

Il libro non si sofferma più di tanto sulle virtù di un passato ormai lontano, ma ci fa capire che non possono ricrearsi spontaneamente. Ci segnala anzi una tendenza di segno opposto, che ci sta portando al peggio. I partiti si sono accorti di essersi impoveriti, ma non ne hanno tratto le conseguenze. Hanno reagito aprendosi alla società civile, sperando in tal modo di recuperare le competenze tecniche e professionali venute a mancare al loro interno. Lo hanno fatto proponendo a intellettuali, professori, imprenditori di entrare nelle liste elettorali, di assumere incarichi di vertice nelle storiche Società di partecipazione statale e nelle più recenti Agenzie di carattere tecnico create a supporto delle attività ministeriali. Hanno poi invitato soprattutto economisti ad assumere cariche governative e addirittura a formare l’intero governo, quando la politica sentiva di essere finita in un vicolo cieco. Tutti questi accorgimenti non sono serviti a molto. Hanno tamponato alcune emergenze, ma non hanno lasciato impronte durature. Soprattutto hanno lasciato l’impressione che siano serviti a dare un effimero lustro a partiti chiusi alla meritocrazia e impegnati a difendere le catene di fedeltà personali come metodo di selezione dei quadri.

Oggi siamo scesi ad un gradino ancora più basso. L’ignoranza è stata eletta a nuova virtù, speculare e contraddittoria rispetto a quella generata dall’impegno culturale, per opera di nuovi protagonisti del tutto insensibili al mondo della conoscenza nel quale siamo tutti immersi. Per non restare ancorata alla miserevole cronaca dei populismi di casa nostra, Irene Tinagli concede spazio ad un corposo libro sullo stesso argomento pubblicato negli Usa un paio d’anni prima del suo, che cita espressamente (Tom Nichols – La conoscenza ed i suoi nemici. L’era dell’incompetenza ed i rischi per la democrazia, Luiss University Press 2017). L’autore è professore di sicurezza internazionale e politica estera all’U.S. Naval War College e ci fa sapere che il fenomeno sta dilagando in tutte le democrazie, con l’aggravante che in quella americana l’ignoranza è da tempo esibita in modo spudorato e molti ne vanno orgogliosi. Per arginarla raccomanda a cittadini e giornalisti di essere più riflessivi e documentati, ma non arriva a proposte strutturate. Queste si trovano invece nel libro della nostra europarlamentare, che si espone ad auspicare, con qualche cautela, l’introduzione di un patentino di voto, una sorta di abilitazione ad esercitare il relativo diritto che sarebbe rilasciato a chi possiede almeno conoscenze minime dei problemi del suo Paese; analoga verifica sarebbe posta a carico degli eletti, nel caso siano chiamati a rivestire responsabilità di governo

Irene Tinagli scrive con mano leggera, per smuovere le acque e tentare qualcosa di nuovo. Mantiene una narrazione descrittiva, forse sottotono rispetto alla drammaticità della condizione italiana. Nemmeno insiste più di tanto sulla tesi largamente accolta che la formazione debba cominciare con una buona istruzione e che avere validi studi alle spalle sia un pre requisito per svolgere positivamente il proprio lavoro. Porta l’esempio di uomini che hanno fatto bene la loro parte senza aver competenze specifiche e nemmeno un curriculum scolastico completo. Aldo Aniasi ha conseguito solo una maturità tecnica, che gli ha consentito di trovare lavoro come geometra in un’impresa edile. Eppure è stato un ottimo sindaco di Milano e la mancanza di una laurea in medicina non gli ha impedito di essere tra i fondatori del sistema sanitario nazionale. Giuseppe Di Vittorio era un bracciante agricolo, ma ha fatto la storia del movimento sindacale italiano ed ha avuto ruoli importanti anche all’estero,  in Spagna durante la guerra civile ed in Ungheria durante l’invasione sovietica. Avesse ritardato di un paio di mesi la pubblicazione, il libro avrebbe potuto comprendere il caso della sedicenne Greta Thunberg che proprio nelle scorse settimane ha dichiarato di voler abbandonare la scuola per dedicarsi a tempo pieno all’ambiente, creando divisioni tra professori e pedagogisti. Potremmo aggiungere gli esempi all’incontrario di David Cameron e Theresa May, entrambi laureati ad Oxford e responsabili del naufragio della Brexit.

Questi esempi invitano a non dare troppa importanza ai titoli di studio e a guardare piuttosto alle qualità personali di chi arriva a ricoprire posizioni di elevata responsabilità istituzionale. Qualità purtroppo scadenti in larga parte della nuova classe politica del nostro Paese, che potrebbe essere trascinato verso pericolose avventure.

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