Lo sviluppo economico e la prosperità sociale dipendono da buone istituzioni o possono verificarsi anche in assenza di queste? Un libro di successo molto apprezzato anche dal nostro Movimento esamina diverse esperienze storiche e dà una risposta. Illuminanti l’ascesa ed il declino di Venezia

Cercare un titolo nelle nostre nutrite librerie è spesso un’impresa, anche se le scaffalature sono ordinate per materia e ne portano chiaramente l’indicazione. Diventa poi una scommessa, se sfugge alle tradizionali classificazioni del sapere e copre più discipline. E’ il caso di Perché le nazioni falliscono (il Saggiatore-2012), al confine tra storia, economia, sociologia, scienza politica e sorretto da una narrazione incalzante che potrebbe renderlo leggibile d’un fiato se non fosse per le 470 pagine. La sua matrice interdisciplinare si deve alla collaborazione tra Daron Acemoglu, economista al Mit di Boston e James Robinson, politologo ad Harvard, che per quindici anni hanno raccolto dati ed esaminato esperienze in diversi angoli del pianeta per affrontare un quesito molto dibattuto: lo sviluppo economico può essere favorito da istituzioni democratiche, o può verificarsi anche in assenza di queste?

I due autori rispondono distinguendo fra istituzioni di tipo inclusivo ed estrattivo. Le prime offrono a tutti possibilità di accedere al mercato, garantiscono il rispetto della proprietà privata, erogano una gran quantità di servizi, sono dotate di un sistema giuridico imparziale. Le seconde scoraggiano l’iniziativa privata, sottopongono a controlli soffocanti le società e privilegiano le oligarchie, che se ne approfittano estraendo ricchezze con metodi autoritari. Queste caratteristiche politiche di fondo hanno una forte influenza sulle possibilità di crescita economica e sociale: le prime le favoriscono, le seconde le deprimono.

Contrariamente a quanto si crede, posizione geografica e clima non hanno una grande importanza. Lo si può vedere guardando ai diversi percorsi seguiti dalla Corea dopo il tramonto del regime coloniale giapponese, quando negli anni ’50 è stata divisa in due dal 38° parallelo. Quella del nord, sottoposta ad una dittatura comunista, è rimasta arretrata e ha sofferto addirittura di carestie, mentre quella del sud, affidata ad un governo almeno parzialmente liberale, si è avviata ad una fase di prosperità economica e ha conquistato nel tempo i diritti tipici delle società democratiche.

Semmai meritano di essere ben esaminati i fattori che determinano l’affermazione dell’uno o dell’altro tipo di istituzione. Alcune volte sono fattori contingenti come epidemie, scoperte scientifiche, flussi commerciali che possono mettere in discussione l’esistente e aprire la strada al nuovo. Altre volte è la storia che fa sentire il proprio peso. Su questo punto, il libro è ricco di esempi e già nella prefazione invita a considerare che l’Inghilterra è più  libera e ricca dell’Egitto, perché la rivoluzione del ‘600 ne ha trasformato la politica e quindi l’economia, mentre non altrettanto è avvenuto nei Paesi sottoposti all’impero ottomano.

I due tipi di istituzioni possono caratterizzarsi anche come fasi della parabola di una medesima civiltà. Interessante è il caso di Venezia, cui Vicenza è stata legata per quattro secoli da un patto di dedizione e ne conserva ancora i simboli. La Serenissima deve la sua ascesa ad istituzioni come la commenda, una società di capitale fra due soci, uno sedentario che rimaneva in laguna e metteva in tutto o in gran parte il capitale, l’altro che viaggiava e correva i relativi rischi avendo come risorsa soprattutto il proprio coraggio e la voglia di fare. Questo tipo di contratto, che esiste tuttora nel nostro ordinamento, è stato una potente molla sociale ed è stato accompagnato da istituzioni pubbliche aperte come il Concio, il Maggior Consiglio, il Senato. Queste ed altre ancora hanno visto affermarsi progressivamente il dominio dell’aristocrazia e da inclusive sono diventate estrattive, con una drammatica inversione che ha escluso la cittadinanza. Gli autori non ci danno conto dell’epilogo, che tuttavia è molto significativo e val la pena di ricordare. A fine ‘700, Napoleone nella sua campagna di conquista verso gli imperi centrali invase l’intera pianura padana e si avvicinò ad una Venezia in pieno declino, preoccupandosi di non dare l’ultima spallata con un atto di guerra. Propose quindi una trattativa affinché alle sue truppe fosse consentito di entrare nella città storica senza incontrare resistenza, inviando propri emissari. Venezia era in una situazione di oggettiva inferiorità, ma disponendo di ventimila soldati e di un discreto armamento, aveva una relativa capacità militare che avrebbe impiegato più volte nel corso dei successivi 50 anni. Tuttavia il 12 maggio 1797 (el tremendo zorno del dodexe), il Maggior Consiglio trovò conveniente non resistere e sciolse se stesso, evitando la confisca dei patrimoni di terraferma del patriziato. Diede pertanto una estrema prova di istituzione estrattiva, rinunciando alla sovranità per salvare le proprietà della sua élite.

Venendo all’attualità, il libro dedica parecchie pagine alla Cina, che sembra smentire la tesi per cui i Paesi con istituzioni estrattive non potrebbero conoscere sviluppo e benessere. La Cina è infatti dominata da una ristretta oligarchia di partito e tuttavia da diversi anni sta segnando tassi di crescita che imbarazzano l’Occidente, mettendo in crisi interi suoi settori produttivi. La risposta degli autori è che questo trend non potrà durare a lungo e che presto o tardi anche questo enorme Paese dovrà fare i conti con le sue contraddizioni e rivedere il suo assetto istituzionale.

Il libro non contiene alcun riferimento specifico al problema europeo e non parla né di integrazione politica, né di federalismo. Tuttavia è chiara la sua pertinenza ai nostri temi per il grande affresco storico e per i numerosi esempi riportati a conferma dell’importanza delle buone istituzioni. Un obiettivo che i nostri leader dovrebbero mettere in agenda, per superare le obsolete istituzioni nazionali e dare forza a quelle comunitarie.