L’Unione europea non ha alcuna strategia per i migranti e difficilmente potrà averne una a breve. L’Italia si trova ad affrontare da sola gli sbarchi e paga il prezzo delle proprie ambiguità

Anche nella vita politica ogni cosa ha un suo prezzo. Alcune volte è palese, altre meno, specie quando le trattative sono lunghe e articolate su più tavoli. E’ questo il caso della approvazione a Bruxelles del bilancio italiano per il 2016, sospettato di non rispettare le condizioni del patto di stabilità e crescita. Alla fine dello scorso anno, la Commissione aveva fatto sapere che il taglio delle tasse sugli immobili non rispettava l’indirizzo comunitario di alleggerire con priorità la pressione fiscale sui fattori produttivi e, sul piano strettamente contabile, aveva aggiunto che il bilancio italiano superava ampiamente il rapporto deficit/pil fissato per l’anno all’1,8%. A queste prime osservazioni, fatte peraltro filtrare in via breve, il nostro Presidente del Consiglio aveva risposto che quella era la decisione di Governo e Parlamento e che se la Commissione si fosse permessa di bocciarla l’avrebbe ripresentata tale e quale, sventolando la bandiera dell’orgoglio nazionale. Ne è nato un contenzioso risolto nelle scorse settimane in via compromissoria, ricorrendo ad una interpretazione estesa della flessibilità. Con una lettera di metà maggio, il polacco Valdis Dombrovskis Vice Presidente della Commissione e il francese Pierre Moscovici Commissario agli Affari economici, l’hanno accordata fino a 14 miliardi di euro, segnalando che una flessibilità di questa ampiezza non era stata mai nemmeno chiesta da alcun Paese membro e raccomandando un impegno di rientro a partire  dal prossimo anno. Il nostro Padoan ha ringraziato e confermato l’impegno richiesto, sottolineando peraltro come sicurezza ed immigrazione richiedano costi aggiuntivi meritevoli di una separata considerazione. Tutto bene quindi al momento per l’Italia, che potrà andare avanti un altro anno tenendosi il peso del suo enorme indebitamento (132% del pil, secondo solo a quello della Grecia) e rinviando a tempi migliori le misure impopolari che servirebbero a ridurlo.

Nelle medesime ore a Bruxelles veniva preparata un’altra lettera, con una diversa firma. Il greco Dimitris Avramopoulos Commissario alle politiche migratorie, comunicava al Viminale di condividere le preoccupazioni dell’Austria sul potenziale aumento dei flussi migratori da sud. Mentre non escludeva che al Brennero si potessero adottare misure per bloccare i migranti, anche se in via eccezionale, all’Italia contestava un insufficiente impegno nel contrastare i flussi dal Mediterraneo centrale, ventilando anche possibili misure di infrazione sulla gestione dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione). Il rilievo trovava fondamento nei dati forniti dallo stesso Ministero degli Interni italiano, secondo il quale dei 140.000 profughi approdati sulle nostre coste nel 2014 solo 60.000 avevano chiesto asilo e i rimanenti 80.000 si erano volatilizzati verso l’Europa del nord. Ma la lettera rivelava il suo vero intento nella parte finale, dove accusava l’Italia di non aver ancora allestito gli speciali centri di identificazione e ricollocazione già previsti nei punti di maggior crisi (hotspot di Pozzallo, Porto Empedocle, Trapani, Augusta e Taranto) ed anzi chiedeva di allestirne altri ancora, elaborando contestualmente un nuovo programma di rimpatri assistiti.

Pur non comparabile sul piano tecnico, su quello politico questa seconda lettera rappresenta il prezzo della flessibilità di bilancio concessa con la prima. Ha chiesto un impegno nazionale italiano sui flussi, mentre andava a rotoli l’unico vero programma europeo abbozzato in materia. Accingendosi a scrivere, Dimitris Avramopoulos sapeva che il piano Junker sul ricollocamento di uno stock di 120.000 immigrati era fallito dato che Austria, Ungheria e Slovacchia continuavano a rifiutare l’accoglienza, mentre Germania e Polonia non rispettavano le quote a loro carico. L’Italia doveva tenersi quasi tutti i 40.000 arrivi, dei quali appena 540 erano stati effettivamente accettati, prevalentemente in Finlandia e Francia, mentre la Germania ne aveva accolti solo 20.

Oggi resta in piedi soltanto il cervellotico accordo con Turchia, voluto dalla Germania, che in sostanza ha chiuso la rotta balcanica dirottando i flussi sulle coste italiane. La scorsa settimana solo 180 sbarchi in Grecia, contro i 13.000 migranti soccorsi nel Canale di Sicilia e i 400 inghiottiti dal mare solo giovedì. Resta poi in vigore il regolamento di Dublino con tutta la pressione dei rifugiati sulle spalle del Paese di arrivo, dato che le trattative per riformarlo si sono subito insabbiate. Ne consegue che l’Italia dovrà reggere da sola tutto lo sforzo di contenimento ed accoglienza, se rimarrà aperta a sud e imbottigliata a nord. Il nostro Governo è consapevole di questo rischio appena attenuato dall’esito del recente ballottaggio austriaco e sta tentando di reagire in qualche modo. Ha riunito a Roma una cinquantina di Ministri degli esteri africani, organizzando una coraggiosa Conferenza per aprire nuovi canali diplomatici nel segno della diretta cooperazione; e ha spedito a Federica Mogherini una lettera per sostenere il proprio Migrant compact, raccogliendo le firme di Francia, Olanda e Germania, che sembra siano gli unici Paesi ben disposti anche se l’ultima lo ha quasi freddato nella culla opponendosi all’emissione di euro bond per finanziarlo.

Capiremo dalle prossime settimane quali risultati l’Italia potrà ottenere in questo suo rinnovato attivismo. E’ tuttavia probabile che debba pagare lo scotto della difesa della competenza nazionale della materia fatta da precedenti Governi, come pure del comportamento ondivago di quello attuale, per cui l’Unione va bene solo quando siamo nei guai. Dovrà decidersi, rendendosi conto che la coerenza a volte paga meglio dell’ambiguità.