E’ un OPEC fragile quello uscito dal vertice dello scorso Aprile a Doha, che cerca a Vienna il rimbalzo. L’ultimo summit dell’organizzazione dei paesi produttori di greggio infatti aveva visto fallire il possibile accordo per un tetto alla produzione, fortemente voluto dalla Russia in serie difficoltà economiche, per le reciproche diffidenze tra Arabia Saudita e Iran. Il timore saudita è quello di perdere quote di mercato in favore degli avversari iraniani, i quali si sono dichiarati contrari a qualsiasi congelamento produttivo fino alla ripresa dei livelli di produzione pre-sanzioni. Altra pretesa iraniana mal tollerata da Riyad e da molti membri OPEC è quella di una quota di produzione del 14,5% pari a 1,2 mgb in più di quanto sia oggi nelle capacità iraniane.

E’ una partita geo-politica assai complessa quella che si combatte oggi sul fronte del petrolio, gli attori sul palco cercano ognuno il proprio interesse, mutando rapidamente alleati e strategie. E’ un’era complessa per l’energia quella del XXI secolo o per meglio dire con Rampini, l’età del caos. In questa partita per gli idrocarburi si inseriscono i tentativi sauditi di impedire l’indipendenza energetica americana che apparentemente acquisita con lo shale oil si è dimostrata evanescente al crollo del prezzo del greggio. Il contraccolpo strategico è stato però riassorbito da Washington sul fronte russo, dove le diminuzioni di prezzo hanno causato seri problemi ai bilanci statali, compromettendo il ruolo di global player della Russia. Sullo scacchiere mediorientale invece la guerra sul prezzo è stata usata per attutire lo sdoganamento dell’Iran che ora con la cessazione delle sanzioni può riprendere il suo ruolo nell’OPEC e riaffermare la sua leadership nell’area. A fare le spese di tutte queste faide sono gli stati dipendenti dal petrolio, i cui bilanci floridi con un greggio a 120$ al barile ora vedono sfumare oltre alle loro riserve economiche anche la loro stabilità, come il Venezuela oramai in bancarotta o la Nigeria in forte recessione.

In questo complesso e altalenante gioco al ribasso, è stato quindi accolto con favore l’ultimo vertice Opec a Vienna, dove a dispetto del precedente, chiusosi con un nulla di fatto, si è cominciato ad intravedere seppur di poco una soluzione all’impasse .

Innanzi tutto ha fatto scalpore il nuovo ministro dell’energia Saudita Khalid Al-Falih, uomo di fiducia del principe Mohammed. Falih ha preso il posto dell’ingombrante figura di Ali Al-Naim, chiamato il “maestro” che negli ultimi decenni ha diretto la politica petrolifera saudita e influenzato quella globale. Nonostante la sua anzianità, addotta come pretesto, la sua sostituzione si vocifera sia stata causata dal mancato accordo di Doha e per l’opposizione alle politiche di re Salman. Inoltre la nomina di Falih denota l’influenza politica assunta dal figlio del re, il quale ha da poco presentato l’ambizioso progetto di riforme economiche Vision 30 con cui la monarchia intende entro il 2030 rendersi indipendente dal petrolio. A Vienna Falih ha rassicurato i più frustrati tra i membri come il Venezuela che in questa guerra dei prezzi ha visto erodersi la sua stabilità. Egli ha di seguito enunciato la politica che intende portare avanti, dichiarando prematuro qualsiasi progetto di un tetto alla produzione mostrandosi invece più propenso a seguire l’andamento dei mercati senza causare alcuno shock. Il ministro ha infatti dichiarato di approvare tagli solo nel caso di necessità a breve termine, opponendosi invece qualora questi favoriscano prezzi tali da rendere altre forme di produzione concorrenziali. Tradotto lo shale oil. L’offerta quindi dovrà essere sufficiente da accompagnare la domanda.

Il vertice viennese ha pertanto denotato la volontà della monarchia dei Saud di tornare ad avere un ruolo di primo piano all’interno dell’Opec, nonostante i progetti di riforme del rampollo della casa reale.

In secondo luogo è stata poi decisa la nomina del nuovo segretario, il nigeriano Mohammed Barkindo, il quale data la sua provenienza neutrale si pone in equidistanza tra Iran e Arabia Saudita. Barkindo infatti subentra al libico Abdallah El Badri, figura troppo vicina a Riyad. Inoltre l’organizzazione ha visto l’ingresso del Gabon con cui ha raggiunto la massima espansione dalla sua nascita.

Tirando le somme, quello che sembra uscire dalla capitale austriaca, salvo future smentite è un Opec con una facciata nuova, intenzionato apparentemente a smuovere il barile dal poco gratificante prezzo di 50$. Gli auspici sembrano i migliori per tale proposito, resta da vedere ora come gli attori in scena cercheranno di riuscirci.

Ad ogni modo, qualsiasi sia il finale, si potrebbe trarre un’importante lezione da questi avversari che in vista di benefici comuni siano disposti se non a collaborare almeno a non danneggiarsi. Una lezione, quella della collaborazione che in quest’epoca complessa soprattutto noi europei dovremmo imparare.