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Politica interna

Macron e il furore giallo

Marsiglia, sabato 1 dicembre. I gilet gialli, durante l’ennesima protesta dall’estensione nazionale e dalla violenza inaudita, scuotono l’intera città. Un’anziana ottantenne sta chiudendo le imposte della propria abitazione: non è difficile immaginarla sconvolta e intimorita, probabilmente incapace di comprendere sino in fondo l’ondata di distruzione riversatasi per le strade della sua Marsiglia. D’un tratto, prima che possa mettersi al riparo, una bomboletta contenente del gas lacrimogeno la colpisce in volto. Viene trasportata all’ospedale, ma nulla riesce a salvarla: muore durante l’operazione, dopo aver sofferto uno shock profondo.

Il fatto descritto non basta a esaurire quanto si sta verificando attualmente in Francia, dove i gilet gialli e le loro proteste ormai fuori controllo devastano da due settimane l’intera superficie nazionale. Non si tratta dell’ennesima sequenza di manifestazioni animate dal dissenso, però. Forse, per fornire un’immagine sufficientemente efficace di ciò che sta accadendo è meglio, in primo luogo, affidarsi ad alcuni numeri. Due, finora, sono stati i sabati nei quali il movimento sorto sui social network ha organizzato delle sollevazioni dalla portata nazionale. Lo scorso sabato, secondo RaiNews, ci sono stati 412 arresti e 133 feriti, tra cui 23 agenti. Un automobilista, nella notte, è rimasto ucciso ad Arles in un tamponamento provocato da un blocco stradale dei gilet gialli. A Parigi, dove si sono concentrate le violenze più aspre, secondo il sindaco Anne Hidalgo si sarebbero registrati danni dal valore oscillante tra i 3 e i 4 milioni di euro. Stando ad alcune stime fornite dalla BBC, nella capitale le vendite avrebbero subito un calo compreso tra il 20 e il 40%, mentre alcuni ristoranti sarebbero arrivati a perdere tra il 20 e il 50% dei loro incassi. Tre, complessivamente, sono i morti il cui decesso risulta riconducibile alle proteste e ai guai derivanti dalle stesse. Il quotidiano Libération ha definito le sollevazioni dei gilet gialli come le più violente mai avvenute dal maggio del ‘68. Le Monde, invece, si è riferito agli eventi etichettandoli come il segno di una grande (e grave, verrebbe da aggiungere) crisi politica. Retorico il giudizio di Le Figaro, che in accordo con le proprie posizioni conservatrici ha parlato di un’ingiuria collettiva per la nazione.

Pervenuti a questo punto, prima di approfondire ulteriormente la disamina dei fatti, è imprescindibile spendere alcune parole intorno ai gilet gialli. Una è la domanda cruciale: chi sono?

Secondo una ricostruzione fornita da Il Post, il movimento affonda le proprie radici tra gli spazi del virtuale, territorio che negli ultimi anni ha accresciuto in maniera assolutamente consistente il proprio ruolo all’interno dello scenario politico: proprio sui social network, infatti, alcuni degli attuali vertici del movimento sono riusciti, tra ottobre e novembre, a raccogliere un elevato numero di consensi, radunando attorno a sé uno sbalorditivo quantitativo di insoddisfatti. Il cuore del movimento, ciò che ha scatenato quanti si sono aggregati al medesimo, è costituito da un’impopolare piano appoggiato dal presidente Macron: aumento della tassa sui carburanti, chiusura delle centrali a carbone entro il 2022, sviluppo delle energie rinnovabili, sostegno all’energia elettrica e solare, dimezzamento della quota di energia nucleare entro il 2035. Un piano che, come si può agilmente notare, manifesta una forte attenzione per l’ecologia, ma che per tanti cittadini appartenenti al ceto medio-basso e agli strati meno abbienti della popolazione rappresenta semplicemente un rincaro dei prezzi tanto inaccettabile quanto insostenibile. Proprio da tali segmenti della popolazione provengono coloro che compongono le file dei gilet gialli: si tratta di cittadini legati alle aree rurali, spesso soggetti che protestano per la prima volta e che non appartengono nemmeno alla fascia d’età con la quale, in occasioni similari, gli agenti sono abituati a confrontarsi: tra i gilet gialli, infatti, tanti sono i trentenni o addirittura i quarantenni. Individui frustrati ed esasperati, diffidenti nei confronti dell’esecutivo di Macron e, più generalmente, nei confronti delle istituzioni: rappresentanti delle zone lontane dai contesti cittadini nei quali Macron riesce ancora a preservare la propria popolarità. Individui che si sentono esclusi dal taglio metropolitano e Parigi-centrico del quale accusano le decisioni  dell’attuale presidente. Gli stessi, come ha evidenziato un’acuta analisi del geografo Christophe Guilluy, che negli ultimi anni hanno favorito l’ascesa di Trump, della Lega e del M5S, e di altre forze alternative nonché populiste. Inizialmente considerati in massima parte apartitici, negli ultimi giorni tra i gilet gialli sono stati individuati sia sostenitori dell’estrema destra sia sostenitori della sinistra più accesa: dunque, sia elettori della Le Pen sia elettori legati a Mélenchon. Anche dei propugnatori dell’anarchia. Tra quanti hanno aderito al movimento, poi, si è verificata una spaccatura interna: da un lato, i “gilet gialli liberi”, ossia i moderati disponibili al dialogo capitanati da Jacline Mouraud, una delle prime esponenti del movimento; dall’altro, una frangia di irriducibili dagli atteggiamenti violenti che è giunta a minacciare di morte proprio i vertici della corrente moderata. Sprezzanti le parole con le quali la Mouraud ha apostrofato gli estremisti, definiti dalla stessa “ragazzini anarchici” che vogliono soltanto “fare casino”.

Pressoché apocalittico lo scenario che domenica, al suo rientro anticipato dal G20 in Argentina, ha accolto il presidente Macron. Una Parigi totalmente devastata, ancora straziata dalle numerose carcasse delle automobili date in fiamme durante la virulenta ondata di caos sparsa nel corso del sabato dai gilet gialli. Il presidente si è fermato presso l’Arco di Trionfo brutalizzato dai manifestanti: uno dei simboli più forti dell’intensità che ha animato le proteste. Dopo essersi raccolto dinanzi alla tomba del Milite Ignoto ed essersi diretto verso le macerie di avenue Kleber, Macron ha preso parte a un vertice d’urgenza nel quale ha coinvolto alcuni degli esponenti di spicco del proprio governo: dal ministro dell’Interno Christophe Castaner al primo ministro Edouard Philippe. Secondo quanto ha lasciato intuire il portavoce dell’esecutivo Benjamin Griveau, l’atmosfera sarebbe stata tanto tesa, da indurre a valutare l’eventualità di instaurare lo stato d’emergenza. (Rispetto a tale ipotesi, si è pronunciata con la consueta durezza Marine Le Pen, che da quando sono iniziate le proteste cavalca con decisione i fatti in corso senza nascondere poi tanto l’intento di aizzare gli animi contro Macron.)

Nel pomeriggio, un momento di svolta si è attestato quando alcuni esponenti della corrente moderata interna ai gilet gialli hanno deciso, nonostante le parole di forte condanna rilasciate dal presidente contro gli autori delle violenze di sabato, di tendere una mano a Macron. Martedì è previsto un incontro tra i gilet gialli e il primo ministro Edouard. Tra gli esponenti del movimento apertisi al dialogo, è presente anche la Mouraud, la quale ha denunciato le gravi minacce indirizzate alla stessa e ad altri moderati dalle frange più violente e ha addirittura posto in dubbio, temendo per la propria incolumità, l’incontro di martedì. Secondo la cinquantunenne, per garantire la conferma dell’appuntamento il governo dovrebbe assicurare il prima possibile lo stop all’innalzamento delle accise sul carburante e promettere la sicurezza del viaggio verso le sedi istituzionali. O, in alternativa, dimettersi.

Brillante la riflessione proposta da Pierre Haski sull’Internazionale. Recuperando una frase altamente significativa pronunciata da uno dei manifestanti – ossia “Voi mi parlate della fine del mondo, io della fine del mese” -, il giornalista ha sottolineato che in una repubblica veramente giusta non esistono necessità meno rilevanti di altre, e che i piccoli disagi sono sempre rapportabili alle grandi catastrofi. Se Macron pensa di potersi ergere a fiero rappresentante di ciò che l’Europa potrebbe offrire, è meglio che rivaluti le proprie aspettative: considerato il clima catastrofico diffusosi in tutta la Francia, è evidente che qualche errore è stato commesso. Sicuramente, una fondamentale lezione politica alla quale nessuno può sottrarsi è la seguente, suggerita da tanti pensatori e anche dai recenti fatti di Parigi: la politica, in primo luogo, è dimensione colma di umanità.

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