Maglione girocollo scuro, la cravatta solo come eccezione, carattere brusco e decisionista: così è conosciuto Sergio Marchionne, ormai ex manager del Lingotto, che ha guidato per quattordici anni. Nato a Chieti, classe 1952, Marchionne conseguirà tre lauree, di cui la prima in filosofia, in Canada, dove il padre – un ex maresciallo dei carabinieri – aveva portato a vivere la famiglia. L’èra Marchionne, se così la si può chiamare, inizia nel lontano 2003, quando il manager in pullover si mise in luce nel gruppo Sgs, e Umberto Agnelli lo notò per le sue capacità. Alla morte di quest’ultimo, nel 2004, Marchionne verrà nominato amministratore delegato di un gruppo storico dell’industria italiana, la FIAT. Non si esagera nel definire le condizioni di partenza dell’amministrazione Marchionne disperate: il gruppo, infatti, perde due milioni di euro al giorno e il fallimento sembra alle porte. Nel suo aplomb anglosassone il manager filosofo, come alcuni lo chiamano, avvia una ristrutturazione della gerarchia aziendale. Da verticale essa diventa piatta e orizzontale, la nuova amministrazione passa a rimuovere dirigenti considerati intoccabili, sostituendoli con giovani affamati di successo. Ma il capolavoro con cui l’èra Marchionne prende la svolta è l’accordo tramite il quale Gerneral Motors rinuncia all’opzione put e al contempo versa due miliardi di dollari al gruppo italiano, concedendogli l’ossigeno per concentrarsi sulla riorganizzazione di Fiat Auto.

Da qui in poi Sergio Marchionne darà il via a un periodo di accesi scontri con il mondo che ruota attorno a Fiat, ma anche di obiettivi raggiunti, seppur dovendo affrontare una delle più gravi crisi economiche – la quale metterà a dura prova tutto il settore dell’automobile. Marchionne stesso definirà il 2009 come uno degli anni peggiori per i suoi obiettivi aziendali, e tuttavia questo diverrà anche l’anno in cui l’azienda automobilistica italiana sull’orlo del fallimento porterà a compimento la scalata alla conquista dello storico gruppo americano Chrysler, impresa cominciata cinque anni prima. In tutto questo il Marchionne ha suscitato divisioni e attestati di stima, si è scontrato con la sigla più pura dell’universo sindacale italiano, la Fiom, uscendo al contempo da Confindustria, atto che ha scioccato i salotti buoni dell’industria nostrana, essendo la Fiat uno dei suoi soci fondatori. Marchionne taglia corto, non ama lo stile diplomatico in voga nel nostro paese, non tiene in gran conto la concertazione ma mira diritto all’obiettivo. Con lui Fiat rivive, si trasforma e rinasce in Fiat Chrysler Automibiles: l’èra Marchionne porta all’azzeramento dell’indebitamento netto industriale del gruppo, che ha annunciato incravattato a Balocco lo scorso mese. Ma la parabola ascendente di Marchionne non si limita ai successi industriali: la vita del manager italo-canadese, infatti, da quattordici anni domina la scena con FCA tanto in Italia quanto all’estero. Le sue brillanti performance lo hanno reso la chiave di volta del tentativo di Barack Obama per salvare Chrysler, facendolo poi definire da Trump come “il suo preferito”. In Italia alcuni lo avrebbero addirittura voluto come guida del centrodestra. Matteo Renzi lo ha a lungo corteggiato senza che questi si sia mai fatto traviare dalle sirene della politica. L’èra Marchionne non potrà che lasciare un’impronta indelebile, la traccia di un’epoca fatta di successi e polemiche accese, che ha visto il Manager filosofo o in maglioncino, comunque di successo, spendersi infaticabilmente per il suo lavoro, forgiando l’esempio di come il duro lavoro sia la base di ogni successo. Questo articolo vorrebbe essere un piccolo tributo a un uomo che dopo aver raccolto un’azienda pronta a essere liquidata l’ha portata a divenire il settimo gruppo automobilistico al mondo, con più di duecentomila dipendenti e un fatturato pari a 133,2 miliardi di dollari. Questo semplice articolo vorrebbe tributare gli onori a un manager che ora giace su di un letto d’ospedale, dopo essersi consumato senza sosta nel suo lavoro, a cui vorrei rivolgere un grazie per il suo esempio, quotidiano e silenzioso.

Grazie, Sergio.