Il nostro Ministro degli Interni, che ha sostituito da circa un anno un poco incisivo (si scherza sui suoi incisivi, ndr) Alfano, ha ricevuto in eredità una serie di patate bollenti. Il Paese sta attraversando una fase molto difficile e delicata. Dal terremoto di Amatrice all’emergenza migranti, dagli incendi che devastano il Sud alle grandinate che rovinano i raccolti nel Nord, c’è molto lavoro da fare. Ma chi è Marco Minniti, e quali sono i suoi propositi per il futuro?

Cominciamo con un quadro generale. Minniti viene da una famiglia calabrese molto numerosa; suo padre e molti dei suoi otto fratelli hanno intrapreso la carriera militare, per cui sin da piccolo ha nutrito un grande interesse per le questioni di sicurezza nazionale ed internazionale. Dopo gli studi universitari, che lo vedono laurearsi in Filosofia, nel 1980 entra in politica con il Partito Comunista, al fianco di Massimo D’Alema. Questa sua alleanza gli frutterà svariati incarichi da Sottosegretario nel corso degli ultimi anni ’90, per poi venire finalmente eletto deputato nel 2001.  Da quel momento la carriera è in discesa: verrà confermato nel 2006, nel 2008 e nel 2013 (quest’ultima volta per il Senato), fino al culmine della nomina al Ministero degli Interni sotto il Governo Gentiloni.

Minniti si è sempre occupato di Difesa. I governi Letta e Renzi gli avevano assegnato la Sottosegreteria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con delega ai servizi segreti. Questi ultimi sono il suo vero cavallo di battaglia: Gentiloni lo ha scelto – oltre alle convenienze di carattere meramente politico, cioè di dare un posto di rilievo ai dalemiani – per contrastare la minaccia terroristica in Italia. Non è un caso se il nostro Paese spesso e volentieri gioca un ruolo di primo piano nello sventare attacchi di matrice islamista in tutto il continente. Allo stesso tempo, Minniti ha affermato di lavorare per aprire un dialogo continuo con gli imam, chiedendo loro di predicare in italiano per favorire l’integrazione delle comunità. La sicurezza è infatti uno dei temi chiave su cui il nostro Ministro degli Interni intende lavorare. “Penso che la paura sarà l’elemento cruciale della democrazia nei prossimi dieci anni, in Italia e nel resto del mondo”. Questa frase, pronunciata durante un’intervista al New York Times, ha fatto discutere molti suoi colleghi di partito ma fa ben capire l’atteggiamento risoluto dell’inquilino del Viminale.

La paura è in gran parte generata dagli sbarchi incontrollati, per cui Minniti si sta concentrando su quel fronte. Dopo anni di stallo e mancanza di guida dall’alto in materia di gestione della questione migranti, il suo ufficio ha prodotto il codice di condotta per le ONG, che controllano circa il 40% dei flussi marittimi. Si sta quindi andando verso una maggior regolamentazione per placare quel sentimento di insicurezza che crea il terreno fertile per i populismi e ci fa rinchiudere dentro a muri pur di non dover affrontare le nostre incertezze.

A tal proposito Minniti si è detto piuttosto contrariato per la mossa estiva del Governo Macron, che ha intavolato delle trattative di pace con Al Serraj e Haftar senza coinvolgere l’Italia, da sempre in dialogo con la Libia. Il Ministro dell’Interno ha affermato che i propositi francesi sono lodevoli, ma le date proposte la pacificazione (aprile 2018) sono troppo lontane. Bisogna agire subito ed insieme, non unilateralmente. Minniti conosce molto bene la Libia, dopo i molti anni passati a studiare i centri di potere nell’Africa del Nord, e sa che non sarà facile chiudere una lotta sanguinosa come quella attualmente in corso con delle semplici elezioni.

È quindi evidente che in questo delicato equilibrio di Africa, Italia ed Europa si giochi il futuro non solo del nostro Paese, ma di tutte le istituzioni continentali. Non possiamo arrivare ad uno strappo con i francesi, ma nemmeno continuare ad alzare la voce per chiedere la spartizione dei migranti senza ottenere mai mezza risposta. Minniti, uomo pratico con alle spalle una solida esperienza nel mondo militare, sa bene che a problemi concreti vanno date risposte concrete. Lo sta facendo in maniera educata ma determinata, senza strillare contro l’Europa o contro i suoi avversari politici. Questo comportamento potrà portare credibilità e potere contrattuale all’Italia in ambito europeo; ne abbiamo seriamente bisogno, se non vogliamo farci scavalcare nuovamente dai francesi. Ricordo che dopo l’uscita di scena del Regno Unito le alleanze si mescoleranno e credo che non dovremo semplicemente fare da spettatori di fronte ad un nuovo asse franco-tedesco. Vedremo come si metteranno le cose, ma il pragmatismo di Minniti fa ben sperare.