Il titolo di questo testo rimanda a un insieme di elementi alquanto eterogeneo: da un lato, infatti, coinvolge il colosso dell’industria dei supereroi Marvel; dall’altro, tocca il noto regista italiano Nanni Moretti; infine, quasi volesse rendersi ancor più indecifrabile, s’impossessa pure di Winston Churchill, il famoso statista inglese.

Ora, dinanzi a una combinazione simile il lettore si sarà sicuramente posto una domanda: perché congiungere astri così lontani per argomentare una tesi che probabilmente potrebbe essere descritta senza ricorrere a costellazioni tanto sconosciute quanto impensate? (Sì, impensate: il participio è d’obbligo; fossero state impensabili, nessuno avrebbe potuto pensarle.)

La risposta è la seguente: la rubrica in cui si trova questo testo si chiama “Observo”, e tale nome – come è stato illustrato nella presentazione della stessa – non proviene certo da sciocchi capricci immaginifici. Ogni tesi contenuta all’interno di “Observo” è il frutto di un’osservazione, di una contemplazione, di un atto teso a scrutare con la più limpida attenzione ciò che accade: se i testi legati a questa rubrica fossero mere enunciazioni o asettiche tesi dal sapore saggistico, l’indole della rubrica stessa subirebbe un imperdonabile tradimento, un assurdo svuotamento di sostanza. Ecco perché, quindi, è necessario che ogni testo insito in “Observo” si palesi come percorso che collega tra loro immagini, riferimenti, visioni, fatti: scrutare la realtà significa direzionare con coscienza il proprio sguardo, orientare con consapevolezza i movimenti dei propri occhi, costruire una trama visiva che acquisisca – o almeno tenti di acquisire – una prospettiva organizzata, definita, comprensibile e (forse) condivisibile. Significa scovare dei fili e seguirne il tracciato: in qualche modo, quindi, significa somigliare a Corodiak Smeik, il temibile personaggio partorito dalla brillante mente di Walter Moers che, a causa della propria cecità, si muove all’interno di uno studio nel quale ogni punto è collegato all’altro da una sottile trama di fili che lo stesso Corodiak segue con le sue agili mani.

Ebbene: in questo testo il filo comincia laddove si manifesta ciò che Marvel ha prodotto negli ultimi anni.

La mole di pubblicità con la quale Marvel ha promosso le sue pellicole più recenti ha coinvolto chiunque: sia gli amanti dei supereroi che animano la saga sia coloro che non riescono più a sopportarne le infinite vicissitudini. Nei film in questione possono essere individuate con facilità tutte le peculiarità tipiche delle pellicole appartenenti al genere: la netta distinzione tra “buoni” e “cattivi”, la puntuale vittoria dei “buoni” sui “cattivi”, la consueta dose di effetti speciali, un buon quantitativo di spettacolari combattimenti, qualche colpo di scena ben riuscito, personaggi dai poteri incommensurabili, alleanze e tradimenti, oggetti dai poteri magici e misteriosi, e creature demoniache o tremendamente mostruose. Accanto a questo insieme di tratti, però, dev’essere collocata una caratteristica nuova, cioè una caratteristica che per la prima volta denota nitidamente le saghe dedicate ai supereroi: la retorica dell’anti-retorica. I supereroi degli anni Cinquanta e Sessanta erano personaggi dall’indole ferma e decisa, tesi al compimento di azioni alla base delle quali erano soliti porre ideali animati da slanci etici maestosi. Certo, erano anche supereroi legati a singolari forme di propaganda e i discorsi degli stessi scadevano alle volte in ciò che oggi si definirebbe senza esitazioni retorica; tuttavia, erano supereroi che non temevano il confronto con temi importanti e che spesso si assumevano gravose parole sulle spalle. I supereroi odierni, cioè i supereroi che trionfano nelle saghe precedentemente menzionate, sono assai diversi dai propri predecessori: pur identificandosi con il compimento di azioni volte alla vittoria del “bene” – concetto rispetto al quale si potrebbe discutere per secoli e che qui viene necessariamente semplificato -, il loro modus loquendi predilige nettamente l’anti-retorica, ossia un insieme di tecniche retoriche che attraverso svariati strumenti – il sarcasmo in primis – cercano di alleggerire, di sminuire, di ridimensionare, di circoscrivere, di sdrammatizzare la portata delle gesta che pongono in atto. Questo atteggiamento è ormai così diffuso tra i supereroi targati Marvel, che può essere considerato a sua volta una forma di retorica, cioè una retorica dell’anti-retorica mediante la quale i supereroi tentano di non parlare di ciò che anima eticamente le loro azioni, le loro scelte, le loro battaglie: si tratta di un modello che ha reso la pellicola Marvel un prodotto oscillante tra le scene d’azione, i momenti ironici, le sequenze dedicate a qualche dialogo striminzito, e i punti caratterizzati da colpi di scena a base di effetti speciali.

Eppure, “le parole sono importanti”: forse la società attuale l’ha dimenticato – o è stata indotta a dimenticarlo -, ma basterebbe guardare una pellicola come “Palombella rossa” di Nanni Moretti per ricordarlo: nel film, infatti, il regista interpreta una famosa scena nella quale il suo personaggio, mentre rilascia un’intervista, prorompe in una sfuriata dai risvolti comici il cui apice è costituito proprio dalla frase “Le parole sono importanti!”. Nell’intervista del film, il personaggio di Moretti giunge a tale rabbia a causa delle espressioni con le quali la giornalista che lo sta intervistando cerca di porgli delle domande: “è stupenda questa battuta”, “il femminismo e tutto il resto”, “matrimonio a pezzi”, “rapporto in crisi”, “kitsch”, “alle prime armi”, “cheap”. Parole vuote, lemmi che nascondo il nulla, strutture formulari che fagocitano qualsiasi episodio di vita incatenandolo alla banalità del dire-che-è-già-detto: proprio come la retorica dell’anti-retorica con la quale i supereroi di cui prima eludono a suon di battutine gli interrogativi assai complessi che gli scenari apocalittici nei quali si ritrovano imporrebbero.

Sia chiaro, colpevolizzare i film prodotti da Marvel sarebbe eccessivo: forse, infatti, è meglio liquidarli come mere fonti d’intrattenimento per bambini. (O forse sarebbe bene non sottovalutarli utilizzando un artificio così… sarcastico?) Tuttavia, è innegabile: la società attuale non riesce più a concentrarsi sulle parole. In particolare, sembra che le questioni legate alle parole più difficili siano sempre più bastonate da ciò che un linguista definirebbe “tabuizzazione”: in ogni comparto della società di oggi le persone tendono ad evitare i termini più scomodi e gravosi, più difficili e tortuosi come se fossero dei terribili tabù; preferiscono, invece, l’eufemismo: ciò che riduce la questione, ciò che ne smussa gli angoli, ciò che rende più facile e “comprensibile” l’oggetto del dibattere. (Quale comprensione si raggiunge, però, se tutto viene sottoposto a continue semplificazioni?) L’acme di questo processo è stato toccato ed è tuttora esemplificato dall’uso e dal diffondersi (ecco: forse la diffusione è ciò che preoccupa maggiormente) di espressioni come “Non voglio far della filosofia, ma…” Dinanzi a una formula simile, meglio che sia il lettore a trarre le proprie conclusioni.

In questo contesto, pare significativa una pellicola recentemente prodotta e uscita nelle sale italiane: “L’ora più buia”, diretta da Joe Wright e incentrata sulla figura del primo ministro inglese Winston Churchill. Un testo come questo difficilmente potrebbe permettersi di elaborare giudizi intorno a un personaggio simile e alla (talvolta) controversa eredità derivata del medesimo; tuttavia, quasi volesse fungere da monito, il film pone in forte evidenza l’attenzione che Churchill dedicò all’uso e alla scelta delle parole. La prima scena della pellicola ritrae la nuova assistente di Churchill  mentre riceve precise istruzioni intorno alla modalità con la quale scrivere i discorsi dello statista; le scene più importanti del film ruotano attorno ai cruciali discorsi che Churchill tenne dinanzi alla classe politica del suo tempo; nella scena in cui Churchill si rivolge alla popolazione attraverso la radio l’inquadratura si sofferma sulla penna stilografica con la quale il primo ministro corregge continuamente il discorso che sta per pronunciare; quando l’atmosfera interna al suo Gabinetto si fa tesa, Churchill ricorda ad Halifax di aver scelto lui e Chamberlain come interlocutori perché avversari e non certo ciechi sostenitori; nel momento più critico, Churchill si reca lungo le strade della City e intrattiene delle conversazioni, pone delle domande, dialoga.

Le parole sono importanti. Non debbono essere temute; anzi: è fondamentale utilizzarle il più possibile. E con la massima esattezza.