Nel secolo scorso, il Medio Oriente ha segnato le tappe del declino dei Paesi europei. In questo, sta mettendo alla prova la loro capacità di coesione di fronte ai conflitti globali

Poche regioni del pianeta riflettono il declino dei Paesi europei, come il Medio Oriente. All’inizio del secolo scorso, la Francia controllava ancora l’Indocina e gran parte del territorio africano dall’Algeria, al Marocco fino al Ciad e al Madagascar. L’Inghilterra estendeva il suo dominio direttamente o tramite il Commonwealth su 4 Continenti, dal Canada, all’Egitto, al Sud Africa, fino alle Indie e all’Australia. Le due potenze, con il patto  Sykes-Picot del 1916, si erano accordate per spartirsi ciò che restava dell’Impero Ottomano, tracciando con riga e squadra i confini mediorientali e assoggettando alla propria influenza Siria (francese), Iraq, Israele e Giordania (inglese). La Germania aveva possedimenti minori sulle due coste sud africane e l’Italia nel 1911 aveva acquisito la Libia. Nel loro insieme, i principali Paesi europei dominavano ancora mezzo mondo e avevano il pieno controllo dei loro confini sud-orientali, anche dopo il tramonto nel secolo precedente dell’impero spagnolo e di quello portoghese.

Questo assetto di potere cominciò scricchiolare alla fine della prima guerra mondiale. Col Trattato il Trattato di Sèvres i vincitori tentarono di colonizzare o di sottoporre a vigilanza internazionale le principali aree strategiche della Turchia, incontrando tuttavia l’imprevista reazione di Ataturk, che riorganizzò l’esercito vanificando le pretese di Grecia, Italia, Francia e Inghilterra.

Ma fu la crisi di Suez nel 1956 ad assestare il colpo più grave. Francia Inghilterra, con la complicità di Israele, invasero i territori attorno al canale per acquisirne il controllo commerciale, ma dovettero fare dietro front obbedendo agli Usa che temevano l’intervento in Egitto dell’Unione Sovietica. Fu uno smacco per entrambe ed in particolare per l’Inghilterra, che aveva appena dovuto concedere l’indipendenza all’India ed in questa occasione dovette incassare il diverso avviso di un suo storico dominio come il Canada. Il controllo del territorio rimase nelle mani dell’Egitto di Nasser, che non perse tempo e nazionalizzò la Compagnia del Canale.

Francia ed Inghilterra tuttavia non si diedero per intese e mezzo secolo dopo  caddero nel medesimo errore di sopravalutazione, attaccando autonomamente la Libia di Gheddafi  indebolita dalle primavere arabe. Nell’intento di ingraziarsi i rivoltosi, inviarono i propri caccia senza tuttavia riuscire a deporre il dittatore infilandosi in un pantano dal quale si tolsero solo grazie al successivo intervento della Nato e degli Usa.

L’incendio delle primavere arabe si è poi esteso lungo tutta la costa africana fino a raggiungere la Siria, dove ha rinfocolato la millenaria rivalità fra sciiti e sunniti coinvolgendo l’Iraq, l’Iran, l’Arabia, la Turchia. A seguito della creazione dell’Isis, che si è autoproclamato Stato islamico sconvolgendo i vecchi confini, il conflitto è divenuto inestricabile. Dopo gli interventi di Usa e Russia ed il loro schieramento su campi avversi, è divenuto anche globale. Henry Kissinger lo ha efficacemente descritto ancora un anno fa, scrivendo che “il Medio Oriente sembra destinato a ripercorrere tutte le sue esperienze storiche contemporaneamente – impero, guerra santa, dominazione straniera, guerra settaria di tutti contro tutti – prima di poter arrivare (se mai ci si arriverà) ad un concetto definito di ordine internazionale.” (Ordine Mondiale – Mondatori 2015, pag. 97)

Cercando una via d’uscita, l’Onu il 18 dicembre scorso ha adottato la risoluzione 2254, che sembra aver qualche significato solo per la futura spartizione delle zone d’influenza. Nel merito dei conflitti in atto infatti, la risoluzione registra l’impegno delle parti a combattere il terrorismo jihadista con una formulazione manifestamente ipocrita, dato che ognuna lo sostiene sottobanco, facendo segnare un passo indietro rispetto al G20 di Antalya, nel quale Putin appena un mese prima aveva coraggiosamente posto un problema di chiarezza.

In questa situazione, alcuni analisti guardano all’Europa come ad un attore in grado di recitare un diverso copione, confidando nel suo interesse a stabilizzare gli Stati falliti ai suoi confini e tenendo conto del contributo dato all’accordo sul nucleare iraniano. Ma al momento l’impegno europeo si può riassumere nei bombardamenti aerei, che Francia e Inghilterra stanno conducendo con incerta efficacia in territori martoriati da decenni di distruzioni e massacri; nel fiancheggiamento della Germania, che ha assicurato un non meglio precisato supporto logistico; nella fornitura di armi e materiali ai peshmerga curdi da parte dell’Italia, cui è da aggiungere l’invio di un contingente militare a protezione della diga di Mosul e della ditta italiana addetta ai lavori di consolidamento.

Al netto di queste e poche altre sporadiche presenze, una politica europea per la regione manca del tutto. Per costruirla, i Paesi membri dell’Unione devono mettere a tema i consueti nodi della politica estera comune e dell’apparato militare che ne è il necessario complemento. Devono inoltre affrontare congiuntamente il rapporto con l’Islam, vedendolo non solo come un pericolo esterno ma anche come una realtà presente da tempo nei loro territori e probabilmente soggetta ad incrementarsi alla prossima ondata migratoria. Soprattutto devono cedere ulteriori quote di sovranità, condividendole a Bruxelles tramite il Parlamento e la Commissione per non perderle a vantaggio di terzi e continuare a scivolare sul piano inclinato della loro decadenza.