Angela Merkel potrà anche salire al suo quarto cancellierato, ma dovrà pagare il prezzo dell’indebolimento del suo partito che ha perso clamorosamente le elezioni. Se ne avvantaggerà la Francia, che ha saputo esprimere un leader come Emmanuel Macron, mentre l’Italia potrà avere voce solo se riuscirà a contenere la frammentazione politica in atto

Dovessimo stilare un elenco dei fatti più inattesi del 2017, metteremmo tra i primi posti la fragilità politica della Germania. Da una dozzina d’anni era saldamente guidata dal binomio Merkel- Schauble, che dettava legge in campo europeo parallelamente al declino di altri Paesi come la Francia di Sarkozy e Hollande od il Regno Unito di Cameron e May, vantando una economia forte e molto più vivace. Tutta la prima parte dell’anno era passata senza alcuna incrinatura e i pochi interrogativi legati alle elezioni autunnali non erano stati presi molto sul serio. La vecchia e solida Cdu si sarebbe certo riconfermata e la Cancelliera sarebbe presto salita al suo quarto mandato, dopo qualche inevitabile trattativa con la Spd.

Sappiamo quel che è successo. La Cdu ha subito un pesante rovescio elettorale in coppia con la Spd, che ha toccato il suo minimo storico e si è affrettata a proclamarsi indisponibile ad intese sulla falsariga delle precedenti. La Signora Merkel si è pertanto  rivolta ai liberali e ai verdi, cercando una linea di compromesso in materie delicate come la politica economica, sociale, ambientale, anche nei rapporti con l’Unione. Il tentativo è naufragato ed è stato ufficializzato dal leader liberale, quando ha dichiarato cinicamente che nessun governo era sempre meglio di un cattivo governo.

A quel punto i maggiori osservatori di politica internazionale si sono dedicati ad analizzare le cause di un tale fallimento, rendendo esplicite perplessità che durante il regno della Cancelliera avevano tenuto per sè. Tra tutti, Danilo Taino, storico corrispondente da Berlino per il Corriere della Sera, si è chiesto come sia stato  possibile che la leggenda di Angela Merkel, 63 anni, da 12 alla guida del governo di Berlino, sia andata in frantumi nell’ultima notte di trattative. Per molti anni nessuno aveva messo in dubbio le sue capacità di esercitare una leadership moderata, difendere i valori democratici, temperare le posizioni troppo rigide all’interno del suo partito. Ma le hanno appannate alcuni errori, che alla fine le hanno presentato il conto, primo fra tutti l’apertura ai rifugiati nel 2015. Non il gesto in sé, umanitario e forse inevitabile, ma l’improvvisazione e la mancanza di un piano per accoglierli senza  suscitare le apprensioni dei molti connazionali, che hanno preferito trasferire la propria fiducia ad Alternative für Deutschland portandola al13% dei consensi.

Altri errori le sono stati imputati per la rinuncia al nucleare, il contenimento dei salari, l’impreparazione al terrorismo, l’acquiescenza al quantitative easing di Mario Draghi. Tutto vero. Ma la causa di fondo del declino della Signora non riceve ancora l’attenzione che merita e pochi sono disponibili a vederla nella chiusura nazionale del suo programma. Casa, lavoro, assistenza, giovani sono state le parole chiave della sua campagna elettorale, mentre all’Europa ha dedicato una attenzione residuale e per così dire dovuta.

Le società europee sono da tempo interdipendenti e chiedono politiche sovranazionali. Lasciare problemi come l’immigrazione, la politica estera, la difesa e la sicurezza alla mercè di scelte nazionali significa non risolverli e accendere la conflittualità tra Stati. La Germania ha creduto di poter individuare una linea nazionale conveniente per sé e di imporla poi ai partner, ma ha confidato troppo nella propria forza e ha finito per perdere addirittura la fiducia dei propri cittadini. Per contro ai suoi confini occidentali, Macron ha raccolto molti consensi con i temi ed i simboli europei, dando prova di quanto spazio politico si possa conquistare con la sola retorica dell’integrazione. Nel celebre discorso alla Sorbona, ha ripreso lo spirito della sua felice campagna elettorale e ha ribadito che l’Europa è troppo debole, lenta ed inefficace e che occorre rilanciarla perché solo in questo modo possiamo avere voce nel mondo e assicurarci una sovranità reale.

Le reazioni sono state diverse. Londra è rimasta assorbita dalle trattative per uscire dall’Unione col minor danno possibile. Madrid ha fatto capire di aver bisogno dell’appoggio francese nella questione catalana e non ha alzato oltre lo sguardo. Varsavia e le altre capitali dell’est sono rimaste fedeli all’accordo di Visegrad e alla loro condotta conflittuale. Berlino ha inizialmente intravisto il pericolo di un’Europa francese speculare a quella tedesca coltivata sottotraccia a partire dalla riunificazione, temendo che la retorica macroniana nasconda in realtà un disegno di espansione nazionale. Ma ha continuato a coltivare le relazioni diplomatiche e ha concordato con Parigi una risoluzione che i rispettivi Parlamenti dovrebbero approvare il prossimo 22 gennaio per rilanciare il Trattato dell’Eliseo, che è la base storica dell’asse franco tedesco.

Quanto all’Italia, partiti come il M5S, Forza Italia e Lega continuano ad alternare scetticismi e contraddizioni in materie fondamentali come euro e migranti. Acquistano così maggior valore le parole di Renzi di fine anno, che dopo aver incontrato Macron ha dichiarato di essere con quelli dell’Europa, non con quelli che vogliono uscire dall’euro o propongono la doppia moneta. Ha aggiunto che l’Unione è da cambiare e da rinnovare,  ma non ha più speso parole sprezzanti contro gli euroburocrati ed i Commissari dello zero virgola. E’ tornato insomma allo spirito del 2014 quando all’inizio del semestre di presidenza italiana aveva infiammato il Parlamento europeo, proponendosi come rappresentante della generazione Telemaco capace di dare nuova vita ad una istituzione spenta e lontana dai cittadini, dai giovani in particolare.

Una dichiarazione non è tutto, ma aiuta. Aiuterebbe molto di più un freno alla frammentazione del sistema politico nazionale, che se non vuol suicidarsi dovrà pur esprimere un leader in grado di confrontarsi con i protagonisti della scena internazionale. Aiuterebbe anche l’abbandono delle posizioni populiste, che si sono impadronite di questa avvilente campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento. Anche i più accaniti cultori delle semplificazioni ad effetto dovranno rassegnarsi ad entrare nel merito dei temi veri, adesso che la crisi tedesca sembra approssimarsi alla soluzione e darci Angela Merkel di nuovo Cancelliera, pure indebolita e forse vincolata ad un mandato a termine.