Non è vero che la globalizzazione ha portato benefici per tutti. Alcuni se ne sono avvantaggiati, altri ne sono stati danneggiati. In assenza di politiche di riequilibrio, avremo un mondo sempre più diviso, instabile e pericoloso

 

Perchè i palestinesi lanciano pietre? E’ l’incipit dell’ultimo libro di Ian Bremmer, fondatore e presidente di Eurasia, primario osservatorio geo politico americano (Noi contro di Loro-Università Bocconi Editore, 2018). Facile rispondere: perchè le diplomazie hanno fallito, perchè non hanno altro modo di farsi sentire, perchè ne hanno abbastanza, perchè sono arrabbiati.

Bremmer prende spunto dal caso palestinese per un’indagine sullo stato della globalizzazione e lo fa accostandolo alla sua esperienza personale. Nato e cresciuto a Chelsea nel Massachusset, dalla propria casa poteva intravvedere lo skyline di Boston, che attirava la sua attenzione e dava forma alle sue aspirazioni. Assieme ad un selezionato gruppo di compagni di scuola aveva avuto l’opportunità di andarci e di accedere alle ovattate stanze dei dirigenti di una grande banca. Uno di questi gli aveva detto che era possibile arrivare fin lì, avere successo, guadagnare molto, bastava volerlo, studiare e lavorare con impegno. La sua carriera è cominciata così. Ha ottenuto una borsa di studio per il college, creato una società e accumulato una discreta fortuna, scrivendo libri e tenendo conferenze. Un esempio di sogno americano realizzato.

Ma non poteva funzionare per tutti. Un primo controesempio è venuto dai disordini scoppiati al Wto di Seattle nel 1999 e dalle proteste contro le condizioni di lavoro, il prepotere delle multinazionali, la scelta del nucleare. Poi è venuta la crisi finanziaria del 2008 e sono comparsi gruppi come Occupy Wall Street ed altri ancora che si danno ogni anno appuntamento per manifestare contro il World economic forum di Davos. Insomma una protesta violenta contro la globalizzazione e i suoi protagonisti, che tuttavia non si sono lasciati intimorire e hanno continuato per la loro strada. Le banche sono state salvate, la crescita è ripresa anche se a ritmi più blandi, non c’è alcuna rivoluzione globale in agguato, nè  una terza guerra mondiale alle porte.

Così la rabbia della gente sta crescendo. Lo si vede negli Usa, dove l’avanzamento delle tecnologie sta distruggendo posti di lavoro e la classe media comincia ad impoverirsi. Stanno nascendo nuove professioni magari numerose e interessanti, ma intanto coloro che sono stati licenziati non hanno molte speranze di essere riaddestrati e reinseriti. Si è pertanto creato un vasto malcontento, di cui si è fatto interprete Donald Trump, accusando i globalisti di essere una élite egocentrica e di far soldi a danno dei più deboli. E’ vero che negli ultimi decenni un miliardo di persone è uscito dalla povertà, ma negli Usa la classe operaia è stata massacrata ed in diversi strati sociali si è diffuso un senso di incertezza e vulnerabilità.

Considerazioni analoghe possono essere fatte per l’Europa. In Francia, Marine Le Pen guida la fronda nazional populista solo provvisoriamente sconfitta alle ultime politiche. In Italia, Beppe Grillo è arrivato a godere del consenso di un elettore su tre, accusando giornalisti, imprenditori, politici di essere bande di malfattori e nemici dei cittadini. La rabbia nazional populista è ancora più forte nei Paesi dell’est e non risparmia neppure quelli a forte tradizione democratica come il Regno Unito e la Germania, minando alla base il progetto di integrazione.

Fin qui il libro riprende analisi ampiamente note e condivise. Diventa più interessante nella seconda parte, dove traccia un profilo allarmante dei Paesi emergenti. Brasile, Sudafrica, Messico Cina, India ed altri ancora hanno goduto dei benefici della globalizzazione, attirando imprese in cerca di lavoro a basso costo e di generose condizioni ambientali. Ma l’onda favorevole sta per esaurirsi, come si vede emblematicamente in Cina. La crescita sta rallentando, molte imprese si stanno spostando nelle aree più povere del sud est asiatico e si stanno accentuando le disuguaglianze sociali. Le regioni costiere sono molto più ricche dell’interno ed il gap tra lo standard di vita urbano e quello rurale è percepiblie anche senza consultare le statistiche. Non basta. In prospettiva, la robotizzazione dei processi produttivi creerà grandi masse di disoccupati e lo scarso rispetto per beni primari come l’acqua e l’aria avrà le sue ricadute sulle condizioni sanitarie generali. Lo scarto tra vincitori e vinti della globalizzazione è pertanto riscontrabile anche all’interno di singoli Paesi e sarà particolarmente accentuato in quelli con strutture istituzionali deboli e incapaci di difendere le popolazioni dall’indigenza, dalla criminalità, dalla corruzione.

Nelle pagine finali, Bremmer ammonisce i politici a non fomentare divisioni per raccogliere voti. Li invita anzi a promuovere l’inclusione sociale a cominciare da una offerta di istruzione e formazione lungo tutto l’arco della vita. La velocità dei cambiamenti in atto richiede che i lavoratori siano in grado di acquisire sempre nuove competenze e di adattare le proprie mansioni con flessibilità. Chi è fuori dal mercato del lavoro ed in particolare i giovani saranno costretti ad accettare incarichi a termine e nascerà una vera e propria “economia dei lavoretti” (gig economy). Per questa nuova realtà in avanzamento, il welfare attuale va radicalmente ripensato per offrire misure di protezione calate più sulla persona che sull’impiego provvisoriamente trovato. Bisogna riscrivere il contratto sociale e prendere in seria considerazione idee da tempo prospettate come il reddito minimo garantito od i reddito di cittadinanza, cominciando a sperimentarli in ambiti circoscritti. Se ne mancherà il coraggio, il mondo andrà dividendosi tra Noi e Loro in tutti i punti cardinali. Da una parte i vincitori della globalizzazione, accanto a coloro che avranno avuto risorse sufficienti per contenerne gli effetti sperequativi; dall’altro i perdenti, i senza lavoro, i poveri, perfino i benestanti emarginati dall’affinamento continuo delle competenze. I primi difenderanno i loro privilegi tirando su muri di ogni tipo, di cemento, commerciali, digitali. I secondi lanceranno pietre.