La figura di Spinelli è pietrificata nel Manifesto di Ventotene, scritto in circostanze storiche molto particolari e bersagliato da critiche ricorrenti. Ma il suo pensiero si è espresso in forme più mature in opere successive, a partire dal semi sconosciuto Manifesto dei federalisti europei molto più vicino al nostro tempo

 

Quando i media parlano di Altiero Spinelli, lo accostano immancabilmente al Manifesto di Ventotene (Per un’Europa libera ed unita) fino ad identificarlo con questo. Succede da tempo, ma il coronamento di questa consuetudine lo si è avuto l’estate scorsa, quando Matteo Renzi al termine di un vertice a Napoli ha convinto Angela Merkel e Francois Hollande a rendere omaggio alla sua tomba come gesto di attenzione ai temi europei. Mentre portavano fiori ripresi dalle televisioni di mezzo mondo, i tre hanno contribuito a pietrificare il suo pensiero nella elaborazione compiuta durante il confino, rendendo ancora più difficile superare questa semplificazione. Se fosse limitata al mondo della comunicazione di massa, potremmo considerarla il prezzo da pagare per far conoscere la sua figura al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori. Purtroppo non è così. Spinelli deve sopportare post mortem l’ulteriore confino ad un documento di una ventina di pagine scritto in circostanze del tutto eccezionali, cui i livelli più alti della cultura nazionale si ostinano a far le pulci, ignorando la corposa elaborazione successiva e la sua stessa testimonianza di vita. L’intellighenzia italiana considera Spinelli una figura minore dell’antifascismo e quella euroscettica lo liquida come un isolato visionario, non riuscendo a classificarlo in alcuna delle chiese politiche del tempo. Alcuni storici vedono poi nel suo pensiero una anacronistica simpatia per il dirigismo social – comunista e addirittura un pericolo per la democrazia, quando sostiene il potere di guida delle élite intellettuali sulle masse popolari. Sono affermazioni effettivamente rintracciabili nel Manifesto, se si leggono in senso letterale. Ma assumono un significato diverso, se si legge l’intero documento e soprattutto se si alza lo sguardo sul contesto storico nel quale è stato elaborato col concorso di Ernesto Rossi.

Nel 1941, le croci uncinate di Hitler stavano vincendo la guerra, dopo aver invaso Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Francia e stretto alleanze con Ungheria, Bulgaria per invadere la Russia. L’Italia aveva aderito all’Asse già da un paio di anni ed il regime fascista, più solido che mai, non esitava a perseguitare impunemente ogni oppositore. Non c’era pertanto molto tempo per cercare di arginare il disastro che si annunciava e poteva provarci una élite, di cui Spinelli ambiva far parte. In un clima condizionato dal frastuono dei cannoni e dalle sofferenze personali, prassi democratica e partecipazione popolare sembravano fuori portata e si erano del resto dimostrate impotenti nella rivoluzione spagnola.

Terminata la guerra e sconfitta la Germania con i suoi alleati, gli equilibri geo politici cambiavano rapidamente. I Paesi europei si stringevano agli Usa con l’Alleanza atlantica e la Nato, cominciava la ricostruzione, l’economia decollava aiutata dal piano Marshall, la Ceca dava vita ad una inedita forma di collaborazione tra vinti e vincitori. D’altro canto, tra gli Usa e l’Urss calava la guerra fredda e l’Europa rischiava di rimanere schiacciata nella morsa delle due super potenze dopo il fallimento della Ced. In questo nuovo contesto, Spinelli intensifica la sua attività politica, si smarca definitivamente dal Pci, si accosta al Partito d’Azione con l’idea di permearlo di europeismo, diventa amico di Valiani, Amendola, Napolitano ed un ascoltato consigliere di De Gasperi, Presidente del Consiglio di cinque consecutivi Governi centristi. Soprattutto torna a riflettere sui temi dell’integrazione europea. Nel 1957 pubblica  il Manifesto dei federalisti europei in un numero limitato di copie per opera di una piccola casa editrice semiclandestina (Ganda) e anche per questo poco conosciuto. Si deve ad un altrettanto piccolo editore (Edizioni ultima spiaggia), se qualche mese fa quest’opera è stata ristampata ed è ora disponibile ad un pubblico più vasto anche se ampi stralci potevano essere letti nel sito del Federalista

Nella prefazione, confessa di essersi liberato dell’alone marxista che in passato lo aveva influenzato e di sentirsi adesso vicino a Machiavelli nell’analisi della corruzione del potere politico e ad Hamilton a lui sconosciuto al tempo di Ventotene, che ammira per aver realizzato il primo governo federale della storia combinando capacità di pensiero e pratica politica. Qui lo stile è discorsivo, quasi parlato, per coinvolgere il lettore nel progetto europeo e avvertirlo sulle menzogne sparse a piene mani dai suoi avversari, che chiama sdegnosamente “profittatori della sovranità nazionale”. Sono le classi dirigenti che hanno condotto le popolazioni europee ai massacri di due guerre mondiali in nome di un nazionalismo borioso e aggressivo, impossessandosi delle loro anime, dei loro corpi, perfino del loro sangue per soddisfare il proprio desiderio di potenza. Adesso che è intervenuta la pace, continuano a farlo e nelle nuove Costituzioni chiedono la stessa dedizione di prima e cioè di obbedire alle leggi dello Stato, pagare le tasse, essere pronti nel caso di dare la stessa vita, in cambio di servizi che non sono in grado di dare. Non sono in grado di darli per l’economia, la sicurezza, la politica estera, vale a dire i tre settori che oggi rendono drammaticamente evidente la perdita di sovranità degli Stati ed il loro crescente deficit di rappresentatività e democrazia.

 Chi accusa l’Unione Europea di essere essa in deficit di democrazia può trovare in questo secondo Manifesto molti motivi per riflettere e convincersi che solo l’integrazione politica può superare i limiti del livello nazionale. E’ pervaso da una grande passione civile ed è stato pubblicato nello stesso anno dei Trattati di Roma, che hanno dato vita alla Cee e al più lungo periodo di prosperità e pace della storia europea. Il nostro Movimento è impegnato a celebrare il prossimo 25 marzo il 60°anniversario di questo evento e ha quindi l’occasione per ricordare il suo fondatore e la sua capacità di elaborare il proprio pensiero in rapporto alle circostanze in cui si è trovato a vivere. Spinelli ha saputo sfidare l’incomprensione e l’isolamento, ma è stato anche attento alle mutevoli direzioni della storia e ha guardato alle condizioni che ne derivavano per dare forza alle proprie convinzioni,. Rileggerlo ci aiuta ad orientarci nel nuovo cambiamento alle porte e a trovare il coraggio di affrontarlo, sapendo che promette di non essere per il meglio.