Kim Jong Un è spesso sulle pagine dei nostri giornali grazie a dichiarazioni ed atti di forza alquanto discutibili. La rivista statunitense TIME lo ha addirittura inserito come la quinta persona più influente al mondo nel 2017, dandogli atto del potere mediatico di cui gode. È di pochi mesi fa il test del primo ICBM nordcoreano (InterContinental Balistic Missile), un missile che potrebbe potenzialmente raggiungere l’Alaska e colpire quindi gli Stati Uniti. Nonostante l’America non abbia tardato a tranquillizzare la popolazione, questo passo rafforza ulteriormente il regime sul tavolo delle trattative internazionali, pur esponendolo ad ancora più feroci sanzioni e critiche. La Corea del Nord fa sul serio e non teme le minacce di isolazionismo che le sue prove di forza inevitabilmente causano. Ma quali possono essere le soluzioni a questa situazione? Come possiamo risolvere questo impasse?

La prima via è quella militare. È inutile dire che sarebbe una strada difficilmente percorribile, perché estremamente costosa – sia in termini economici che umani. Peraltro non è affatto scontato che riusciremmo ad eliminare immediatamente tutto l’arsenale missilistico del regime, che potrebbe essere usato contro gli odiati cugini del Sud oppure contro il Giappone. Le primavere arabe ci hanno insegnato che non possiamo mai sapere cosa succederà dopo lo scoppio di un conflitto, per cui sarebbe prudente non iniziarne uno nemmeno se Kim dovesse attaccare un nostro alleato. Ci sarebbe una guerra di dimensioni bibliche.

La seconda opzione è quella delle sanzioni economiche. Qui chiamiamo in causa la Cina, che non si è mai sbilanciata né a favore né contro la dittatura nordcoreana. Gli Stati Uniti si sono spesso lamentati del mancato appoggio della Cina, perché il Dragone rimane uno dei pochissimi partner commerciali della Corea del Nord. Gli americani, da parte loro, non vogliono che il regime cada: “vogliamo far rinsavire Kim, non metterlo in ginocchio”, ha detto l’Ammiraglio Harris davanti al Congresso. Direi che è una posizione condivisibile, considerando cos’è successo in Libia e Siria. Inoltre, non vogliono lasciare che la Cina si occupi della faccenda da sola, ma piuttosto affiancarla per arrivare ad una soluzione condivisa; il Dragone dovrà però dimostrarsi più collaborativo se volesse fare il gioco statunitense. A questo delicato quadro si aggiunge il nuovo leader della Corea del Sud, Moon Jae-in, che vorrebbe ammorbidire i toni con il Nord ed invitarli a collaborazioni economiche, piuttosto che tenere la rigida linea americana. Ci sono quindi una serie di posizioni ancora aperte che faticano a spianare la strada delle trattative. Perché le sanzioni funzionino, c’è bisogno di un consenso quasi unanime sulla materia, in modo da far capire a Kim che deve smettere di giocare col fuoco. La carestia può durare qualche mese, ma non per sempre.

L’ultima possibilità è quella della diplomazia diretta, tanto cara a noi italiani. Ci dovrebbe quindi essere uno scambio di idee che porti ad un accordo, come è successo con l’Agreed Framework del 1994 – che ha rallentato lo sviluppo del nucleare sulla penisola di più di 10 anni. Joel Wit, una delle menti dietro all’accordo del ’94, pensa che gli Stati Uniti dovrebbe terminare le esercitazioni congiunte con il Sud Corea in cambio di una moratoria (verificabile) sulle armi nucleari nel Nord. Altri diplomatici suggeriscono di dare a Kim il riconoscimento internazionale che ora cerca con le armi. Sarebbe un boccone amaro per le democrazie occidentali, ma potrebbe bastare per frenare lo sviluppo dei programmi nucleari. Questa posizione è sostenuta anche da chi crede che l’arsenale atomico e missilistico sia solamente un modo per far dormire a Kim sogni tranquilli; se riuscissimo a convincerlo che il regime non rischia di essere rovesciato, potrebbe anche mollare l’osso. Garantire la sopravvivenza della dittatura potrebbe essere una carota sufficientemente gustosa per convincere la Corea ad abbandonare la strada del nucleare.

Visto che il conflitto armato è assolutamente sconsigliabile e non c’è sufficiente consenso sulle sanzioni economiche, l’unica opzione che rimane è quella della diplomazia. Abbiamo anche un riscontro positivo dal passato, visto il successo del dialogo di vent’anni fa. D’altra parte, però, Trump non è Bill Clinton e Kim Jong Un non è Kim Jong II. Probabilmente la cocciutaggine dei due capi di stato prevalentemente coinvolti nella questione non aiuterà il dialogo, ma non ci resta altro da fare se non sperare che si rinsaviscano entrambi, magari con l’aiuto di qualche segretario/diplomatico illuminato. Possiamo essere certi che nulla cambierà finché la Cina non prenda una posizione chiara, le potenze occidentali (USA in primis) non ammorbidiscano il loro atteggiamento e la Corea del Nord non smetta di voler cercare di essere riconosciuta come potenza nucleare.