Nel 1991 fu pubblicata la prima edizione del manga intitolato Ghost In The Sell, creazione partorita dalla mente del giapponese Masamune Shirow: quest’anno la popolare saga è stata adattata al grande schermo, e trasformata in una pellicola diretta da Rupert Sanders il cui cast vanta persino, nei panni della protagonista, la celebre Scarlett Johansson. Considerando le linee che complessivamente denotano l’universo fantascientifico insito nel film, è possibile giungere a una considerazione che, rispetto al presente e al futuro, illumina una direzione dall’indubbio fascino: prima di definire la considerazione menzionata, però, è imprescindibile analizzare quanto caratterizza l’impianto posto alla base della saga.

Ghost In The Shell descrive un futuro non troppo lontano nel quale agli esseri umani è concessa la possibilità di sostituire o potenziare i propri organi corporei con componenti robotiche dalla sorprendente efficienza: nell’avvenire dipinto all’interno della visione di Shirow, infatti, sussiste un ampio divario tra ciò che rappresenta lo shell dell’individuo – ossia il “guscio”, l’“involucro” che avvolge il singolo –, e ciò che ne costituisce il ghost – ossia il “fantasma”. La prima componente è considerata alla stregua di un elemento meramente fisico che può essere surrogato o perfezionato con facilità; la seconda componente, invece, non è concepita come una vaga forma di spirito che anima il soggetto, bensì come un groviglio di dati e informazioni che contribuiscono sostanzialmente a identificare l’individuo – e che possono addirittura essere sottoposti ad hacking.

Ebbene: considerando un futuro simile e rapportandolo al presente, emerge con chiarezza un punto che non può essere negletto, ossia il seguente: la definizione del singolo è sempre più legata – proprio come all’interno di Ghost In The Shell – a dei dati.

Percorrendo la direzione tratteggiata, non si può evitare l’incontro con il prodotto sfornato dalla mente dell’ormai miliardario Mark Zuckerberg, ovvero il colosso dei social networks: Facebook. (Già il nome, peraltro, s’impone con eloquenza: un libro contenente volti, ossia dati iconografici che schedano e identificano milioni di individui dinanzi a milioni di altri individui.) Facebook, che costituisce una realtà globale dotata di peculiarità proprie e alternative rispetto alla realtà fisica nella quale ogni soggetto vive, è una ciclopica piattaforma che ormai include miliardi di persone: è per molti una semplice parte dell’esistenza quotidiana, somiglia ad un prolungamento dell’esperienza umana che consente di ampliare l’espressione di sé e l’interazione con gli altri, ed è il luogo dagli sterminati margini nel quale ogni giorno fluisce una mastodontica massa di informazioni – dati, dati e ancora dati. Un enorme universo virtuale che comunica con la realtà fisica, ma che si discosta dalla stessa offrendo possibilità più vaste: l’impatto pressoché rivoluzionario che l’avvento di Facebook ha determinato indica palesemente quale attrazione emanino le potenzialità del medesimo, area nella quale si sono in parte trasposte le vite di molti. In misura più o meno incisiva, ogni ambito della società umana – dall’informazione alle forme linguistiche – è stato toccato, trasformato e talvolta rigenerato dal popolare social network: ora non è più possibile concepire il proprio inter-essere senza introdurre nei propri calcoli anche Facebook, e dunque Facebook ha acquisito pure una valenza politica: non solo perché gli stessi esponenti del panorama politico debbono ricorrere a Facebook, ma anche (e soprattutto) perché la piattaforma di Zuckerberg è ormai uno spazio che consente alla realtà sociale, ossia la realtà della pluralità umana, di esplicitarsi. Se Facebook può essere considerato un luogo politico, allora è possibile sostenere che Facebook non sia soltanto un luogo politico, ma anche un luogo politico dal carattere nuovo: nuovo perché globale, nuovo perché diverse da quelle della politica tradizionale sono le forme di interazione e aggregazione che ne attraversano l’ossatura, nuovo perché altra da quella più comune è la concezione dell’individuo cui Facebook rimanda – come specificato, si tratta di un individuo meno fisico, e più simile a una rete di dati che scheda il medesimo introducendolo in un vasto flusso di interrelazioni.

Al 3 gennaio 2017 risale il post con cui Mark Zuckerberg ha annunciato di voler visitare tutti gli Stati degli U.S.A. entro il termine dell’anno, ascoltando il maggior numero possibile di persone e sperimentando realtà diverse: un annuncio simile, se rapportato ad altre dichiarazioni di Zuckerberg, lascerebbe intendere – stando a ciò che scrivono gli esperti – un eventuale impegno politico da parte del fondatore di Facebook.

Sorge così una domanda: a quale scenario condurrebbe la candidatura di un qualsiasi soggetto dotato del medesimo potere di cui dispone Zuckerberg, ossia il controllo – più o meno diretto – di una piattaforma come Facebook?

Sia chiaro: tra queste righe non s’intende formulare alcun atto d’accusa – il fondatore di Facebook, infatti, non si è candidato a nulla e la posizione del medesimo è ancora in fieri –; piuttosto, qui s’intende tratteggiare uno scenario totalmente ipotetico e meramente concettuale – non legato, quindi, a persone individuate in maniera specifica – che stimoli qualche riflessione personale.

Come evidenziato, Facebook costituisce un universo distinto dalla realtà fisica, e all’interno di Facebook sono state inglobate tutte le componenti dal carattere più politico della stessa realtà fisica con la quale la piattaforma conserva ancora un notevole rapporto: Facebook, infatti, funge da mezzo d’informazione, da mezzo di discussione, da mezzo d’interazione, da mezzo d’intrattenimento, da mezzo di archiviazione che racchiude dati personali e identitari. Non solo: Facebook, che non è stato imposto a nessuno, ha offerto delle possibilità che sono state accolte dalla maggior parte della comunità umana volontariamente, fino a renderle parte dell’esistenza che la medesima conduce e – come specificato – elemento pressoché imprescindibile del vivere sociale. Facebook, dunque, è un luogo accettato: è rassicurante e ben conosciuto, sempre meno avvolto da domande e riflessioni. Ebbene: che accadrebbe, se il soggetto posto a capo di Facebook decidesse di sfruttare le proprietà politiche del social network per conquistare la realtà umana complessivamente intesa? Che cosa impedirebbe a un soggetto capace d’infiltrarsi in maniera tanto capillare nelle vite di chiunque di procurarsi il potere politico relativo alla realtà fisica tramite Facebook? Che cosa impedirebbe al medesimo soggetto di rendere Facebook uno strumento di controllo che si estende dalla dimensione virtuale alla dimensione fisica? Perché il soggetto in questione non dovrebbe sfruttare Facebook per trasformare arbitrariamente persino la configurazione della vita e della morte, rendendo il profilo di ognuno ciò da cui dipende l’esistenza di ognuno?

Alcuni potrebbero rispondere così: “Chi ci assicura che queste non siano soltanto ipotesi volte a creare inutili inquietudini? Facebook potrebbe sì essere utilizzato in maniera oppressiva; tuttavia, Facebook potrebbe essere utilizzato anche in maniera diversa: per veicolare pace e unità, e per condurre l’umanità a nuove mete.”

Vero, ma rimane un problema. Facebook, nonostante il peso ormai assunto da quest’ultimo all’interno della società contemporanea, si presenta come un luogo il cui controllo è detenuto da un numero ristretto di individui, i quali coordinano la piattaforma in maniera indipendente e operando all’interno di una struttura gerarchica i cui membri sono stati selezionati attraverso procedure private. Se in futuro Facebook estendesse ulteriormente il proprio valore politico e la propria influenza sulla vita di chiunque, non sarebbe forse necessario cominciare a gestirne diversamente il controllo? O forse, come in 1984 (la famosa opera di Orwell), precipiteremo in una sottile e persistente forma di dominio autoritario?

Ipotesi. Le domande poste finora – non dev’essere dimenticato! – rimandano soltanto a delle ipotesi: congetture alle quali si affiancano anche scenari ben diversi e molto più luminosi.

Certo, i dubbi permangono, ma ciò dev’essere forse considerato in maniera negativa?

Il filosofare è un “tutto domandare che tutto domanda”, e – come suggerì Hannah Arendt riprendendo l’insegnamento socratico – l’individuo consapevole è l’individuo capace di rendere la propria mente il teatro nel quale si snoda il due-in-uno, ossia il dia-logo che evita lo stordimento del pensiero, il quale coincide con l’attività che libera ogni individuo.

Sospettare è spesso scorretto, ma dubitare  – se il dubbio è logico – è pienamente legittimo: quasi un obbligo al quale conformare la propria vita.