L’ex Ministro dell’Economia è venuto a Vicenza per parlare dei maggiori problemi dell’Italia e dell’Europa, tracciando un quadro a tinte fosche e pieno di insidie

Fare i conti con l’Europa o per l’Europa? Questo lo stimolante quesito posto dall’Associazione Forgiareidee di Vicenza e dall’ Associazione Traguardi di Verona a Carlo Padoan, già Ministro dell’Economia dei Governi Renzi e Gentiloni, ora parlamentare Pd e direttore esecutivo per l’Italia del Fondo monetario internazionale. L’incontro si è svolto il 12 novembre scorso presso la sala Congressi della Confartigianato e si è articolato in una serie di domande da parte dei rappresentanti dei due Enti organizzatori (per Forgiareidee Giacomo Possamai), cui sono seguite domande libere da parte del folto pubblico. Le risposte di Padoan sono state puntuali e hanno toccato i principali temi di discussione politica.

I vincoli dell’Italia. Vi sono anzitutto vincoli istituzionali derivanti dall’appartenenza all’Unione europea, che riguardano l’equilibrio complessivo dell’eurozona. Ma sono ancora più importanti quelli posti dal mercato, che vede con sospetto un Paese che aumenta il debito e non cresce. Vi è poi un terzo vincolo tutto interno, che riguarda il risanamento dei conti pubblici come compito di lungo periodo. Negli ultimi anni l’Italia ha avviato un processo in tale direzione arrivando ad un saldo positivo delle partite correnti superiore a quello dei partner, ma adesso tutto lo sforzo profuso sta per essere vanificato. La manovra per il 2019 è irresponsabile e alimentata dall’illusione che si possa crescere aumentando il debito per spese assistenziali, trascurando gli investimenti.

Il 2,4%. Apparentemente la soglia di indebitamento scelta dall’attuale Governo è del tutto compatibile con la soglia europea del 3%, dato che vi rientra abbondantemente. Ma non è così, perché bisogna guardare alla qualità della spesa e agli effetti che può produrre. Il 3% è stato fissato a Maastricht come media europea per produrre sviluppo e nel tempo rientrare nel debito. Se si guarda alla qualità della spesa per il 2019, si vede che questo effetto non potrà ottenersi ed è per questo che la Commissione ha respinto la proposta di bilancio italiana.

L’Euro. Una politica monetaria unica richiede in linea di principio una politica fiscale unica ed il Parlamento europeo dovrebbe approvare un bilancio per l’intera eurozona. Questo è un obiettivo di lunga durata al momento nemmeno pensabile. Una tappa intermedia sarebbe la creazione di un Tesoro europeo con il relativo Ministro delle Finanze, che tuttavia dipende dall’accordo fra Paesi membri. Se ne parla da tempo, ma la possibilità di arrivare ad un accordo di questo tipo è rimasta sempre molto bassa.

La webtax. E’ nell’agenda di molti Governi, ma non si sa da dove cominciare. Il problema è che non si sa cosa tassare. I giganti del web nascondono i loro profitti ed è di conseguenza impossibile determinare la base imponibile. E’ un compito difficile per l’Unione, ma impossibile per i singoli Paesi. L’argomento è stato anche all’o.d.g. del G20, ma adesso è stato abbandonato a causa della politica che sta facendo Trump per attirare investimenti negli Usa.

L’Europa. L’integrazione politica non va avanti anzitutto perchè l’unione bancaria è ferma al palo. C’è una evidente relazione fra banche ed il debito dei singoli Paesi e nessuno vuole accollarsi disgrazie altrui. Se non si supera questo problema, non si potrà procedere verso l’unione fiscale. C’è poi una questione politica: nessuno si fida più dell’altro e nessuno è disponibile a cessioni di sovranità. Ne è una prova lampante la lettera che 10 Paesi del nord guidati dall’Olanda hanno sottoscritto di recente prendendo di mira l’Italia, per dire che ne hanno abbastanza. Una specie di Lega Anseatica del terzo millennio, che divide ancor più l’Europa. Come sempre, le vere questioni sono d’ordine politico, non tecnico. Queste ultime sono sempre superabili con qualche accorgimento, mentre le prime dipendono dal grado di fiducia reciproca, che al momento è bassissimo. L’intero progetto europeo è a rischio e l’Italia ne porta pesanti responsabilità.

Tra le domande del pubblico, due particolarmente interessanti. Una ha riguardato la crisi delle banche italiane. Padoan ha ammonito di non fare di un’erba un fascio. La crisi di Montepaschi vedeva coinvolto come azionista il Tesoro, che ha dovuto erogare un cospicuo finanziamento rimborsabile nel tempo. Diversa la crisi delle venete. In questo caso, pur trovandosi in territorio vicentino, ha dato una risposta generica già fornita in varie interviste: il dissesto è stato causato da una gestione scorretta e per niente limpida, il tutto aggravato da una crisi economica senza precedenti. Il Governo è intervenuto in un momento successivo e non può passare la tesi che possa averne causato il crollo.

La seconda domanda chiedeva perché mai gli economisti siano così divisi su tutto, pur coltivando la medesima disciplina, con evidente riferimento ai dissidi fra Padoan e Tria che si conoscono da tempo e sono legati da amicizia. La risposta è stata che quando un economista va al Governo deve far politica e l’economia passa in secondo piano. Insomma la responsabilità verso gli elettori innanzitutto, quando chiedono conto delle promesse. Ed insieme a questa, le logiche di potere.