Gli appuntamenti elettorali di quest’anno hanno segnato una battuta d’arresto dei populismi e dimostrato che le democrazie dispongono ancora di robusti anticorpi. Ma non sarà per molto. Per reggere l’urto del malcontento popolare, gli Stati nazionali devono federarsi e dare per questa via le risposte alle sfide della globalizzazione

 

Il populismo è un fenomeno sfaccettato, che difficilmente può essere ricondotto ad una definizione univoca. Può riferirsi alla politica, alla comunicazione, al profilo di singoli leader e presentare differenziazioni notevoli a seconda del contesto culturale. Per questo, molti preferiscono parlarne al plurale. Scontando una certa approssimazione, potremmo dire in sintesi che è una espressione di malcontento, che sfugge alle capacità di intercettazione delle nostre democrazie e sfocia in forme nuove al confine fra qualunquismo e antipolitica, con venature poco liberali e talvolta autoritarie. In questo senso lo abbiamo inteso in queste pagine e lo intendiamo adesso per rilevare come il 2016 sia stato il suo anno di grazia. Serpeggiava già da tempo in tutta Europa e aveva portato al potere personaggi come i fratelli Kaczynski in Polonia e Orbàn in Ungheria, che non erano stati presi molto sul serio in quanto leader di Paesi marginali o ad uno stadio ancora arretrato di maturità democratica.

Questa spiegazione è venuta meno con i risultati del referendum di fine giugno sulla Brexit. Il Regno Unito è la democrazia più matura dell’Occidente, ha tagliato la testa al Re un secolo e mezzo prima dei francesi ed è stato il modello per la industrializzazione del Vecchio Continente. Eppure, al referendum ha confermato la sua storica avversione al processo di integrazione, già testimoniata non firmando trattati fondamentali come quelli di Schengen e dell’Eurozona e non riconoscendo la Carta dei diritti fondamentali di Lisbona. Hanno votato per il leave le aree rurali dell’Inghilterra e del Galles assieme a città tradizionali roccaforti del Labour come Sheffield, Birmingham, Sunderland, mentre per il remain si sono espresse la capitale e le città universitarie cui si sono aggiunte La Scozia e l’Irlanda del Nord rinfocolando per l’occasione mai sopite pulsioni indipendentiste. Il leave è prevalso di poco, ma è stato chiaro nelle sue motivazioni, che Nigel Farage, leader dell’Ukip, ha riassunto nella volontà di battere l’establishment, le multinazionali, le banche d’affari, la menzogna e la corruzione.

Le stesse motivazioni hanno consentito a Donald Trump di affermarsi nella sua corsa presidenziale. Anche in questo caso sono state decisive le aree rurali e i capannoni vuoti delle città in declino industriale, dove la furia populista contro l’establishment e la globalizzazione è stata interpretata dalla voce di un magnate volgare e libertino. America ed Europa hanno quindi condiviso le stesso trend, con elettori colti e urbani soccombenti ad elettori meno colti e rurali .

Dopo l’esplosione dello scorso anno, alcuni segnali portano ora a ritenere che il populismo stia perdendo forza, pur mantenendo la contrapposizione fra città e campagna. Nel Regno Unito, un sondaggio YouGov condotto  nel marzo di quest’anno ha colto i nuovi umori degli inglesi propensi adesso in maggioranza a votare diversamente se avessero una seconda chance. Quanto a Trump, un parallelo sondaggio Gallup ha rilevato che sta crescendo la percentuale degli americani insoddisfatti della sua politica, senza tener conto che la abolizione o anche solo la riduzione dell’assistenza sanitaria (Obamacare) lo priverebbe del consenso dei 30 milioni di persone che attualmente ne godono. Nelle ultime elezioni in Austria e Olanda, i candidati antisistema sono stati sconfitti. In Turchia, Erdogan ha vinto di stretta misura il referendum costituzionale con il fondamentale sostegno delle aree rurali dell’Anatolia, ma è stato sconfitto politicamente a Istanbul, Ankara, Smirne, che gli hanno votato contro in un clima di intimidazione e forse di brogli. In Francia, Marine Le Pen ha ottenuto un  successo personale aumentando considerevolmente i voti del Front National, ma non ha conquistato le città e ha sprezzantemente rifiutato l’europeismo che si è dimostrato la carta vincente di un neofita come Macron.

In base ai sondaggi e ai dati elettorali del 2017, si può sostenere che il populismo ha subito una battuta d’arresto. Ma non si può concludere che stia per essere sconfitto. I sentimenti xenofobi e antiglobalisti che lo animano sono infatti espressione di un malcontento verso le tradizionali strutture della democrazia rappresentativa. Gli Stati nazionali sono ancora credibili per tematiche come la cultura, l’istruzione, la sanità, il turismo, l’urbanistica, l’edilizia, ma per altre come la politica estera, la difesa, la sicurezza, l’economia, l’energia, le grandi infrastrutture sono del tutto impotenti e hanno perso la loro sovranità. Nei settori investiti dalla globalizzazione, politiche condotte a livello nazionale non possono che essere perdenti e fomentare il populismo nelle sue diverse espressioni. Difficile che si ripetano i buoni risultati elettorali di quest’anno, se i principali Stati non si accordano per una forma di unione federale coerente con la storia europea. Devono pertanto fare qualche passo significativo in questa direzione, non limitandosi a superare l’attuale infelice modello intergovernativo, ma rivolgendosi anche alle popolazioni per far capire che è terminata la fase della burocrazia e dei regolamenti e ne è iniziata un’altra attenta ai loro bisogni. Gli Stati europei hanno adesso nelle vele il vento favorevole dell’elezione di Macron e della sua proclamata volontà di far ripartire il processo di integrazione. Devono sfruttarlo al meglio e presto, se tengono alla loro sopravvivenza.