Un intenso saggio di Stefano Feltri ci aiuta ad orientarci nell’intricato mondo del populismo e del sovranismo. Ed anche a capire le ragioni della vittoria elettorale della Lega e del M5S

Stefano Feltri è una voce emergente del giornalismo italiano. Classe 1984, laureato in Economia alla Bocconi, ha lavorato per Il Foglio, Il Riformista ed è attualmente vicedirettore del Fatto Quotidiano, di cui è cofondatore. Dopo La lunga notte dell’euro (2014) e La politica non serve a niente (2015), è ora al suo terzo libro: Populismo sovrano (Einaudi, 2018) andato a ruba nelle librerie e arrivato alla seconda edizione dopo un paio di mesi.

La sua tesi è che il populismo ha vinto ed è diventato sovrano in due sensi. Anzitutto perché ha conquistato una egemonia culturale nel dibattito politico e ne parlano continuamente partiti, giornali, televisioni; poi perché sta reclamando una sovranità, che mette in discussione le basi della nostra democrazia rappresentativa e non propone niente per migliorarla o sostituirla. Populismo e sovranismo sono talmente associabili che nel titolo il secondo diventa aggettivo del primo.

Sono populisti e nello stesso tempo sovranisti molti leader vecchi e nuovi: Norbert Hofer in Austria, Geert Wilders in Olanda, Nigel Farage nel Regno Unito, Matteo Salvini e Beppe Grillo in Italia. In Francia si è imposto Emmanuel Macron col suo europeismo, ma i populisti-sovranisti conservano forti consensi col Front National di Marine Le Pen e France Insoumise di Jean Luc Melenchon. Si potrebbero aggiungere i leader dell’est europeo, ma basta questo primo elenco per capire che la famiglia populista è indifferente agli schemi della geografia politica. Raccoglie adepti tra le destre, che si oppongono al cosmopolitismo e stanno tirando su barriere contro le insidie della società aperta; e tra le sinistre, che vogliono aumentare la spesa pubblica e proteggere le fasce di popolazione più deboli o più esposte ad una competizione che non riescono a reggere.

Fa da collante l’avversione per la globalizzazione. Questa ha sollevato dalla miseria centinaia di milioni di persone del terzo mondo, ma nei Paesi occidentali ha lasciato giovani senza lavoro e ampliato le disuguaglianze. Nell’area Ocse il 10% più ricco della popolazione ha redditi quasi 10 volte superiori a quelli del 10% più povero, mentre il rapporto era pari a 9 negli anni ’90 e a 7 negli anni ’80. L’economia è continuamente vigilata e offre molte informazioni allarmanti, ma non può spiegare tutto. L’ondata populista e sovranista ha ragioni più profonde non sintetizzabili con le statistiche e trova un movente molto forte nell’ostilità verso l’immigrazione, che ha fatto esplodere razzismi latenti e riscoprire l’affezione per le identità nazionali e regionali, vere o presunte che siano. I perdenti della globalizzazione assieme a molti altri insofferenti dei processi di ibridazione etnica e culturale da questa innescati si sono rivoltati contro le élite al potere, affidandosi a capipopolo disponibili ad ascoltare le loro proteste.

Nelle 130 pagine del suo intenso saggio, Feltri evidenzia i rischi di quanto sta accadendo e li indaga a livello filosofico-politico. Cita Bodin, Rousseau, Zweig. Riporta interi brani del Leviatano, nel quale Hobbes evoca la mostruosa creatura biblica per dire che lo stato di natura è la peggiore condizione nella quale possano trovarsi gli uomini. Per non caderci o per liberarsene devono dare vita ad uno Stato, che li tuteli e dia loro un ordine sociale. Ma se non è all’altezza del compito, lo Stato perde la sua legittimità e i cittadini possono riprendersi la sovranità che gli avevano riconosciuto.

Oggi siamo esattamente in questa fase. I populisti rivogliono indietro la sovranità, senza dire tuttavia cosa intendono farne se non riportarla alla sua dimensione nazionale. Per questo contestano l’euro, la costruzione europea, lo spazio di Schengen e cercano sicurezze in ambiti domestici. Ma la sovranità nazionale, come viene intesa oggi, non è mai esistita. Theresa May un mese prima del referendum sulla Brexit era per il remain e come Ministro degli Interni aveva affermato in un discorso ufficiale che nella storia del mondo nessuno è stato totalmente sovrano e che all’apice del loro potere nemmeno i grandi imperi, quello cinese, romano, ottomano e perfino quello inglese, hanno mai potuto fare interamente quello che volevano. Basta leggere il Trattato Nato e gli impegni assunti dai firmatari per capire quali intrecci comporti la sicurezza dell’Occidente e quali sacrifici di sovranità ogni Paese debba sopportare per beneficiarne.

In Europa i nostri antichi Stati l’hanno già persa in materia non solo di sicurezza, ma anche di politica estera, economica e finanziaria e possono recuperarla solo esercitandola congiuntamente attraverso l’Unione. Cosa possono fare singolarmente per disciplinare i flussi migratori, o per far pagare le tasse a colossi come Mc Donald’s, Amazon, Apple?  O per difendere le loro democrazie dalle scorrettezze di Facebook?

I grandi gruppi multinazionali hanno le loro centrali operative negli Usa, cui noi guardiamo continuamente come modello di democrazia. Proprio nella patria del federalismo si è affermato un populista come Donald Trump, a dimostrazione che il fenomeno è indifferente alle forme di Stato e può attecchire ovunque. Non basta quindi aggregare gli Stati in più ampie strutture istituzionali, ma occorre anche guardare alla qualità delle politiche che in quella dimensione si vogliono attuare. Un monito per chi ritiene che il federalismo sia già di per sé sostanza e non solo forma.