Vittorio Sgarbi, critico d’arte dalla fama assai controversa, è stato un parlamentare ed ora, come molti altri, gode dei benefici economici spettanti a chi ha detenuto tale status: quando il docente prende parte ad uno dei tanti dibattiti che oggigiorno affollano le reti televisive, deve sempre affrontare – soprattutto se la discussione diviene lite dai toni furiosi – i dardi velenosi scoccati da chi, sommamente sdegnato, non accetta che l’esperto ottenga i corposi vantaggi di cui prima. Come reagisce Sgarbi? Oltre ad una dose non certo leggera d’insulti, il critico sfrutta talvolta una frase lapidaria e significativa – parole che, in questo caso, fungono semplicemente da linea di partenza –, ossia la seguente: «Tu non li accetteresti?»

Ovviamente, questo testo non concerne Sgarbi, le gesta correlate al medesimo o le vicende nelle quali il critico è stato coinvolto; piuttosto, considerare la domanda riportata precedentemente permette lo sviluppo di meditazioni capaci di chiarire meglio alcune problematiche inerenti al Presente: le parole in questione, infatti, marchiano nitidamente il profilo proprio del politico odierno – una sagoma che, a dire il vero, non si discosta molto dallo squallore che definì anche alcune classi politiche ormai parte del Passato.

Prima di sviscerare con più attenzione simili pensieri, però, è necessario porsi una domanda dalla valenza strutturale, ossia un quesito capace di ordinare la natura del discorso: perché interrogarsi ora circa il politico del Presente? Perché, come accennato, il Presente – il Presente politico, chiaramente – è travagliato da lati oscuri sempre più preoccupanti: quali? L’individuazione dei medesimi non esige sforzi titanici, è sufficiente considerare alcuni fatti, i seguenti: le elezioni amministrative tenutesi in giugno hanno evidenziato la crescente disaffezione con la quale gli italiani si approcciano al panorama politico – secondo “Il fatto quotidiano”, a Roma ha votato solamente il 57,19% degli aventi diritto, mentre a Napoli è stata raggiunta una soglia ancor più bassa, il 54,14% –; negli Stati Uniti, inoltre, persino un soggetto come Donald Trump, imprenditore privo di qualsiasi dote diplomatica, ha raggiunto la possibilità di occupare la Casa bianca; infine, durante gli ultimi mesi hanno conseguito notevole rilevanza partiti o politici che appoggiano programmi dal carattere estremista: Alternative Für Deutschland sostiene con pericoloso orgoglio l’identità nazionale tedesca, mentre Rodrigo Duterte – il quale si è posto come obiettivo principale l’eliminazione fisica, dunque violenta, di qualsiasi criminale – in giugno è stato ufficialmente nominato Presidente delle Filippine.

Ora, chiarite le ragioni che rendono urgente una disamina attenta ed accurata rispetto all’attuale contesto politico, è possibile tornare alla domanda considerata inizialmente, ossia l’interrogativo attraverso il quale inquadrare la sagoma del politico odierno e pertanto osservare quali abiti vesta quest’ultimo: si tratta dei panni striminziti indossati dall’individuo post-moderno, lo stesso descritto dal professor Francesco Cavalla nell’opera intitolata “All’origine del diritto, al tramonto della legge”: essenzialmente, un soggetto dallo sguardo ristretto e limitato, rinchiuso all’interno di una prospettiva che ingloba quasi esclusivamente la mera esperienza del singolo. Ecco, allora, perché la lotta politica s’è tramutata in uno scontro che oppone soprattutto dei personaggi, delle identità: gli elettori – i quali, ahimè, non possono esser sottratti dalla cerchia post-moderna – scelgono valutando in primis la propria personale vicinanza ai candidati, dunque esaminando quali esperienze li accomunino a quanti hanno scelto di competere per una carica. Il politico odierno ha perso la propria consistenza, è divenuto un soggetto bidimensionale, un’immagine che trionfa sugli sfondi dei manifesti pubblicitari, un individuo che si aggrappa a poche parole insignificanti: nessuno ricorda i maestosi insegnamenti del Passato! Hannah Arendt scrisse: «Volendo definire secondo tradizione la virtù più nobile dell’uomo politico, potremmo dire che questa virtù consiste nella capacità di comprendere il maggior numero e la maggiore varietà possibile di realtà, così come esse si aprono alle diverse opinioni, e non il maggior numero e la maggiore varietà possibili di punti di vista, o di soggettività […]». Considerata la lontananza che scinde il politico odierno dalla magnifica figura descritta dalla filosofa – la quale giunse a tali tesi esaminando il pensiero socratico –, forse si spiega il terribile disinteresse ormai manifestato dagli elettori, sempre più superficiali ed approssimativi: ora, quindi, che significato possiede il voto?  Secondo il quarantottesimo articolo della Costituzione, il voto è un “dovere civico”: in un contesto politico degradato quanto il contesto attuale, però, che senso hanno simili parole?

È evidente, allora: occorre una rinascita civile, un nuovo e consapevole approcciarsi alla dimensione politica, e da parte di chi vota e da parte di chi si candida: continuando così, si rischia soltanto che il politico e il voto divengano profili sbiaditi, facilmente oscurabili da contemporanei Catilina.