È il 1994. Il 14 gennaio Bill Clinton e Boris Yeltsin firmano gli accordi del Cremlino con i quali si impegnano ad arrestare il puntamento pre-programmato dei missili nucleari. Il 6 febbraio, a Sarajevo, avviene il primo massacro di Markale ad opera dell’Esercito serbo-bosniaco. Il 14 marzo Apple lancia il primo Macintosh che si avvale del nuovo microprocessore PowerPC. Il 19 marzo don Giuseppe Diana, noto per il suo impegno nella lotta alla camorra, viene assassinato a Casal di Principe. Tra il 27 e il 28 marzo, in un clima ancora offuscato dalle inchieste legate a Mani Pulite, la coalizione di Silvio Berlusconi vince le elezioni italiane. Il 5 aprile Kurt Cobain si uccide nella propria abitazione. Il 6 aprile ha inizio il Genocidio del Ruanda. Il 27 aprile, in Sudafrica, si tengono le prime elezioni multirazziali a suffragio universale. Il 5 maggio, quattro giorni dopo la morte di Ayrton Senna, Bettino Craxi fugge ad Hammamet. Il 10 maggio Nelson Mandela viene eletto presidente del Sudafrica. Il 25 giugno le ultime truppe russe lasciano la Germania. Il 31 agosto l’Armata Rossa abbandona l’Estonia e la Lettonia. Il 3 settembre Russia e Cina s’accordano per la rispettiva disattivazione delle loro armi nucleari. Il 16 ottobre in Finlandia trionfa il Sì al referendum riguardante l’adesione all’Ue.

A novembre Giorgio Gaber, cantautore milanese ormai apprezzato da intere schiere di italiani, pubblica “E pensare che una volta c’era il pensiero”. Nell’album, contenente soltanto brani registrati dal vivo, si trova una canzone dal testo alquanto singolare, ossia “Destra-Sinistra”. La stessa canzone sarà registrata in studio molti anni dopo e sarà riproposta nell’album “La mia generazione ha perso”, pubblicato nel 2001. In entrambi i casi, “Destra-Sinistra” si è trovata all’interno di dischi dai titoli fortemente eloquenti, riconducibili senza sforzo al contenuto del testo legato alla canzone.

Solitamente, come ha più volte ribadito Red Ronnie e come ben sanno tutti gli appassionati, le canzoni legate all’ambito politico hanno vita breve: essendo strettamente congiunte a un determinato contesto storico, difficilmente riescono a estendersi oltre il periodo nel quale e per il quale sono state concepite. Certo: ci sono delle eccezioni, ma spesso si tratta soltanto di brani salvati da una melodia molto orecchiabile o da fattori simili. Unico – o pressoché tale – è il caso relativo a “Destra-Sinistra”. Perché? Perché ancora oggi, nel 2017, un brano che compare in un disco del ‘94 illustra delle verità. Anzi: contrariamente a qualsiasi legge temporale, “Destra-Sinistra” suona più attuale oggi che anni fa, e per dimostrarlo bastano pochi esempi.

L’intera struttura del testo è attraversata da un sottile slancio ironico che si esplicita nella brillante ed esilarante sequenza di opposizioni tra Destra e Sinistra che Gaber, perplesso probabilmente dalla consistenza del dibattito politico del proprio tempo, snocciola con tono vagamente distaccato e leggermente parodico: quell’olimpica lontananza che consente sempre il raggiungimento dell’umorismo più godibile.

Il cantautore esordisce con le seguenti parole: “Tutti noi ce la prendiamo con la storia, ma io dico che la colpa è nostra.” Questa frase dall’apparenza così semplice, articolata da Gaber con leggerezza, senza alcuna retorica, è dotata – in verità – di un significato estremamente consistente. La Storia non dev’essere Storia, ma storia: storia con la “s” minuscola. E la storia non è dell’Uomo e nemmeno dell’uomo: è – come spiega l’illuminante Hannah Arendt – degli uomini. Plurale con l’iniziale ancora una volta minuscola. Non esiste una creatura lontana, estranea e indipendente da noi – lascia intendere Gaber – che decida delle vicende umane e sulla propria carta d’identità rechi il nome di Storia. La storia è degli uomini, e ciò che accade non può non essere imputato agli stessi uomini, checché ne pensasse Hegel. (L’interpretazione delle cui tesi, peraltro, non è mai sufficientemente esatta: mi scuso, dunque, della becera semplificazione qui utilizzata per vivacizzare il tono del discorso.) Ecco, dunque, perché “la colpa è nostra”: la colpa, infatti, non può essere attribuita a un quid indefinito e appellato genericamente Storia. La colpa è tua e mia. La colpa è nostra: noi abbiamo scelto di non partecipare e di non intervenire, noi abbiamo scelto di lasciare che questo o quel fatto accadessero. Non siate accidiosi, sembra suggerirci Gaber-Orazio.

Un altro punto significativo è costituito dalle parole immediatamente seguenti, ossia: “È evidente che la gente è poco seria quando parla di Sinistra o Destra.” Queste parole sollevano una questione straordinariamente attuale, costituita dalla perdita della dignitas politica che ormai affligge sempre più esponenti della classe che guida il Paese. L’immagine inconsistente dei politici che oggi affollano il panorama mediatico è ormai prossima alla più piatta bidimensionalità: molti si stanno riducendo a mere macchiette, a semplici caricature. Se si trattasse di uno spettacolo comico destinato a finire una volta varcata l’uscita del teatro, la situazione risulterebbe assai piacevole; il problema, però, è che – come specifica Gaber – la politica, pur non dovendo scadere nella più roboante retorica, presuppone una certa serietà. Sia da parte dei protagonisti che la orientano sia da parte di chi commenta, di chi riflette, di chi si esprime attraverso il voto. È bene che la politica sia anche scherzo e dileggio (strumenti che spesso offrono notevoli spunti critici), ma elementi simili non possono costituire l’impulso ultimo della politica, che tocca le persone, che confronta realtà spesso opposte, che non può esimersi dal considerare con il massimo impegno le molteplici e complesse vicissitudini degli uomini.

Nel testo del proprio brano Gaber si riferisce al concetto di ideologia e lo rapporta all’ossessione di un’idea, di una passione; tuttavia, si chiede anche se un concetto simile possa ancora sussistere: è possibile individuare una Destra e una Sinistra, quando le differenze che intercorrono tra tali fazioni si riducono a culatello e mortadella? Che possibilità ha un popolo che si limita a individuare la propria appartenenza politica tramite il riconoscimento di immagini e forme dell’apparire a sé congeniali?

Le domande e le riflessioni che propone Gaber sono vicine al nostro tempo: anzi, lo attraversano completamente. Gaber invita, prima ancora di compiere una scelta politica, a ripensare il proprio approccio alla politica: è necessario un modus cogitandi che renda la politica un dibattito sostanziale e fecondo, non un ridicolo quanto fatuo scontro tra segni tipicamente riconducibili a determinati schieramenti. Considerando, però, che la canzone circola dal 1994 e che risulta ancora attuale, sorge un dubbio la cui risposta non può che essere formulata dal lettore: qualcuno ascolta Gaber?