Molti hanno condannato il voto inglese sulla Brexit, ritenendolo contrario ad  ogni razionalità e convenienza. Ma l’Unione ha sempre parlato molto poco alle popolazioni europee, lasciando che si creasse un fossato di incomprensione e sfiducia

Si potrà dire tutto il male possibile degli inglesi, ma non si può negare loro di aver organizzato un vero referendum sui temi dell’Europa. David Cameron vi è stato spinto da problemi interni del suo partito e l’ha usato come arma per parare gli attacchi dell’ala euroscettica e tamponare l’emorragia verso l’Ukip di Nigel Farage. Dopo aver ottenuto concessioni da Bruxelles per liberarsi dall’obbligo di una “ever closer union”, ha fatto una campagna governativa contro l’uscita dall’Unione ampiamente sostenuto dalla City, minacciando  provvedimenti restrittivi in materia fiscale e previdenziale. Partendo dalla sua bottega, ha provocato un interesse esteso, che è forse andato oltre le sue intenzioni e ha toccato punti nodali della costruzione europea.

Nonostante la pressione di un Premier schierato e l’onda emotiva suscitata dall’assassinio di una europeista come Jo Cox, gli inglesi hanno scelto di andarsene. Lo hanno deciso con una maggioranza stretta, che ha mortificato il voto dei giovani largamente schierati per il remain, ma il risultato nel suo insieme non è sorprendente, perché non è la prima volta che le popolazioni votano contro l’Europa. E’ successo nel 2005, quando francesi e olandesi hanno affossato il Trattato costituzionale e nel 2008, quando gli irlandesi si sono espressi nello stesso modo sul Trattato di Lisbona, anche se hanno cambiato avviso in una seconda consultazione.

Il voto inglese non sorprende anche perché sono anni che i sondaggi segnalano un malcontento crescente e sintomatico di uno scollamento fra le popolazioni e le istituzioni di Bruxelles. Un sondaggio Pew di poco precedente aveva stimato l’euroscetticismo in Inghilterra ad una punta del 48%, che non aveva impressionato, ricordando che i britannici avevano aderito al progetto europeo con molta tiepidezza ed in ritardo. Nemmeno era inatteso il 71% in Grecia, da tempo sottoposta a eccezionali misure di rigore finanziario per le note vicende. Avevano colpito di più le percentuali di Paesi dell’Europa carolingia, come il 61% in Francia, il 48% in Germania, il 46% in Olanda, che non si spiegavano se non considerando che la sfiducia verso le istituzioni europee non era molto diversa da quella verso i partiti e le istituzioni nazionali. Una conferma quindi della crisi dei tradizionali canali di rappresentanza e dello stesso metodo democratico, oggetto da tempo di attenzione da parte di sociologi e politologi.

L’Italia è stata stimata al 39%, anche se altri sondaggi la davano al 48%. Da noi, l’euroscetticismo è alimentato soprattutto dall’euro, considerato la causa di tutte le nostre disgrazie. La diffidenza verso la moneta unica continua a rimanere elevata e alcune voci chiedono sbrigativamente di tornare alla lira, mentre altre più ragionevoli attendono passi avanti verso l’integrazione politica, che tuttavia non arrivano. E’ elevata anche l’insofferenza verso i  vincoli di politica economica riassumibili nei parametri di Maastricht, cui il nostro Paese viene energicamente richiamato  a causa del suo formidabile indebitamento, secondo soltanto a quello della Grecia. A guidare la protesta contro i “burocrati” di Bruxelles è lo stesso Governo, che ad ogni legge di stabilità deve intavolare trattative estenuanti per ottenere approvazioni sul filo di lana, promettendo misure di risanamento negli anni a venire. L’immigrazione ha fatto capire i limiti della dimensione nazionale ed è adesso percepita in modo consapevole come risultato dell’enorme differenziale demografico, economico e sociale rispetto ai Paesi africani e medio orientali, alcuni dei quali falliti e teatro di guerre interminabili. Ma l’Italia è lasciata sola di fronte a questo fenomeno epocale e da Bruxelles non si è finora delineata alcuna strategia per assumere il problema a livello continentale.

Ce n’è abbastanza per temere che il malcontento della popolazione italiana aumenti e non possa essere arginato, richiamandosi alle differenze con il Regno Unito. Per contrastare chi ha già cominciato a chiedere di fare altrettanto, non sarà sufficiente ricordare che la lira non è la sterlina, che non abbiamo il Commonwealth e nemmeno che gli americani non sono nostri cugini. Meno ancora servirà ripetere che l’Europa è un cantiere aperto per costruire una istituzione sovranazionale fra singoli Stati, avviati ad un declino irreversibile e non più in grado di tutelare gli interessi dei propri cittadini in  settori come l’economia, la difesa, la sicurezza, la politica estera. Il progetto europeo non può essere collocato in un vuoto temporale e deve corrispondere alle contingenze della politica internazionale. Finora non è successo ed in questa asincronia sta la principale ragione del suo declino.

Adesso le forze autenticamente europeiste non hanno molto tempo. Di fronte agli  scricchiolii delle fragili istituzioni comunitarie, alle loro scandalose assenze sulle maggiori questioni internazionali, al crescendo di scetticismo segnalato dai sondaggi, non abbiamo sentito levarsi voci autorevoli da parte di chi più avrebbe da perdere dal fallimento del progetto europeo. Non abbiamo sentito niente, se non generici motivi di preoccupazione, da parte del mondo imprenditoriale e sindacale. Quello dei partiti è frazionato come al solito e lo stesso Governo mantiene un comportamento ambiguo, per cui l’Europa va bene solo quando serve per levarsi da qualche guaio. La classe dirigente italiana nel suo insieme tace da tempo e, perduto l’ombrello protettivo del referendum inglese, sembra adesso cercar rifugio sotto quello delle prossime scadenze elettorali, ottobre per il nostro referendum costituzionale, novembre per gli Usa, la prossima primavera per la Francia, poi la Germania e così di seguito. Un modo suicida per tirare avanti e aspettare che passi la nottata.

Su tutto questo, attendiamo di essere smentiti. Il documento approvato dal nostro Movimento nel Comitato centrale del 25 giugno scorso ribadisce una prospettiva ed indica un sentiero di azione politica. Dalle reazioni, non sarà difficile capire chi vuole l’Europa e chi no.