Se si è appassionati di serie tv non si può non conoscere, almeno per sentito dire, l’espressione “period drama”, con cui si intende generalmente identificare nel mondo anglosassone sceneggiati ambientati prettamente nel passato, in epoche più o meno vicine della storia inglese.

Oggi ne abbiamo tantissimi esempi: si passa dal più famoso “Downton Abbey” a “Victoria” o “Poldark”, passando per “The Hollow Crown”, che mette in scena tre opere shakespeariane, e “Indian summers”, che rappresenta un colorito affresco dell’epoca coloniale.

L’esplosione di questo genere proprio negli ultimi anni non è casuale, né è da sottovalutare, come sottolinea in un articolo apparso sulla rivista Internazionale la scrittrice Igiaba Scego. Quest’ultima delinea, infatti, la trama di queste serie tv e ne mette in luce le somiglianze, arrivando infine a dimostrare come tutto ciò sia un segnale di una nostalgia -più o meno dichiarata, più o meno esplicita – per l’imperialismo britannico.

Ipotesi plausibile, certo. Ma anche alquanto azzardata.

Chi, infatti, ha seguito con attenzione sceneggiati quali “Downton Abbey” sa bene che tutti i personaggi sono chiamati al cambiamento e, per di più, ad adattarsi ai tempi moderni. Non senza resistenze, ovviamente, ma sarebbe ipocrita sostenere il contrario. Le sfide continue della vita e del mondo, dei ricchi e dei poveri, vengono costantemente messe in luce e niente lascia anche sottintendere che vi possa essere un’esaltazione in toni nostalgici del primo Novecento. Ognuno deve vivere il suo tempo, la sua era, cambiare le sue stelle secondo le sue possibilità: questo è il messaggio principale che il creatore Julian Fellows ha voluto lanciare.

È da sottolineare, inoltre, come non tutti i period dramas siano ambientati durante l’era vittoriana o edoardiana, ma come essi vogliano anche fungere da “manuali di storia”, un modo per portare all’attenzione del grande pubblico opere e fatti che altrimenti rimarrebbero sconosciuti o celati.

Basti pensare alla trasmissione sulla BBC Two de “Enrico IV”, “Enrico V” ed “Enrico VI” di Shakespeare o alla messa in onda di “The Devil’s whore”, ambientato durante la rivoluzione di Cromwell. Si potrebbero citare altri esempi, ma questi pochi dati dovrebbero già farci capire come vi sia anche un profondo intento educativo in queste trasmissioni inglesi e non solo la volontà di manifestare il proprio orgoglio nazionale.

Qual è dunque la vera ragione che sta dietro a tutto questo?

In un’epoca di grandi cambiamenti, di sconvolgimenti e di perdita di certezze a volte è necessario, quasi terapeutico, ritrovare la via di casa, la strada maestra, perduta in un passato oscuro. Ed è a questo che serve la storia, rifugiarsi in essa: forse è proprio perché c’è bisogno di conoscere, di sapere come le vicende vanno a finire. E l’unico modo per fare tutto ciò è rivivere quei momenti, ormai passati, ma non per questo privi di valore o di importanza.

Perché è dal passato che si costruisce il futuro, è dalle scelte di un popolo, di ribellarsi, di combattere, di subire mille angherie, che si plasma lo spirito di una Nazione.

È proprio questo, quindi, che gli inglesi cercano di ricordare, in un momento in cui la via da intraprendere è tortuosa e rischia di spezzare il Paese, facendo pagare il prezzo più alto alle nuove generazioni.

Proprio il 2 ottobre al Congresso del partito conservatore tenutosi a Birmingham Theresa May ha annunciato l’inizio dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, rimarcando la legittimità del referendum di giugno che ha sconvolto le sorti di questo Stato, quasi una novella “gloriosa rivoluzione” che dovrà portare lungo un nuovo cammino, una nuova rotta. Fondamentale in questo passaggio che porterà all’attivazione dell’articolo 50 del trattato di Lisbona è il prossimo discorso della Regina, in cui si introdurrà il “Great Repeal Bill”, che avrà il compito di portare definitivamente il Regno Unito al di fuori dell’UE. Il leader conservatore ha, infine, voluto rammentare con toni entusiastici la rinnovata e ritrovata sovranità del Paese, che finalmente potrà vedere le proprie leggi fatte “a Westminster e non a Bruxelles” e che “saranno interpretate dai giudici a Londra e non a Lussemburgo”.

Queste dichiarazioni danno un chiaro e potente messaggio: è l’isolamento quello che l’Inghilterra sta cercando, e che probabilmente otterrà, ma non l’attuazione di una nuova politica imperialista.

Non cercano più colonie, ma al contrario un loro spazio per respirare, come se l’unico modo per ritrovare l’identità perduta sia arroccarsi nel proprio castello.

Sicuramente in questi giorni e in questi mesi si scriverà un altro importante pezzo della storia della Gran Bretagna e tutti noi restiamo testimoni, come i personaggi del mondo di Downton, di questi cambiamenti.

Aspettiamo solo che i nostri nipoti possano vedere una serie tv sulla Brexit.