Il Reddito di cittadinanza proposto dal M5S è l’ennesima variante di una lunga serie di sussidi sociali costosi e frammentati. Molti dovrebbero essere  riordinati, per liberare risorse e sostenere l’inserimento lavorativo

Il Reddito di cittadinanza (Rc) continua a tenere banco e con ogni probabilità lo terrà a lungo. E’ stato il cavallo vincente del M5S, che in campagna elettorale lo ha formulato in termini semplici e di grande presa: nessun italiano deve trovarsi sotto la soglia di povertà. Dato che attualmente è stimata in 780 euro/mese, chi ha meno ha diritto ad un’integrazione e chi non ha niente ha diritto all’intero importo. Questa impostazione di tipo radicale ha dei precedenti illustri nel filosofo e rivoluzionario inglese Thomas Paine, uno dei padri fondatori degli Usa, e più recentemente in autori come Philippe Van Parijs e Tony Atkinson, per i quali a ciascun membro di una comunità politica deve essere corrisposto un reddito vitale senza esigenza di contropartite.

La proposta pentastellata è collocabile in questa linea di pensiero e ne prende il nome, ma se se ne discosta quando la sottopone a condizioni. Il disegno di legge che l’ha formalizzata ancora nel 2013  fa infatti divieto al disoccupato di  rifiutare tre successive offerte di lavoro, pena la decadenza dal beneficio.  Ora in Italia i disoccupati sono poco meno di 3 milioni e dovrebbero quindi saltar fuori quasi 9 milioni di offerte di lavoro per opera dei centri per l’impiego, la cui incidenza nelle movimentazioni del mercato del lavoro è prossima allo zero. Va aggiunto che le offerte per essere prese in considerazione devono essere congrue, cioè pertinenti agli interessi e alle competenze segnalate dal beneficiario ed il posto di lavoro deve essere situato nel raggio di 50 chilometri dalla residenza e raggiungibile entro ottanta minuti con mezzi pubblici. La condizione accennata a carico del disoccupato è quindi facilmente aggirabile e tutto porta a ritenere che siamo di fronte ad una misura di carattere fortemente assistenziale, contraria all’etica del lavoro oltre che all’art. 1 della nostra Costituzione.

Quanto alla spesa, al momento le cifre sono instabili. Il costo della sola burocrazia supererebbe i 2 miliardi di euro/anno da sommarsi a quello del sussidio, che oscillerebbe tra i 15 miliardi/anno stimati dall’Istat ed i 30 stimati dall’Inps. Come possa trovare copertura, non è ancora chiaro. Abbiamo sentito indicazioni generiche sulla opportunità di tagliare i costi della politica e di attingere dal gioco d’azzardo, dalle banche, dalle compagnie petrolifere, dai grandi patrimoni in generale. Il Prof. Pasquale Tridico, Ministro del Lavoro – ombra del M5S, ha di recente sostenuto che il Rc si finanzia da solo perché farebbe aumentare il tasso di occupazione ed il Pil, creando nuove risorse. Per contro, nessuno si è sentito in dovere di dare un’occhiata ai numerosi rivoli assistenziali alimentati da erogazioni statali, regionali e locali, in modo dispersivo e categoriale. La Fondazione Zancan di Padova, in una ricerca nel milanese di qualche anno fa, ha contato 65 tipi di sussidio per una cifra iperbolica che razionalizzata e proiettata su scala nazionale potrebbe non solo contrastare la povertà ma anche generare nuovo sviluppo, trasformando i costi in investimenti.

Quanto alla asserita originalità della proposta, va ricordato che misure similari esistono da tempo in tutta Europa e hanno precedenti anche in Italia, con diverse denominazioni. Nel Veneto ancora 30 anni fa è stata tentata una sperimentazione per assistere famiglie in condizioni di disagio e favorirne l’inclusione sociale. A livello statale, il primo Governo Prodi del 1998 ne ha tentata un’altra col Rmi (Reddito minimo di inserimento) su un elevato campione di Comuni con risultati poco soddisfacenti e ha abbandonato il progetto. Nel 2015 è stato introdotto il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) come misura di contrasto della povertà  e di altre  particolari condizioni di disagio, come disabilità e dipendenze. Abbiamo adesso il Rei (Reddito di inclusione), che è arrivato alle sue prime fasi d’attuazione con il Governo Gentiloni ed offre sostegno finanziario a chi si impegna comunque a cercare lavoro.

Proprio questa affinità, porta a ritenere che il Rc possa essere introdotto sulla scia del Rei e che un accordo politico possa apportare modifiche migliorative al disegno di legge di 5 anni fa. Una potrebbe privilegiare percorsi formativi e tirocini mirati, limitando il sussidio ad un periodo transitorio; un’altra incoraggiare non solo il lavoro dipendente ma anche quello autonomo, coinvolgendo in entrambi i casi Università, Banche, Associazioni d’impresa, Ordini professionali, Organizzazioni del Terzo settore; un’altra ancora affidare la sua gestione amministrativa all’Inps già titolare del Rei, abbandonando l’idea di rilanciare i centri per l’impiego incardinati sulle Province, di cui il M5S chiede peraltro la soppressione. Su questa impostazione potrebbe maturare un compromesso molto ampio, visto che Matteo Salvini ha dichiarato di recente che di lavoro bisognerà pure occuparsi e che Matteo Renzi ancora qualche mese fa si era dimostrato disponibile a parlare non di reddito ma di lavoro di cittadinanza.

Resta infine da valutare se la strada finanziaria sia la migliore o se sia preferibile quella fiscale, recuperando una vecchia idea coltivata già a fine ‘800 e riproposta nella seconda metà del  secolo scorso da economisti liberali dello spessore di Milton Friedman e Friedrich Von Hayek. Il meccanismo sarebbe piuttosto semplice e richiederebbe solo di applicare una aliquota negativa a favore di chi ha poco o nulla, retribuendolo con la differenza fra la sua posizione fiscale e la no tax area. Esempio: se un contribuente ha un reddito di 1.000 euro e la no tax area è fissata a 8.000, la differenza di 7.000 gli deve essere erogata come sussidio in tutto o in parte. Se si applica l’aliquota del 70%, che alcuni ipotizzano, gli spettano 4.900 euro.

Non ci sarebbe bisogno di alcun apparato burocratico dedicato e basterebbe adeguare gli uffici dell’Agenzia delle Entrate, che hanno la necessaria capillarità territoriale. Sarebbe l’occasione per provare ad avere anche in Italia un fisco vigile e vicino ai cittadini. Impresa non facile, che il nuovo Governo dovrebbe comunque mettere in testa alla propria agenda.