Nella polemica con la Cancelliera tedesca il nostro Presidente del Consiglio dà ulteriore prova del suo antieuropeismo

Renzi ha colto l’occasione dell’ultimo Consiglio europeo del 2015 per attaccare frontalmente la Signora Merkel. L’ha accusata di esercitare una ingiustificata egemonia attraverso il doppio standard, cioè quel consolidato sistema di relazioni che privilegia la Germania, l’Olanda, la Francia e qualche altro Stato a rotazione, lasciando in secondo piano tutti gli altri Italia compresa. Ma non ha speso una parola sui limiti del metodo intergovernativo proprio del Consiglio, cui i singoli capi di Governo partecipano per sostenere gli interessi nazionali, tenendo d’occhio i rispettivi elettorati anche quando devono affrontare questioni di più ampia portata.

Si può aggiungere che, data la relativa frequenza con la quale il Consiglio viene convocato, si è instaurata una prassi amministrativa per cui non tutti gli argomenti vengono discussi e le decisioni talvolta non vengono nemmeno sottoposte a votazione, tenendosi conto delle intese che le burocrazie competenti per materia raggiungono di volta in volta. In questa occasione, è capitato a proposito delle sanzioni alla Russia, di cui il nostro Presidente si è lamentato pur sapendo di non potere avere voce in capitolo né come rappresentante italiano né come componente di un organismo europeo, che nella attuale configurazione dell’Unione non è capace di produrre alcuna autonoma politica estera, meno che mai quando si tratterebbe di contrastare discutibilissime pressioni Usa.

Ha poi protestato piuttosto vivacemente sugli accordi che la Germania avrebbe preso con la Russia per il raddoppio del gasdotto north stream, lasciando al suo destino il south stream di maggior interesse per i Paesi mediterranei; sull’Unione bancaria, a causa dell’opposizione tedesca alla creazione di una garanzia unica europea sullo sfondo della crisi della banche italiane; infine sull’immigrazione, a causa dei richiami all’Italia per i ritardi nella organizzazione degli hotspot previsti a Lampedusa, Pozzallo, Porto Empedocle. Qualche giorno dopo in un’intervista al Financial Times, ha rincarato la dose dicendo che l’austerità imposta dalla Germania ha fomentato i populismi e provocato il declino della classe politica che l’ha assecondata, a Varsavia come ad Atene, mentre resta da vedere cosa succederà a Madrid dopo lo sfarinamento dei partiti alle ultime elezioni. Per sopramercato, ha annunciato battaglia nel caso la Commissione si permetta di fare osservazioni alla legge di stabilità approvata a fine dicembre dal Parlamento italiano in termini non propriamente aderenti ad una linea di rigore e risanamento e per questo classificata fra i provvedimenti “a rischio di non conformità”.

Insomma Renzi ha ingaggiato un braccio di ferro destinato a caratterizzare tutto il 2016, nell’intento di guadagnare posizioni nel ranking europeo dell’Italia e di farsi largo nella stanza dei bottoni. E’ prigioniero di ambizioni nazionali, che hanno un precedente importante nell’altolà intimato a Draghi, quando durante il semestre italiano si è permesso di far presente che la politica monetaria non basta e sono necessari trasferimenti di sovranità complementari nel campo delle politiche economiche e di bilancio.

L’attacco alla Merkel non ha pertanto carattere personale e non è dovuto ad uno scatto di nervi. E’ l’ennesima espressione di una politica di demolizione della casa europea, che verrebbe ridotta a periodici incontri tra Capi di Governo nella sede del Consiglio, mentre Parlamento e Commissione avrebbero ruoli sempre più marginali e nel tempo potrebbero essere perfino soppressi. Per avere conferma di questa linea, basta leggere la lettera sottoscritta da Gentiloni ed Hammond e pubblicata a metà dicembre su alcuni quotidiani. Esordisce con un richiamo all’ispirazione federalista italiana, che contempla una integrazione sempre più stretta sul piano economico, politico, istituzionale. Ma subito dopo concorda con la necessità di semplificare il funzionamento dell’Unione, sburocratizzarla, sfruttare le potenzialità del mercato unico, valorizzare il ruolo dei Parlamenti nazionali, accettare l’idea che nello spazio europeo possano circolare più monete senza pregiudizio per i Paesi non euro. Sotto l’attento bilanciamento delle parole per dare legittimità a diversi gradi di integrazione, si intravvedono lunghi tratti della lettera che Cameron ha inviato a Tusk il 10 novembre, nella quale in sostanza il leader inglese propone un declassamento dell’Unione a semplice area di libero mercato. Ma, più del contenuto, è interessante la firma congiunta dei Ministri degli Esteri italiano ed inglese, frutto evidente di intese precedentemente intervenute tra i due Premier e quindi di un sostanziale appoggio dell’Italia al Regno Unito nella trattativa che sta per aprirsi a Bruxelles.

Appoggiare il Regno Unito e la sua sterlina significa andare in rotta di collisione con la Germania leader della zona euro, alla quale Renzi ha confermato ogni critica nella conferenza stampa di fine anno. Qualcuno pensa che i dissapori con la Signora Merkel siano destinati a finire a tarallucci e vino. Difficile però che si possa festeggiare per la linea di decomposizione assunta dall’Italia, dopo essere stata tra i fondatori del progetto europeo.