“In un momento di grande difficoltà per l’Europa abbiamo deciso di tornare nel luogo in cui tutto è iniziato”. Così il premier Matteo Renzi ha definito Ventotene, culla di un’Europa libera e unita, dove due antifascisti, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi redassero il “Manifesto di Ventotene”, auspicando l’unità tra le nazioni europee in un periodo storico in cui si celebrava l’ultimo grande massacro nella storia del continente. Ebbene sì, mai come ora le istituzioni europee si sono sentite sotto assedio su tutti i fronti, dalla crisi dei migranti ai colpi sferrati dai vari esecutivi a caccia di consensi interni passando per pulsioni centrifughe d’oltre manica, ad ogni nuovo focolare di tensione l’impalcatura politica dell’Unione sembra scricchiolare. Ma in queste ore decisive ad essere posto in questione non è un parametro né un deficit di bilancio ma è l’essenza stessa dell’Unione Europea, ovvero il principio della libera circolazione, riguardante persone, capitali e merci. Tale principio fu sancito nel trattato di Schengen del 1985 che prese il nome dell’omonima cittadina lussemburghese al confine tra Francia e Germania. A tale accordo presero parte inizialmente cinque paesi fino ad arrivare agli attuali ventisei, quattro dei quali non appartenenti all’UE. Tale iniziativa oltre a gettare le basi di una comune identità europea, facilitata in questo dall’abbattimento delle frontiere, ha garantito fin da subito un giro d’affari che le stime più prudenti calcolano attorno ai 28 miliardi di euro ma che potrebbero invece piazzarsi ben oltre i 50.

Sottoposti però alle pressioni migratorie, generatesi in un medioriente sempre più instabile geopoliticamente, i vari governi dell’Unione, alcuni intimoriti dall’esito delle prossime elezioni, vogliono sospendere la libera circolazione. Al momento le ipotesi formulate al riguardo sono diverse c’è chi chiede di sospendere il trattato per due anni, aspettando che i flussi migratori si normalizzino per tornare a livelli accettabili, chi invece ben più consapevole dei costi economici che la decisione arrecherebbe alla ancor fragile economia europea propone di creare una mini-Schengen, lasciando fuori i paesi del sud, considerati non a torto dei colabrodo in fatto di controlli di frontiera.

Ma in tutto questo sembra paradossale che un’Unione uscita se non indenne almeno salva da una crisi che nel 2011 sembrava avrebbe condannato l’euro e le sue istituzioni all’estinzione, debba ora, sulla spinta di ondate di profughi, affamati e disperati, impaurita da fanatici che mietono vittime in nome di Dio e aizzata da leader populisti e demagogici, abbandonare quello che è la sua più grande conquista, Schengen, primo passo nel cammino di un integrazione europea.

Mai come ora quindi c’è bisogno da parte di una nuova generazione di europei identificabili come la generazione Erasmus che ben poca familiarità ha con artificiose frontiere, di uno slancio ardito e carico di passione in difesa di una seppur fragile ma già viva identità europea.

Concludendo quindi mi vien da pensare che mai le parole di Spinelli suonarono più profetiche e fatali come ora, nel sostenere che “la strada da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà!”