Salto nel buio

 

Votando No, gli italiani hanno respinto la riforma costituzionale approvata dal Parlamento e sfiduciato il Governo in carica. Adesso dobbiamo prepararci a sopportarne le conseguenze, che riguardano anche la nostra collocazione nel quadro europeo

 

La lunga contesa politica sulla riforma costituzionale si è risolta con la vittoria del no. Si è quindi concluso negativamente l’ennesimo tentativo di metter mano alla riorganizzazione dei poteri pubblici, dopo i fallimenti del Governo Berlusconi del 2006, della Bicamerale di D’Alema degli anni ‘90 e potremmo risalire anche  agli anni ‘70 al momento della costituzione delle Regioni. Era chiaro fin da allora che andavano evitate pesanti duplicazioni di competenze, sopprimendo le Province e mettendo in discussione Comunità Montane, Camere di Commercio, in generale le autonomie locali sorte in tutt’altri contesti. Quanto ai poteri centrali, si era capito a pochi anni dalla conclusione dei lavori della Costituente che il bicameralismo perfetto doveva essere superato, guardando ad un’Italia che sviluppava la sua base industriale e consolidava la sua democrazia anche grazie al progetto europeo. Già negli anni ’60 le cautele che avevano consigliato la doppia votazione parlamentare per ogni genere di questioni non trovavano più alcuna giustificazione ed era condivisa la opportunità di distinguere le competenze fra le Camere, facendo in modo che una delle due potesse essere la sede di rappresentanza dei poteri locali.

Tutte queste motivazioni, ben presenti quando la riforma è approdata alla prima delle quattro votazioni parlamentari, si sono dissolte nei mesi successivi fino a snaturare la consultazione popolare in un voto puramente politico. Pochi italiani hanno ragionato sulla bontà della riforma e si sono per lo più chiesti se fosse o meno il caso di tenere in vita l’attuale Governo. In larga maggioranza hanno deciso di no ed in particolare hanno sfiduciato il suo Capo in testa, incoraggiandolo ad andarsene. Si è ripetuto in Italia quanto già successo in altre democrazie e da ultimo negli Usa, dove le classi più emarginate pur di non confermare l’establishment al potere hanno votato un tycoon libertino e collerico, che elude le tasse. Matteo Renzi non ha quindi ricevuto quella investitura popolare che gli mancava non essendosi mai presentato ad alcuna elezione ed è stato travolto da quella composita alleanza di eletti – da lui definita accozzaglia – tenuta insieme dalla comune volontà di detronizzarlo. Non solo. Essendo prevalse forze euroscettiche, il nostro Paese deve adesso affrontare indebolito almeno due ordini di questioni europee.

La prima riguarda la nostra legge di stabilità per il 2017. Bruxelles l’ha tenuta in un cassetto in attesa della consultazione di domenica scorsa, facendo tuttavia trapelare alcune prime critiche che sappiamo essere fondate. Nel suo impianto generale, la legge italiana non va nel senso del risanamento e non esce dal trend di aumento della spesa pubblica in atto da molti anni. Nel 2015 era pari a 830 miliardi di euro e in un anno è aumentata di un’altra quarantina, portando la percentuale sul Pil dal 47,4% al 49,5%, per effetto di aumenti in settori come pensioni, assistenza, trasferimenti vari, che poco hanno a che fare con la crescita. Nel contempo, è aumentato anche il debito pubblico fino a 2.252 miliardi, arrivando al 132% del Pil, un record assoluto ed uno schiaffo a Maastricht e al Fiscal compact che ci imporrebbero di portare nel medio periodo il debito al 60% del Pil. Siamo quindi fuori di parecchio e con ogni probabilità qualche correzione dovremo apportarla. Ma a Bruxelles siamo in buona compagnia quanto a violazioni delle regole, anche da parte della Germania che continua a mantenere un enorme surplus commerciale a scapito delle economie dei Paesi membri, mentre regna il silenzio sulle politiche per lo sviluppo, l’immigrazione, la difesa e la sicurezza. Come si potrà adesso proseguire la trattativa, con la necessaria vis polemica? Come l’Italia potrà cioè impegnarsi ad un maggior rispetto delle regole di risanamento e nello stesso tempo richiamare i partner europei a tenere a mente gli obiettivi generali dei Trattati che hanno sottoscritto? Entrambe le domande al momento non hanno alcuna risposta e i conti per il prossimo anno saranno probabilmente rifatti dai severi censori di Bruxelles.

La seconda questione è meno immediata, ma ancora più importante. Il referendum italiano è la prima di una serie di consultazioni popolari che durerà per l’intero 2017. Domenica scorsa, si è svolto anche il ballottaggio presidenziale in Austria, dove ha avuto la meglio il candidato verde Alexander Van der Bellen ma ha preso molti voti anche il suo avversario dell’estrema destra Norbert Hofer, segnando una sostanziale spaccatura dell’elettorato. Nel marzo dell’anno prossimo sarà la volta dell’Olanda, dove è favorito Geert Wilders, noto per le sue posizioni contro l’immigrazione e addirittura sotto processo per istigazione razziale. In maggio toccherà poi ai francesi eleggere il loro nuovo Presidente, scegliendo probabilmente tra Francois Fillon nazionalista di formazione gollista e Marine Le Pen, che non ha bisogno di presentazioni. In settembre Angela Merkel potrebbe essere confermata al Cancellierato, solo se riuscirà ad aggregare attorno a sé la coalizione che l’ha finora sostenuta. Su questo quadro peserà l’influenza del nuovo inquilino della Casa Bianca, che – per dirne una – ci ha già fatto sapere di considerarci degli scrocconi in fatto di  difesa e sicurezza e di avere intenzione di presentarci il conto. Sarà un salasso superiore all’intero bilancio dell’Unione, che costringerà i nostri leader a riflettere a fondo sulla differenza fra risse nazionaliste e solidarietà federale.

Dopo gli inevitabili scossoni elettorali, tutti i Paesi avranno bisogno di assestarsi su nuovi equilibri e di riconoscersi in una cordata di riferimento. Difficile che la Germania perda la leadership esercitata finora e facile che si guardi attorno per cercare alleanze. Dato che non le troverà nel Regno Unito disancorato dalla Brexit e diffiderà dello storico sovranismo della Francia, non potrà trascurare l’Italia per ricostruire un’Unione sfibrata dai populismi. Quale nostro leader potrà presentarsi a tali appuntamenti? Il Capo di un eventuale Governo tecnico non potrebbe reggere un confronto tutto politico, mentre uno di una coalizione a termine non sarebbe nemmeno preso in considerazione. L’unica strada utile potrebbe portarci ad elezioni anticipate per accodarci a quelle in corso in tutta Europa e farci trovare pronti verso la fine del 2017. Tuttavia ci manca perfino il mezzo per percorrerla, perché non si può certo far uso dell’Italicum per la Camera e meno ancora del Porcellum pesantemente emendato dalla Corte Costituzionale per il Senato. Un bel salto nel buio, con la speculazione internazionale dietro l’angolo come sempre accade quando la politica perde il controllo di un Paese.