Mercoledì 9 maggio si celebrerà in tutta l’Unione Europea “la festa dell’Europa”, una giornata per festeggiare, vivere insieme l’appartenenza ad una comunità e contemporaneamente l’interdipendenza fra i paesi che aderiscono a questo organismo sovranazionale.

Per i più giovani sarà un momento di festa quasi banale: sono ormai abituati a viaggiare in lungo e in largo per l’Europa usufruendo di voli a basso costo o treni TGV europei, ad assistere alle coppe di calcio europee, alle corse ciclistiche lungo le strade del vecchio continente, a passare le vacanze sulle piste di sci austriache o a crogiolarsi sulle spiagge spagnole, a visitare  capitali romantiche o aperte ad un avveniristico futuro, a comperare mobili svedesi, a cantare in inglese, a mangiare lo yogurt greco o la paella spagnola, a bere birra belga…

Per tutti dovrebbe essere un’occasione per riflettere sul più lungo periodo di pace (sette decenni!) goduto dai nostri paesi dal Rinascimento ai giorni nostri, per pensare a ciò che finora non ha funzionato, a quale tipo d’Europa vogliamo costruire in futuro. E’ la nostra Europa. E’ il nostro futuro. E’ la nostra responsabilità. E’ un tema troppo importante per lasciarlo solo in mano ai politici.

Non tutti gli europei d’oggi nutrono nei confronti dell’Europa lo stesso attaccamento dei loro genitori e dei loro nonni. A cent’anni dalla fine della prima guerra mondiale, le immagini televisive delle battaglie di trincea di Verdun o del Pasubio portate in casa dalle nuove tecnologie, o quelle di un continente diviso dal muro di Berlino, sono state sostituite da quelle di generazioni che possono trasferirsi da un paese all’altro per lavorare o per studiare.

Il 9 maggio è un giorno speciale per conoscere la ricchezza della storia, della cultura, dei paesaggi della nostra Europa. E’ un giorno in cui sentirsi fieri di far parte della famiglia dei popoli europei e della loro interdipendenza, anche se ultimamente c’è qualche paese tentato di dire: “Io per primo! Il mio paese anzitutto!”, mentre la legge della solidarietà, che è il cemento che lega tutti i paesi dell’Unione, ci porta a dire “l’altro in primo luogo” e il paese migliore è quello che persegue il bene comune europeo.

Perché si è scelto tale data? Perché il 9 maggio 1950, cinque anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, che aveva visto paesi europei affrontarsi tra due schieramenti opposti, quando le macerie erano ancora fumanti e si piangevano ancora i morti, il ministro francese degli Affari Esteri Robert Schuman propose ai paesi, che avessero voluto aderire, di unirsi in una Comunità che, passo dopo passo, arrivasse all’unità politica dell’Europa per salvaguardare la pace e assicurare prosperità al vecchio continente. All’odio, Schuman volle sostituire il perdono, la riconciliazione, la concordia.

Oggi l’Europa si è trasformata in un’Unione di 500 milioni di cittadini che vivono liberi in una delle economie più prospere del mondo.

In questi 68 anni la pace è stata duratura. La democrazia liberale e i diritti umani  (dignità umana, libertà, uguaglianza, stato di diritto) sono stati rispettati anche se in alcuni paesi si notano derive autoritarie e rischi per la democrazia:  l’Europa ha iniziato per questi paesi membri una pesante procedura che potrebbe portare anche alla loro estromissione dall’Unione. Il mercato unico ha favorito la libera circolazione delle persone e delle merci. La moneta unica, che oggi circola in 19 dei 27 stati membri, è la seconda valuta internazionale di cui beneficia ogni esportatore e ogni cittadino. Negli ultimi vent’anni il Pil pro-capite è quasi raddoppiato, il divario retributivo tra i due generi è diminuito del 6% negli ultimi cinque anni…

Oggi l’Europa si è trasformata in un’Unione di 500 milioni di cittadini che vivono liberi in una delle economie più prospere del mondo. Tutto bene, dunque? No.

 Notiamo uno scostamento importante, un distacco prevalente tra i valori fondanti la prima Comunità voluta da Robert Schuman, e dagli altri padri fondatori, e la memoria. Quando si crea questo divario, alla fine si profilano difficoltà, disagi, disorientamenti, ricerca confusa di qualcosa di diverso.

Nella sua dichiarazione del 9 maggio 1950, Robert Schuman così si esprimeva: ”L’Europa non è stata fatta ed abbiamo avuto la guerra. L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino una solidarietà di fatto.” Contro le derive autoritarie, i movimenti populisti e sovranisti, gli egoismi nazionali occorrono maggiore coesione politica e un nuovo ordine economico. Occorrono “realizzazioni di fatto”: l’unione bancaria, una politica economica comune, un’unione fiscale che mirino tutte all’unione politica. Occorrono soprattutto dei nuovi leader nazionali capaci di cedere una parte di sovranità all’Unione Europea e contemporaneamente di combattere le tendenze disgregatrici che aspirano ad una sovranità assoluta non sottoposta ad alcun vincolo esterno.

Gli equilibri geopolitici stanno cambiando sotto i nostri occhi e il peggiore errore che   potrebbe fare l’Europa è di subire passivamente la pressione degli stati ultra-liberalisti. L’Europa ha bisogno, al contrario, di una reinvenzione del suo modello economico, di un nuovo patto sociale, di una comune politica dell’immigrazione, di una politica per ricostruire la coesione sociale tendente a ridurre sotto soglie minime la disoccupazione, la povertà, i disagi abitativi, la mancata educazione giovanile.

Robert Schuman, questo oscuro deputato della Lorena francese, il 9 maggio 1950 fece irruzione nella storia come un profeta che indica al popolo europeo la strada della pace con la sua voce che, come recita un aforismo ebraico, “fa sprizzare scintille divine dalle pietre”: dall’odio, dalla discordia, dalla lotta fratricida ha fatto spuntare germogli di pace e ha tradotto la speranza di milioni di donne e uomini in un concreto atto di fratellanza. Questo atto oggi appare scontato, ma potrebbe diventare incerto se gli europei non raccogliessero la lezione del 9 maggio 1950.