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Scienza ed Economia

Giovedì 14 marzo si è tenuto il secondo incontro del ciclo “Cresciamo con l’Europa”, dedicato a scienza ed economia. Lo ha introdotto Dino Menarin, molto conosciuto a Vicenza per aver ricoperto numerose cariche di rilievo nel settore sia pubblico che privato ed ora membro dell’Associazione “Aristotele”, promotrice dell’iniziativa. Ha sottolineato l’importanza di questa serie di incontri nell’imminenza delle elezioni di maggio, augurandosi possano colmare il gap d’informazione che  molti cittadini lamentano quando devono guardare all’Europa.

Scienza

Ha preso la parola per primo Paolo Vidali, docente al Master in comunicazione delle scienze all’Università di Padova e Professore di storia e filosofia al Liceo scientifico “Quadri” di Vicenza, nonché Accademico olimpico. Ha scelto come filo conduttore la domanda se la cultura scientifica aiuti ad essere europei. La prima risposta è che la cultura europea non nasce con la scienza. In età medioevale l’Europa c’era già, aveva una lingua comune ed un suo sistema culturale di riferimento, che oltrepassava i confini politici e territoriali.

Il pensiero scientifico moderno nasce tra il XVI ed il XVII secolo, con alcuni grandi nomi. Galileo (1564-1642) si distacca per primo dalle finalità metafisiche che aveva avuto fino ad allora il sapere e ammonisce a “non tentar l’essenza”, a limitarsi cioè ad obiettivi solo apparentemente più ristretti. L’uomo non ha la possibilità di cogliere d’un balzo i valori intimi della realtà, ma può accostarsi a questi dandosi un metodo di indagine. La matematica è la lingua della natura e deve imparare ad usarla, se vuole cominciare a comprenderne i segreti. Le sue conoscenze sono infinitamente limitate rispetto a quelle di cui dispone Dio, ma gli si può avvicinare contando sulla ragione e sul suo impegno. Contributi importanti sono poi venuti da Descartes (1596-1650), che trovava intollerabile la mancanza di certezze nei risultati degli studi dell’epoca ed ha elaborato un suo metodo scientifico. Ha influenzato in questo inizialmente Locke (1632-1704), che tuttavia gli si opponeva sostenendo che la sperimentazione era approssimazione e che per arrivare ad una dimostrazione era necessario attraversare stadi intermedi di conoscenza. Nella diffusione delle nuove conoscenze un ruolo importante ha avuto la Royal Society fondata nel 1660, cui hanno aderito numerosi intellettuali, dal chimico Boyle fino a Newton, che ne è stato presidente. Erano soliti riunirsi al Gresham College di Londra e hanno scelto come parola d’ordine “nullius in verba”, per sostenere che niente era accettabile se non era prima passato al vaglio della critica e della sperimentazione.

Per venire ai nostri giorni, ogni scienza presuppone la comprensibilità del mondo, si riferisce a realtà pubblicamente accessibili, è impregnata di profonda laicità, creatività, immaginazione, si espone al dubbio. E’ relativistica, come la stessa democrazia. Attualmente il metodo scientifico si articola in varie forme, ma fondamentalmente in due categorie. Vi sono anzitutto le scienze naturali, che indagano la natura delle cose e cercano di individuare la regolarità dei fenomeni; poi le scienze sociali, talvolta chiamate “molli”, che seguono percorsi diversi raramente riconducibili alla matematica. Va riconosciuto che l’Unione europea sostiene entrambe le categorie e ha reso disponibili finanziamenti per 80 miliardi di euro nel periodo 2014-2020 attraverso il programma Horizon.

Economia

Di economia ha parlato Riccardo Fiorentini, Professore associato di Economia politica all’Università di Verona e direttore del polo scientifico e didattico Studi sull’impresa presso la sede di Vicenza. Ha esordito, riferendosi alla classificazione dell’economia tra le scienze sociali per dire che è la meno “molle” di questo insieme e che da decenni nelle sue analisi fa largo uso di modelli matematici. Bastano alcuni dati per delineare il profilo dell’Europa, intesa come gruppo di Paesi aderenti all’Unione. Ha 500 milioni di abitanti, un Pil medio pro capite di 30mila dollari/anno (contro i 57mila degli Usa e gli 8mila della Cina), è al 1° posto nella classifica delle importazioni ed al 2° in quella delle esportazioni a livello mondiale. E’ pertanto una grande potenza e può confrontarsi con Paesi di dimensione continentale come Usa, Cina, India, se prosegue nel progetto di integrazione iniziato con i Trattati di Roma del ’58 e consolidato con quello di Maastricht del ’92, che ha generato la moneta unica. Purtroppo questa grande esperienza si è interrotta e da qualche anno serpeggiano un po’ovunque movimenti nazionalisti e populisti che la contestano e intendono ritornare ad un impossibile passato. Le sue criticità sono da tempo evidenti e possono essere riassunte in una unione monetaria priva del suo necessario completamento fiscale, con la conseguenza che ognuno fa le politiche di bilancio che crede; in una rappresentanza democratica deficitaria, che si vede anche dal fatto che tra poche settimane andremo ad eleggere i componenti del nuovo Parlamento europeo su base nazionale; nella affermazione di identità nazionali separate, che non hanno ancora trovato un punto di raccordo per far nascere una identità europea che le riassuma, limitatamente ad alcuni settori come l’economia, la difesa, la politica estera, l’immigrazione.

Come uscirne? Si prospettano tre possibilità. La prima è quella in cui siamo immersi da anni, cioè continuare nello status quo che vede dominanti i singoli Stati attraverso il Consiglio. E’ un organismo intergovernativo nel quale si vota all’unanimità ed ogni singolo Stato anche il più piccolo ha il potere di bloccare tutto. Parlamento e Commissione sono gli unici organi comunitari, ma hanno un potere residuale. La seconda è l’uscita dall’euro, che molti invocano per tornare alla lira e praticare le svalutazioni competitive. La conseguenza sarebbe che gli altri Paesi imporrebbero dazi alle nostre esportazioni e la nostra economia ne verrebbe distrutta. La terza possibilità è l’avanzamento del progetto di integrazione in senso federale. Di esperienze in tal senso è piena la storia. Usa, Canada, Sud Africa, India, Australia sono Stati federali e da noi la Svizzera, la Germania. La stessa Italia ha somiglianze federali dall’istituzione delle regioni. Si tratta di evolvere verso un modello idoneo alla nostra storia, sensibilizzando le popolazioni.

L’incontro si è concluso con uno spazio al dibattito, avviato da diverse domande cui i relatori hanno risposto chiarendo il proprio pensiero.

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