Nella guerra di Siria, Macron si è comportato da solitario protagonista e ha lacerato le già deboli relazioni fra i Paesi europei. La Germania non l’ha seguito in questa avventura e non intende seguirlo nemmeno nelle proposte di riforma dell’eurozona. L’Italia è perdente nel confronto tra interessi nazionali e deve adoperarsi per rilanciare il progetto europeo

I missili lanciati in territorio siriano la notte tra il 12 ed il 13 aprile da aerei, navi e sottomarini occidentali in permanente pattugliamento nel Mediterraneo non hanno prodotto molti danni. Sono stati in gran parte intercettati e i pochi giunti a destinazione hanno colpito obiettivi di dubbia rilevanza senza vittime umane. Per contro in Europa hanno provocato un terremoto politico, approfondendo linee di faglia esistenti da tempo tra i due maggiori Paesi e velate dal linguaggio felpato delle diplomazie.

Cominciamo dalla Francia. Richiamato alla fedeltà atlantica, Macron non ha esitato un attimo e si è dimostrato un alleato ancor più disponibile di Theresa May, che pure ha una speciale relazione con Donald Trump. Può darsi che sia stato sollecitato dall’apparato militare, che già aveva spinto Hollande nelle braccia di Obama quando questi nel 2013 aveva incautamente annunciato di voler invadere la Siria. Però è anche vero che poche ore prima della decisione ufficiale si era intrattenuto col Ministro della Difesa dell’Arabia Saudita, cui aveva confidato lo schema dell’attacco motivandolo come limitata reazione all’uso delle armi chimiche da parte di Assad. Nella circostanza, ci ha messo pertanto del suo e la spiegazione più convincente è che abbia approfittato dell’occasione per accreditare la Francia come prima potenza europea, vantando l’unico arsenale nucleare del continente ed un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Dopo il bombardamento dimostrativo, è volato a Washington per esporre al padrone di casa le sue idee sull’Iran e sull’ordine geo politico in generale, bypassando disinvoltamente tutte le autorità di Bruxelles compresa la nostra Federica Mogherini che pure sarebbe il Ministro degli Esteri europeo. Abbiamo pertanto un Macron a tutto campo che intona adesso la Marsigliese ed ha dimenticato l’Inno alla gioia, cui aveva dato la precedenza nella festosa notte dei risultati elettorali e della sua promozione all’Eliseo.

Gli entusiasmi sollevati dalla sua fortunata campagna presidenziale si sono parecchio raffreddati. Appena un anno fa, aveva annunciato l’intenzione di abbandonare la linea interventista dei suoi predecessori in Libia, nel Mali e nella stessa Siria e di lavorare per la costruzione di una vera integrazione politica europea non limitata agli aspetti militari. L’aveva ribadita il settembre scorso col celebratissimo discorso alla Sorbona, spendendosi per un’Europa unita, sovrana e democratica con parole che evidentemente nel suo retropensiero si riservava di tradire.

Veniamo alla Germania. Non ha partecipato al blitz siriano, anche se non lo ha contrastato. Non ha infatti una presenza militare nella regione e nemmeno insegue primati su questo piano. Ha già una posizione di forza sul piano economico ed è questa che intende  consolidare, ponendosi come rigoroso guardiano delle politiche di bilancio dei Paesi membri. Ha richiamato innumerevoli volte anche l’Italia al rispetto dei parametri di Maastricht per voce soprattutto di Wolfgang Schauble, politico di lungo corso nelle fila della Cdu, nel Bundestag ininterrottamente dal 1972, più volte Ministro e protagonista del progetto di riunificazione della Germania come delfino di Kohl. Incurante del fatto che il suo Paese aveva violato i limiti del deficit per tre anni consecutivi, dal 2002 al 2004, come Ministro delle Finanze è stato spietato con la Grecia dopo aver peraltro messo in sicurezza le banche tedesche che della sua crisi condividevano una buona dose di responsabilità. Nel 2010 è arrivato infatti a proporre di espellerla dall’euro e addirittura di sottrarle parte del patrimonio, depositandolo come garanzia in una finanziaria del Lussemburgo. L’avrebbe fatto se all’ultima ora non fosse intervenuta la mediazione della Signora Merkel, che peraltro è servita solo a congelare la situazione lasciando irrisolti tutti i nodi fondamentali. Sempre su pressione tedesca, il nostro Paese è stato costretto nel 2012 ad inserire nella Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio, cui il Governo Monti si è piegato facendo approvare al Parlamento la relativa modifica a tempo di record.

Eppure la Germania non è priva di una sua ispirazione europeista. E’ tedesco uno dei più importanti documenti che siano mai stati prodotti per l’integrazione ed è stato presentato al Bundestag dallo stesso enigmatico Wolfgang Schauble col compagno di partito Karl Lamers ancora nel settembre 1994. Il documento seguiva di poco la caduta del blocco sovietico e, nella previsione dell’allargamento ad est, sottolineava i rischi di una Unione troppo debole, frammentata in diversi sottogruppi e limitata agli aspetti economici. Era pertanto necessario rivederne l’intero impianto istituzionale e distinguere fra Paesi disponibili a darsi un modello federale ed altri interessati soltanto a partecipare ad una zona di libero scambio. Era l’idea dell’Europa a due velocità, che avrebbe dovuto essere costruita a partire dal suo nucleo centrale identificato in prima battuta nella stessa Germania in asse con la Francia.

Il nostro Movimento l’ha fatta propria e continua a sostenerla. Ma per essere tradotta sul piano istituzionale quest’idea ha bisogno di un bilancio autonomo dell’eurozona, del relativo Ministro delle Finanze, di un Fondo monetario europeo, di un’assicurazione comune sui depositi bancari, tutte misure che non possono avere oggi il consenso tedesco, se mai l’ha avuto. La nuova Grosse Koalition tra Cdu e Spd ha infatti una maggioranza parlamentare risicata e basta un niente per farla cadere sotto i colpi di Alternative fur Deutschland, dei liberali e dei franchi tiratori socialdemocratici che non le hanno votato  la fiducia per vendicarsi dell’estromissione di Martin Schulz. La governabilità si regge su un equilibrio precario, dopo che alle ultime elezioni larga parte della popolazione tedesca si è dimostrata scettica nei confronti dell’Unione e poco disponibile alla solidarietà verso i Paesi più deboli. Per sopramercato, il nuovo Ministro delle Finanze è ora Olaf Scholz, che in tre mesi di incarico non ha manifestato alcuna  apertura confermando la sua nomea di falco ancor più duro del suo predecessore passato alla presidenza del Bundestag.

In sintesi, i due principali Paesi europei hanno imboccato percorsi diversi con pochi elementi di contatto. Potranno raggiungere dei compromessi, che fanno parte della vita politica a tutte le latitudini, ma molti segnali portano a ritenere che puntino di fatto ad una spartizione politica dell’Europa per funzioni, assegnandosi l’uno la supremazia militare e l’altro quella economica. Sarebbe una nuova, inquietante, versione dell’Europa a due velocità.

E l’Italia? Ha sempre guardato con diffidenza all’asse Parigi-Berlino, temendo di finire in seconda fila. Ma adesso che quell’asse si è spezzato, deve temere molto di più: dalla Germania  deve aspettarsi una stretta sul proprio astronomico debito, dalla Francia molte altre Bardonecchie, da entrambe la solitudine di fronte all’immigrazione. Prospettive per noi penalizzanti, che tuttavia sarebbe sbagliato affrontare innalzando la bandiera dell’interesse nazionale. Perderemmo tutte le battaglie e lasceremmo sul terreno molte vittime. La bandiera da innalzare è quella con 12 stelle in campo azzurro e dovrebbe capirlo Parlamento, che ha al suo interno forze politiche europeiste largamente prevalenti anche se incapaci al momento di esprimere una maggioranza governativa. Saprà farlo?