“Andiamo verso un parlamento italiano, ma senza italiani a gestirlo”. Il 18 dicembre, due giorni prima delle elezioni politiche in Spagna il primo ministro socialista degli anni ’80 e ’90 Felipe Gonzalez era stato profetico (oltre a dimostrare una profonda conoscenza dell’attitudine del proprio popolo alla politica). Non a caso dalle elezioni di dicembre sono passati più di 4 mesi ma il quinto Paese dell’Unione Europea non ha ancora un governo espressione del nuovo Parlamento.
Ma andiamo con ordine. I risultati hanno consegnato una situazione assolutamente inedita per la Spagna. I due principali partiti, i popolari (centro-destra) e i socialisti, che hanno sempre ottenuto dal 1982 in poi più dell’80% dei seggi, si sono ritrovati con 123 e 90 deputati rispettivamente. Due nuovi partiti, il centrista liberal Ciudadanos e la nuova sinistra di Podemos (alleata localmente conaltri movimenti di sinistra), hanno ottenuto rispettivamente 44 e 69 seggi.
Dopo il voto il primo ministro uscente Rajoy ha di fatto escluso la propria disponibilità a costruire un
governo. Il Re Felipe VI ha dato quindi mandato al leader del secondo partito, il socialista Sanchez, di tentare di costruire una coalizione. Sanchez ha chiarito di voler costruire un governo per il cambiamento, escludendo dalle conversazioni i popolari. Dopo aver chiuso già a gennaio un accordo con Ciudadanos, però, tutti i tentativi dei socialisti di ampliare la coalizione sono naufragati in un reticolo di veti. Secondo i podemisti serve una coalizione di sinistra classica e Ciudadanos rappresenta un movimento di centro-destra. Secondo i socialisti Podemos fa il gioco del PP.
Secondo Ciudadanos si deve andare verso una grande coalizione tra PP, PSOE e Ciudadanos. Secondo il PP il governo del PSOE non s’ha da fare e basta, anche per i pessimi rapporti tra le dirigenze dei due partiti storici.
Nei fatti è impossibile costruire un’alleanza in Parlamento che sia genuinamente di sinistra, in quanto la somma tra PSOE e Podemos arriva a 159 deputati e anche aggiungendo le forze nazionaliste basche e Izquierda Unida alla coalizione mancherebbero 6 deputati. L’unico modo per costruire una coalizione senza né il PP né Ciudadanos sarebbe includere due partiti indipendentisti catalani, CDC (di centro-destra) e ERC (di sinistra). Ma questo apre un problema sul concetto di Stato e sulla possibilità di concedere un referendum sull’indipendenza catalana.
I primi tentativi di investitura, regolati dalla Costituzione spagnola in maniera molto macchinosa e rigida (con l’impossibilità, nei fatti, di poter tornare alle urne prima di 6 mesi dal voto), hanno portato alla bocciatura di Sanchez ad inizio marzo, votato in Parlamento solo da socialisti e Ciudadanos. Fra 10 giorni, il 2 maggio, ci sarà il secondo tentativo ma nulla fa pensare che produca qualcosa di diverso.
In sostanza il sistema politico spagnolo è bloccato da quattro diverse linee di frattura. La prima è quella classica tra forze progressiste (Psoe, Podemos) e liberali (Ciudadanos, PP). La seconda è quella sul modello di Stato: centralista (Ciudadanos, PP), regionalista/federale (PSOE), aperto ad accarezzare le velleità centrifughe (Podemos). In questa seconda frattura pesa moltissimo la volontà indipendentista catalana, tentata in tutti i modi (legali) da una coalizione che raggruppa circa la metà dei voti dei catalani (che si sentono di parlare a nome di tutti, come quasi sempre i movimenti indipendentisti). La terza è quella tra “nuova” (Podemos, Ciudadanos) e “vecchia” (PP,PSOE) politica: è significativo che la Spagna (assieme al Portogallo e all’Irlanda) sia l’unico Paese che dalla crisi economica sia uscito senza la nascita di nuovi partiti di estrema destra ma con la nascita di nuovi partiti comunque ascrivibili all’alveo democratico tipico dei Paesi occidentali. La quarta è la reciproca profonda antipatia tra Rajoy (PP) e Sanchez (PSOE) che rende, con i soggetti in campo, impossibile una qualsiasi ipotesi di grande coalizione. Anche se ormai si comincia a parlare sempre più diffusamente di un “Monti” spagnolo.
Queste quattro fratture e un sistema politico non caratterizzato da stagioni di compromessi, dato che dal ritorno della democrazia la Spagna ci sono stati solo governi monocolore (anche se alcuni di minoranza) rendono molto probabili nuove elezioni. Peccato che tutti i sondaggi fotografino una situazione identica a quella di dicembre. Insomma, prima o poi dovranno mettersi d’accordo. Prima o poi dovranno venire a fare ripetizioni di politica italiana. Nel bene. E nel male.