Evocare il federalismo Usa è un errore concettuale prima ancora che lessicale. I Paesi europei stanno seguendo un percorso di integrazione che non ha precedenti storici

Sentiamo spesso parlare di Stati Uniti d’Europa come di un modello, cui i Paesi europei dovrebbero aderire per superare la crisi dello stato nazionale. Lo leggiamo nei giornali, lo sentiamo ripetere nei Convegni e perfino dalla voce di molti federalisti, che ne hanno fatto una bandiera. L’espressione può essere di qualche utilità come slogan per dare una prima idea del tema a chi ne è digiuno, ma al di là di questo è sbagliata e pericolosa perché diffonde la convinzione che siamo perduti, se non arriviamo ad una Costituzione federale modellata su quella che gli Usa si sono dati a fine ‘700.

Quando si sono federati, gli Stati americani erano 13 piccole colonie inglesi con appena qualche milione di abitanti schierate lungo la costa atlantica, con strutture economiche e urbanistiche relativamente elementari. Si erano rivoltate contro la madrepatria per una questione di carattere fiscale, non sopportando l’imposizione di balzelli su beni di prima necessità decisi a Londra senza poter interloquire. Si sentivano quindi legate da interessi ricorrenti nella vita quotidiana e non avevano esitato a costituirsi in Confederazione per affrontare unite l’impegno della guerra. Una volta conclusa questa vittoriosamente, avevano cominciato a dividersi su due fronti opposti, l’uno a favore di un forte Stato unitario sul modello della Francia o della stessa Inghilterra, l’altro a favore del mantenimento di singole sovranità migliorando gli accordi già esistenti. Erano le due posizioni che potevano assumere, guardando alle esperienze storiche maturate in Europa, ma erano entrambe insoddisfacenti. A Filadelfia nel 1787, hanno trovato una formula originale in via di compromesso, che sarebbe poi stato chiamata federalismo: accanto al Congresso degli Stati sarebbe stata creata una seconda Camera a rappresentanza popolare ed in cima alla piramide costituzionale sarebbe stato posto un Presidente ad elezione diretta. Sappiamo che l’intesa formale è stata trovata in pochi mesi di infuocate discussioni e che di fatto i contrasti si sono perpetuati per molto tempo fino a sfociare decenni dopo nella sanguinosa guerra di secessione. Però quella formula ha tenuto ed è stata in seguito imitata con adattamenti da Canada, Sud Africa, Australia, India e vicino a noi dalla Svizzera a metà dell’800.

Per contro, l’esperienza europea è nata da una disastrosa guerra civile che ha opposto Stati popolosi, motivati da un accesi sentimenti nazionali, orgogliosi della propria sovranità in alcuni casi di tipo imperiale. Nonostante queste macroscopiche diversità, alla metà del secolo scorso il federalismo americano affascinava ancora ed è stato il modello, cui i nostri padri fondatori si sono ispirati per muovere i primi passi verso l’integrazione. Questa è avanzata per tappe successive con benefici crescenti fino a Maastricht nel ’92, quando tutto si è inceppato. La moneta unica è andata a toccare il cuore del potere degli Stati e ha provocato ripensamenti diffusi al punto che oggi nessuno è disposto a cessioni di sovranità ulteriori per completare l’integrazione. In questo momento tutti sono arroccati nei loro confini nazionali e Bruxelles è rimasta sola. Ma sono sole anche Londra Parigi, Berlino, Roma di fronte a sfide che non possono affrontare separatamente, come i focolai di guerra ai loro confini, le ondate migratorie, il terrorismo e la criminalità internazionale.

Guardando ai possibili sbocchi, non si vedono le condizioni per una Filadelfia europea. Non è pensabile cioè che gli Stati europei trovino un accordo sulla falsariga della Costituzione Usa e meno che mai che possano riconoscersi in un esecutivo comune con un forte potere presidenziale, anche se per un limitato numero di materie. Ma non mancano percorsi alternativi. Quello più seguito e discusso nasce dall’idea che si possa avere un’Europa a cerchi concentrici, con un nucleo centrale riservato agli Stati disponibili ad approfondire l’integrazione ed un cerchio più largo aperto a quelli interessati solo ad un rapporto di cooperazione economica. E’ lo schema sostenuto da tempo dal nostro Movimento e fatto proprio dal Ministro Gentiloni, che richiederebbe una riforma delle istituzioni comunitarie e quindi dei Trattati vigenti.

Un’ipotesi molto diversa, parte dal presupposto che non sia possibile e nemmeno auspicabile costruire un Super Stato legato ai singoli Stati nazionali da Trattati sia pure di rango costituzionale. Sarebbe una costruzione di stampo ottocentesco superata dalla storia e dalla realtà dei fatti, se guardiamo alla riottosità di tutti i leader a legarsi le mani cedendo stabilmente quote di sovranità nazionali. Ciò che accade invece è una sorta di gioco politico a geometria variabile, fatto di accordi per singole materie di cui l’euro è un esempio, che potrebbe essere seguito da altri nel campo della difesa e della politica estera non necessariamente fra gli stessi Stati. E’ la strada percorribile tramite le Cooperazioni rafforzate previste dai Trattati vigenti e suggerita da alcuni studiosi fra cui un europeista come Ulrich Beck, che la ritiene idonea per approfondire l’integrazione nel rispetto delle diversità delle culture delle comunità europee e dello spirito di indipendenza che le anima. Secondo il grande sociologo tedesco recentemente scomparso, i nostri Paesi non possono sottrarsi all’impegno di una negoziazione continua nella ricerca di una terza via tra federalismo e nazionalismo, di cui manca ancora il nome.

Quale che sia lo schema prescelto, l’Europa dovrà farne uso per reagire alle pressioni che si stanno addensando ai suoi confini. Diversamente dagli Usa, non è protetta da due oceani e dovrà trovare nella solidarietà l’arma per difendere il livello di benessere e civiltà conquistato nella sua lunga storia.