“La rivoluzione o sarà etica o non sarà mai.”   Foucault

Charlottesville, 13 agosto 2017. Un corteo composto da neonazisti e suprematisti bianchi si raduna per tenere una manifestazione volta a protestare contro la rimozione di una statua intitolata a Robert E. Lee, generale che combatté tra le file dei confederati, ossia i sostenitori della schiavitù. Un gruppo di antirazzisti decide di opporsi al corteo. Scoppiano gli scontri. La violenza s’inasprisce in maniera tanto preoccupante, che il governatore Terry McAuliffe non può evitare di dichiarare lo stato di emergenza, giungendo addirittura ad allertare la Guardia Nazionale. Non è sufficiente. Una vettura si lancia contro il gruppo degli antirazzisti. Travolge una ventina di persone. Ne uccide una. Esplodono le polemiche. La condanna di Obama, l’ambiguità di Trump, le parole di Clinton, l’intervento dei Bush, le critiche di Rubio.

Non certo un caso isolato: a Baltimora sono stati rimossi quattro monumenti legati alla memoria dei confederati, in California è stato eliminato un mausoleo intitolato ai veterani sudisti che si trovava presso l’Hollywood Forever Cemetery, e la stessa sorte toccherà ad altri monumenti situati nel Kentucky, nel Maryland, a Dallas, nel Tennessee, a San Antonio e a Jacksonville, Florida. A New York si sono verificate accese contestazioni rispetto al “Columbus Day” e al monumento dedicato a Cristoforo Colombo, simbolo di un’invasione che condusse a tremendi massacri. A Chicago è stata organizzata una protesta contro il monumento intitolato all’aviatore fascista Italo Balbo. Tante sono le figure istituzionali che hanno scelto di impegnarsi affinché scompaia ciò che Mike Rawlings, sindaco di Dallas, ha definito “totem pericolosi”. Pare che anche in Italia si sia diffusa una tendenza simile: Emanuele Fiano, tra i rappresentanti del Pd, si è recentemente dichiarato favorevole all’abrasione di alcune incisioni di memoria fascista che tuttora svettano su determinati monumenti; inoltre, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia si è detta contraria all’introduzione di una targa con la quale commemorare Giuseppina Ghersi, tredicenne filofascista che i partigiani assassinarono brutalmente.

In un periodo tanto denso d’estremismi, il passato ha inevitabilmente bussato alle porte del presente, ponendo dinanzi all’intera umanità alcune domande dalla natura assai scomoda: prima di ragionare attorno alla questione relativa ai monumenti, infatti, è bene tenere a mente che la nostra storia non è una splendente sfilata di pacifici eventi, anzi: è intrisa di stragi, eccidi, massacri, torture, guerre, ingiustizie, soprusi e altre orripilanti aberrazioni. Può forse essere comodo un passato simile? Può forse essere comodo un passato nel quale si annidano Hitler e i milioni di ebrei uccisi nei campi di concentramento? Discutere di ciò che proviene dal passato è necessario, ma non è affatto semplice: ecco perché i fatti avvenuti durante l’estate appena trascorsa hanno animato tante discussioni ed esasperato tanti animi.

Le contestazioni finalizzate a ottenere la rimozione di determinati monumenti si sono concentrate e si concentrano tuttora intorno alla seguente forma mentis: quel monumento rappresenta un personaggio che agì in nome di ideali che io non condivido, dunque il monumento in questione deve sparire. Essenzialmente, si tratta di un percorso che attualizza un particolare oggetto, privandolo della possibilità di essere inquadrato con consapevolezza storica. In questa forma mentis, seppur seguendo la strada inversa, ricadono anche i nostalgici che, appoggiando la visione dei confederati, degli schiavisti, dei suprematisti e dei razzisti, difendono la presenza degli stessi monumenti di cui prima: secondo la loro forma mentis, giacché quel monumento rappresenta un personaggio che agì in nome di ideali da loro ripresi, tale monumento deve restare dov’è. (Poco importa che i soggetti in questione mascherino il ragionamento appena descritto parlando di “Storia”: il favore da loro riservato a certi simulacri ha valore esplicitamente ed esclusivamente ideologico.)

Ecco, allora, la scottante domanda: è possibile evitare che i nostalgici sfruttino determinati monumenti come se fossero templi da venerare, e che gli stessi monumenti vengano ritirati dalla memoria civile? Non bisogna scordare, infatti, che le formae mentis descritte in precedenza, se estremizzate, potrebbero condurre a scenari dalle tinte inquietanti: da un lato, i suprematisti potrebbero acquisire nuovo vigore sfruttando una bieca retorica basata sull’esaltazione di simboli che provengono dal passato e che nel passato dovrebbero rimanere; dall’altro, un eccesso di zelo potrebbe generare assurde proposte: alcuni potrebbero sostenere la distruzione delle strutture che nel Novecento funsero da campi di concentramento, ora trasformate in luoghi di riflessione e consapevolezza, mentre altri potrebbero appoggiare lo smantellamento delle arene nelle quali i gladiatori combattevano sino alla morte o delle colonne che celebrano le sanguinarie vittorie riportate dai condottieri romani che vissero secoli or sono, quando la schiavitù rientrava nella normalità quotidiana.

La soluzione? Due parole: consapevolezza e istruzione. I luoghi e gli oggetti che ci circondano nascondono sempre una storia, una singolare sequenza di fatti, significati e nomi: ognuno di noi, esplorando gli spazi della nostra realtà, non dovrebbe mai cessare di porsi domande, di indagare, di capire, di ragionare, di criticare. A questo atteggiamento mentale dovrebbero tendere l’istruzione pubblica e privata: abituando il proprio intelletto a questo ethos, infatti, è possibile estendere le proprie conoscenze e imparare a contestualizzare con precisione ciò che ci circonda, evitando sfoghi distruttivi, sterili forme di rifiuto e pericolose fascinazioni. La conoscenza, non serve ricordarlo, è fonte di libertà. Che vengano rimossi e trasportati in un museo (spazio che offre sempre ottimi margini critici). Che siano lasciati laddove si trovano. Poco importa. La violenza, e verbale e fisica, che il dibattito riguardante i monumenti ha generato lascia intendere che l’umanità ha bisogno soprattutto di consapevolezza e istruzione. L’umanità necessita di accorgersi della propria natura promiscua: l’azione umana spesso non si sviluppa entro ideali confini dai tratti manichei – o è buona o è cattiva. L’azione umana è sia buona sia cattiva: tremendamente controversa. Ecco perché è meglio evitare qualsiasi forma di esaltazione o mitizzazione, processi che sovente originano una sorte di alienazione feuerbachiana all’inverso. Noi, uomini del passato e del presente, abbiamo creato l’imperfetta realtà che abitiamo: il passato è gravido di insegnamenti e moniti da cogliere con intelligenza critica, il futuro attende le nostre idee migliori.