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Economia, Politica interna

Tassare il volontariato? Meglio riformarlo

Ha suscitato scandalo l’eliminazione in finanziaria della norma, che riduceva del 50% l’imposta sui redditi di alcuni Enti di volontariato. Ma quando questi si spingono oltre i confini della gratuità  ed invadono l’area delle attività commerciali, l’imposta è inevitabile e non è nemmeno equo che sia agevolata per particolari categorie. La riforma del Terzo Settore in itinere fornisce l’occasione per ripensare questa realtà ed il suo ruolo nella società italiana.

 

Dopodomani il Governo incontra il mondo del volontariato, che ha protestato contro l’aumento della tassazione sui redditi decisa dalla finanziaria per il 2019. La sua voce è stata parecchio amplificata dai media, che hanno denunciato la iniquità, definendola un pugno nell’occhio di chi si impegna a far del bene ai propri simili per solidarietà e senso civico. Molti uomini e donne di tutte le età si rendono disponibili ad erogare servizi di assistenza e prossimità in cambio di niente, tappando così le falle di uno Stato che non ce la fa ad assistere le categorie del disagio, di cui è piena la nostra società, non solo quella italiana. Perché dunque infierire, applicando una tassa?

Questo il senso di molti scandalizzati commenti apparsi sui maggiori quotidiani e rimbalzati sulle reti televisive, che hanno indotto la maggioranza governativa a promettere di ritirare la norma all’inizio del nuovo anno. La protesta di questo mondo apparentemente minore è stata così incisiva da ottenere risultati dove hanno fallito i c.d. poteri forti. L’Ordine dei Commercialisti ha calcolato che nel prossimo triennio su banche, assicurazioni ed imprese graveranno maggiori imposte per 12 miliardi, senza contare il taglio di 5 miliardi sugli incentivi finanziari. Tagli di spesa hanno colpito anche la scuola, i beni culturali, la protezione civile ed altri importanti ambiti, producendo reazioni che non hanno avuto alcun esito. La protesta contro la tassazione del volontariato (non profit, terzo settore) ha invece avuto successo, senza che nessuno scendesse in piazza o bloccasse il traffico. Per invertire la rotta, pare sia bastata una telefonata tra una portavoce del Ministero dello sviluppo economico e i francescani di Assisi, che avevano pubblicato un editoriale critico sul loro sito cliccato da un milione di follower.

Tecnicamente la norma contestata riguarda Società di mutuo soccorso, Enti ospedalieri, Enti di assistenza e beneficenza, Scuole ecclesiastiche, Accademie, Fondazioni culturali e scientifiche, perfino Istituti di case popolari, per i quali ancora nei primi anni ’90 era stato stabilito che l’Ires (allora Irpeg) dovuta per profitti da attività commerciali fosse ridotta del 50%. Dopo che la legge finanziaria 2016 aveva fissato l’imposta ordinaria al 24%, quella agevolata era scesa al 12%, con un minor gettito per il fisco di un centinaio di milioni di euro/anno. Nella ricerca di coperture al proprio programma, il Governo in carica ha intercettato anche questa agevolazione e deciso di sopprimerla, equiparando gli utili del non profit a quelli del for profit.

Il non profit si contraddice, quando genera utili? Il volontariato non ha perso lo spirito di carità e fede delle Confraternite, che in età medioevale assistevano poveri, ammalati, storpi, senzafamiglia. Ma quello moderno ha assunto forme organizzative complesse e deve vedersela con i relativi costi, non essendo sufficienti i versamenti di associati e simpatizzanti e nemmeno occasionali elargizioni liberali. Per autosostentarsi ha bisogno di entrate proprie anche di carattere commerciale, che il legislatore ha consentito esentandole dalla tassazione, a condizione che siano finalizzate agli scopi istituzionali e siano marginali, comunque non prevalenti sul totale delle entrate. Questa soglia tuttavia si è rivelata troppo stretta per diverse organizzazioni di notevole dimensione, che hanno dovuto assoggettarsi alla ordinaria tassazione sui redditi per parte preponderante della propria attività e ne hanno reclamato un alleggerimento. Questo è stato concesso con la agevolazione appena soppressa, che si riferiva peraltro ad Enti dotati di personalità giuridica e quindi ad una parte minoritaria anche se importante del mondo del volontariato.

Per averne una visione d’insieme è di aiuto l’Istat, che nel 2011 ha effettuato un primo censimento di queste attività e lo ha recentemente aggiornato per via campionaria. Le istituzioni non profit in Italia sono poco meno di 350 mila e danno occupazione a 800 mila dipendenti, coinvolgendo 5 milioni di volontari. Hanno il loro settore di punta in quello socio sanitario, ma sono presenti in molti altri come la tutela ambientale, la protezione civile, la cultura, la ricerca scientifica.

Giuridicamente sono divise in tipologie diverse: Comitati e libere Associazioni ex codice civile, come il nostro Movimento, cui si aggiungono Associazioni di volontariato, Associazioni di promozione sociale, Associazioni sportive dilettantistiche, Società sportive dilettantistiche, Cooperative per disabili, Cooperative per l’inserimento lavorativo, Fondazioni tradizionali, Fondazioni di partecipazione, a loro volta differenziate fiscalmente se qualificabili come Onlus. Una galassia dispersa in tanti corpi grandi e piccoli, che aspetta da tempo di essere ricondotta a sistema.

Tutti questi Enti condividono la necessità di una linea di demarcazione chiara fra le attività istituzionali e quelle commerciali, divenuta sempre più esile e tortuosa negli ultimi anni. Dovrebbe provvedervi la riforma del Terzo Settore varata nel 2017 con rinvii a molti decreti attuativi, compreso uno relativo a questo tema. Il ritardo della sua emanazione è sintomatico della sua criticità, che riguarda la perimetrazione dell’area di attività fiscalmente intangibile. Dovrebbe provvedervi anche la contestuale riforma dell’Impresa sociale, che prevede la possibilità di girare a speciali riserve gli utili e consentirebbe agli Enti, che ora protestano, di evitare la tassazione solo adeguando i propri statuti alle regole di questo moderno contenitore di attività commerciali orientate al bene comune.

Entrambe le riforme sono largamente imperfette e sono già state corrette in vari punti, mentre la discussione continua. Un qualificato parlamentare di parte governativa le ha definite mediocri e disordinate, chiedendone la completa riscrittura nell’ambito dei lavori della prima Commissione del Senato competente per gli affari costituzionali. Non sarebbe male se, anziché dividersi nella difesa di antichi privilegi, il mondo del volontariato vi contribuisse per avere una normativa finalmente in linea con le sue esigenze e con il ruolo che può utilmente svolgere per la società italiana.

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