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Politica estera

Trump ai ferri corti con Biden

Nel bel mezzo di una pandemia che ha di fatto congelato la nostra vita per mesi, è difficile star dietro ai prossimi appuntamenti elettorali. A novembre però ce ne sarà uno che avrà conseguenze per l’intero pianeta: l’elezione del prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America, con l’uscente Trump che se la dovrà vedere contro Joe Biden. A mesi dalla sfida, per il Presidente in carica la situazione sembra parecchio nera. Infatti, nella media dei sondaggi ha lo svantaggio nel voto popolare più alto di sempre a questo punto della corsa (si parla di ben oltre 10 punti percentuali) ed è indietro nella maggior parte degli Stati-chiave. Sui social, i suoi sostenitori bollano come “fake news” il netto svantaggio, accusando i media di voler far cadere il Presidente e ricordando come 4 anni fa il tycoon fosse riuscito a rimontare una Hillary Clinton data come sicura vincente. La situazione sembra tuttavia abbastanza diversa dalla precedente contesa.

La prima grande differenza è l’avversario. Infatti, Clinton era vista come un candidato dell’establishment e dello status quo non solo a destra, ma anche a sinistra. Durante la campagna, fu incapace di compattare i democratici dietro la sua candidatura, presentandosi come rappresentante di un partito spaccato e in subbuglio. Questo ha spinto molti potenziali elettori a non andare alle urne, facendole perdere alcuni Stati in cui era data come vincente. Al momento, questa situazione non sembra ripetersi per Biden. Il candidato democratico è riuscito infatti ad ottenere immediatamente l’endorsement del suo rivale alle primarie Bernie Sanders, il quale ha prontamente dichiarato la sua stima per Biden spingendo l’ala più radicale del partito a sostenerlo. Questi ormai hanno accettato il fatto che qualsiasi candidato sia migliore dell’ultraconservatore Trump. Inoltre, Biden ha anche l’apprezzamento dei moderati di ambo i partiti, ricevendo un sostegno trasversale che esclude solamente i più conservatori. Sarà quindi molto più complesso usare la stessa tattica del divide et impera di 4 anni fa.

Allo stesso modo, il Partito Repubblicano fatica ad appoggiare interamente il Presidente uscente, accusato di aver preso eccessive posizioni estremiste per simpatizzarsi gli ultraconservatori bianchi. Se l’elettorato storico rimane ancora dalla sua parte, dato confermato dai risultati plebiscitari alle primarie, dall’altro sia gli indipendenti che membri del partito vecchio stampo faticano a sostenere Trump. Infatti, personaggi del calibro dell’ex-Presidente George W. Bush hanno già annunciato che non voteranno per il tycoon alle prossime elezioni. Questo potrebbe spingere i pezzi più moderati dell’elettorato repubblicano, i quali supportano Trump esclusivamente da un punto di vista economico e ne rigettano le caratteristiche più estremiste, a cambiare bandiera in vista di novembre. Starà a Trump convincerli a preferirlo rispetto ad un candidato che è ben rispettato anche tra le fila repubblicane.

Un altro aspetto chiave nello spiegare la differenza rispetto allo scorso confronto è la fine dell’effetto “novità”. Contro Hillary, Trump poteva giocare sull’ambiguità causata dal fatto che non si sapeva se avesse perseguito o meno la sua agenda una volta eletto. Molti moderati sono infatti andati alle urne consapevoli del fatto che il bilanciamento dei poteri gli avrebbe impedito di portare avanti le parti più estreme del programma. Dopo 3 anni e mezzo di presidenza, l’elettorato si è ormai reso conto di cosa possa e non possa fare. Il risultato, specie dall’inizio dell’emergenza sanitaria, è la mancanza di una leadership forte e coerente e un Paese sull’orlo della disgregazione su base razziale. Questi elettori sono quindi ora spinti, dopo aver voluto “provare” Trump pur di non votare Hillary Clinton, a ripristinare una Presidenza più consona alla situazione che stanno attraversando gli USA.

Nonostante tutto questo però, è impossibile dare Trump già per morto a novembre. 4 anni fa, un grande aiuto gli venne dato dalle ingerenze russe e dell’FBI durante il periodo elettorale ed è lecito aspettarsi che una cosa del genere possa succedere allo stesso modo, soprattutto dato che l’attuale strategia trumpiana di convincere l’opinione pubblica che Biden non sia mentalmente in grado di reggere la Presidenza non sembra funzionare. Una rimonta è tuttora possibile, specie considerando lo strano sistema elettorale americano che premia chi riesce a vincere di poco in certi Stati e può portare alla Casa Bianca anche chi perde il voto popolare. Però, in conclusione, per ora, sembra che il regno di Trump possa finire questo autunno, permettendo agli USA di riprendersi il ruolo di leader del mondo Occidentale che ha abbandonato in questi 3 anni e mezzo.

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