Durante la campagna elettorale ed oltre, il Presidente Trump ha diverse volte minacciato di ritirarsi dal NAFTA (North American Free Trade Agreement), accordo commerciale siglato nel 1992 fra USA, Messico e Canada. I punti che lo vedono distante dal Trattato sono molti. Inoltre The Donald non ha mai nascosto l’intenzione di erigere un muro al confine con lo Stato messicano per bloccare, afferma lui stesso, “il flusso di droga, crimine e immigrazione illegale negli Stati Uniti”.

L’accordo prevede il libero scambio in vista di un incremento degli investimenti negli Stati parti. Grazie al NAFTA le imprese statunitensi hanno spesso avuto l’opportunità di spostarsi proprio in Messico, ma Trump ha sempre gridato di essere contrario a questi “trasferimenti”.

Qualche giorno fa circolavano voci di corridoio sulla possibilità che il Presidente volesse firmare al più presto un ordine esecutivo da notificare al Congresso per comunicare la sua decisione di recedere dal Trattato. Non sarebbe stata una notizia del tutto inattesa: lo stesso Trump infatti aveva recentemente affermato che l’accordo è “molto, molto negativo per il nostro paese […], le nostre aziende, i nostri lavoratori e abbiamo intenzione di fare qualche grande cambiamento o di liberarci del Nafta una volta per tutte”.Nel giro di qualche ora però assistiamo a un dietrofront. Il Presidente messicano Enrique Pena Nieto e il premier canadese Justin Tradeau, a seguito della circolazione della notizia, contattano Trump chiedendogli di collaborare per rinegoziare l’accordo anziché abbandonarlo. Il Presidente USA annuncia così che si impegnerà per rendere il NAFTA più equo, poiché sino ad oggi ha favorito solo gli altri due Paesi contraenti, mentre si è dimostrato “una disgrazia” per gli Stati Uniti. Tuttavia questo cambiamento repentino di posizione risulta essere ambiguo: il New York Times infatti ha ipotizzato che si tratti di una strategia statunitense messa in atto per indurre Messico e Canada a ritrattare l’accordo.

Come testimonia il quotidiano Washington Post, la notizia dell’imminente abbandono dell’accordo da parte degli USA ha mobilitato alcuni esponenti dell’amministrazione statunitense, primi fra tutti il Segretario del Commercio e quello dell’Agricoltura. Questi ultimi fanno parte di quella corrente che viene definita “globalista” dell’amministrazione di Trump, infatti si sono sempre affermati a favore dell’interdipendenza fra le economie nordamericane.

Sebbene Trump abbia accettato di cercare un’intesa soddisfacente con Messico e Canada, non usa mezzi termini e preannuncia che se non dovesse riuscire nel suo intento, strapperà il NAFTA. Un ipotetico abbandono dell’accordo avrebbe sicuramente importanti ripercussioni: innanzitutto, aumenterebbero ovviamente i dazi e quindi i cittadini statunitensi pagherebbero molto di più i prodotti derivanti da Messico e Canada, con conseguente calo della domanda. Ciò favorirebbe l’acquisto di beni americani, non tassati dalle barriere commerciali: è proprio questo il punto evidenziato più volte da Trump con lo slogan “America first” anche in campagna elettorale. Ad una prima analisi superficiale sembrerebbe quindi che l’uscita dal Trattato gioverebbe all’economia degli USA. Dobbiamo però ricordare che alcune fasi della produzione dei beni americani, come quella dell’assemblaggio, avvengono all’estero; si andrebbe quindi a far perdere competitività alle imprese statunitensi.

Prima di prendere una tale decisione quindi, sarà meglio che gli Stati Uniti mettano sui piatti della bilancia vantaggi e svantaggi che ne conseguirebbero.