Sono passate poche settimane dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca; non è servito molto tempo per far capire a tutto il mondo che non stava scherzando durante la sua campagna elettorale: cercherà di portare a termine ciascun punto del proprio programma. In questo articolo cercherò di riassumere i passaggi fondamentali della presidenza Trump, con le dovute considerazioni del caso.

Si può partire persino prima dell’insediamento, quando, poco dopo essere stato eletto, ha deciso di ricevere la telefonata del Primo Ministro taiwanese. Gli sono bastati dieci minuti per ribaltare tutta la politica asiatica condotta da Obama e dai suoi predecessori. Trump non ha mai nascosto di considerare la Cina un nemico commerciale, per cui non ha perso l’occasione per ribadire che intende mescolare le carte in tavola – e non c’è modo migliore che appoggiare Taiwan nella sua battaglia politica per sfuggire al riconoscimento del territorio da parte del governo cinese.

A questo punto è necessario un breve inciso. Molti commentatori europei hanno visto nella mossa di Trump una certa inesperienza, giudicando inappropriato il comportamento tenuto con Taiwan. Eppure sono convinto che Trump la sappia molto più lunga di quei commentatori e che voglia agire in modo imprevedibile. Mentre i giornalisti continuano a trattarlo all’interno dei canoni della politica tradizionale, lui è totalmente estraneo a quegli schemi. Tuttavia, dietro ad ogni sua mossa c’è un disegno preciso. Ad esempio, la telefonata con Taiwan è solo un pretesto per cominciare la guerra commerciale con la Cina.

Se vogliamo continuare a commentare l’elenco di punti del programma già parzialmente attuati da Trump, possiamo parlare della mancata ratifica del TPP. Il trattato di libero scambio fra USA e Pacifico era stato una delle battaglie su cui Obama si era più speso, e che giudicava uno dei suoi principali successi. Il trattato era già stato firmato dalle parti in causa e mancava solamente l’approvazione definitiva da parte dei parlamenti, ma Trump ha fatto marcia indietro, ottenendo la revoca della firma. Come si aspettava chiunque, il TPP è saltato; sorprende la velocità con cui il neo presidente abbia liquidato l’argomento – meno di una settimana -, ma d’altro canto era un trattato estremamente vulnerabile. Un punto del suo programma è stato spuntato; ora dobbiamo vedere se rinegozierà il NAFTA, che regola il commercio fra USA, Messico e Canada. Non ha mai chiarito fino a che punto intendesse spingersi, ma di certo non eviterà di usare i toni che gli sono soliti. La morale della favola è che il libero scambio non ha un futuro roseo.

Un’altra promessa già “mezza” soddisfatta è stata la lotta alla delocalizzazione. Dopo numerosi vertici con l’industria automobilistica, Trump ha chiesto e ottenuto che le aziende americane (inclusa la FCA) mantengano i propri investimenti all’interno dei confini statunitensi. La contropartita che è stata concessa è stata un netto calo delle tasse sulle attività produttive, che erano state aumentate da Obama, e minori restrizioni sulle emissioni di agenti inquinanti – che a suo dire rallentano lo sviluppo economico. I vertici sono stati così convincenti che alcune case hanno rinunciato ad investimenti già pronti in Messico per spostarli negli Stati Uniti.

Il tycoon ha anche firmato l’ordinanza per completare la costruzione del muro con il Messico, e il Messico lo pagherà attraverso un innalzamento delle tariffe doganali: si parla di arrivare al 35%! I giornalisti europei, come al solito, non capiscono nulla, e continuano ad insistere con le inutili dichiarazioni del Presidente messicano Nieto, secondo cui il Messico è un paese sovrano e non pagherà il muro. Poveri illusi.

Trump ha anche dato l’ordine di iniziare le opere per l’oleodotto Keystone XL, che Obama aveva bloccato dopo le numerose proteste degli indiani della riserva e di molti americani.

A questo punto i possibili scenari sono due: o le politiche di Trump si riveleranno un successo e l’economia americana inizierà a volare (cosa assai probabile, visto che prevede un netto abbassamento delle tasse), o il potere d’acquisto diminuirà e la disoccupazione e la crescita del PIL rimarranno uguali a quelli dell’era Obama. Anche questo secondo scenario non è improbabile, perché la disoccupazione e la crescita sono a livelli già ottimi, per nulla facili da migliorare. Trump potrebbe anche fallire sul piano sociale: quando modificherà l’Obamacare (e ripeto: “quando”, non “se”), si creeranno sicuramente tensioni sociali che avranno ripercussioni negative sia sulla sua popolarità che sull’economia statunitense. In particolare, Trump dovrà preoccuparsi di tenere d’occhio il potere d’acquisto dei propri elettori, perché il suo protezionismo andrà inevitabilmente ad intaccarlo. Tuttavia, se dovesse riuscire a mantenere sotto controllo le tensioni sociali e il potere d’acquisto, è altamente probabile che Trump sarà ricordato come uno fra i migliori presidenti americani – con buona pace per la politica di qualità. Da lui dobbiamo imparare che i populisti non si limitano a spararla grossa, ma poi si spendono per realizzare il proprio programma. Sarebbe quindi ora che cominciassimo a leggere con attenzione le loro idee, invece che bollarle come populiste e archiviarle con un commento negativo. Mr Trump non scherza affatto.