Il 20 maggio è cominciato il primo tour internazionale di Donald Trump, che ha lasciato il proprio Paese in un momento assai scabroso: dopo le forti contestazioni e i discutibili ordini esecutivi, prima della partenza altri problemi si sono avvinghiati attorno al controverso presidente – dallo scoppio del Russiagate alla nomina di un procuratore speciale, fino al potenziale impeachment –, e nonostante il viaggio sia ormai terminato, incerto appare il suo futuro.

Rispetto al viaggio intrapreso da Trump, una fase di cruciale rilevanza si è verificata durante la visita in Medio Oriente, dove ha raggiunto prima l’Arabia Saudita e poi Israele. Una scelta ambigua, capace di stupire per l’ennesima volta l’intero pianeta: perché Donald Trump, che durante la propria campagna elettorale si è scagliato ripetutamente contro il popolo musulmano e durante il proprio mandato ha addirittura promulgato il muslim ban, ha voluto aprire un dialogo con le autorità mediorientali?

Secondo le dichiarazioni del consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster lo scopo della visita in Medio Oriente sarebbe stato il seguente: riaffermare la leadership globale degli Stati Uniti, proseguire la costruzione di rapporti con i leader mondiali e veicolare un messaggio di unità agli amici dell’America e ai fedeli di tre fra le più grandi religioni del mondo.

In realtà, al di là delle presentazioni formali e degli sfuggenti intenti annunciati, la visita di Trump ha rivelato obiettivi ben definiti e alquanto diversi da quelli proclamati: in Arabia Saudita – oltre alle musiche, alle danze e alle sciabole – il presidente degli Stati Uniti ha concluso un’ingente vendita di armi, il valore della quale (considerando quanto viene riportato da L’internazionle) si è aggirato intorno ai centodieci miliardi di dollari. E così hanno cominciato a tremare i Paesi limitrofi, come lo Yemen: negli ultimi anni, infatti, l’Arabia Saudita ha importato cospicui quantitativi di armi, e diversi storici iniziano a sostenere con una certa fermezza che gli intenti dei sauditi prevedano sanguinosi scontri bellici. Non solo: diplomaticamente, pare che la vicinanza con i sauditi abbia segnato lo sviluppo di un’intesa anti-iraniana, fatto contradittorio rispetto alle pacifiche e tolleranti intenzioni di cui prima.

In Israele – dove Obama non si era recato, generando così un certo gelo sul piano delle relazioni internazionali tra Washington e Tel Aviv –, Trump si è dimostrato caloroso, ha dichiarato di voler contribuire alla risoluzione dell’annoso conflitto israelo-palestinese, e – fatto che ha chiaramente destato l’attenzione dei media – ha parlato del possibile insediamento di un’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Le polemiche non sono mancate, i contrasti sono stati ampiamente sottolineati, e secondo gli esperti la vicinanza palesata da Trump nei confronti di Israele testimonierebbe l’inclusione di tale Stato nell’asse menzionato in precedenza.

È chiaro: la politica di Trump – orientata soprattutto verso l’esclusiva realizzazione degli interessi economici legati agli Stati Uniti – non cessa mai di rivelare ambiguità, oscurità e scelte contrastanti. Il viaggio in Medio Oriente ne è un’evidente testimonianza, e si configura anche come un monito: dinanzi a un presidente così imprevedibile, è meglio aguzzare bene la vista e studiarne con attenzione ogni passo.