A Washington D.C. la tensione in questi giorni è alle stelle. Dal giorno del licenziamento di James Comey la Casa Bianca ha rilasciato diverse informazioni ma lo spettro che si profila ora con inquietante chiarezza è il rischio di impeachment.

In questi ultimi tempi è stato fondamentale un rapporto consegnato dallo stesso ex capo del Federal Bureau al Senato, che ha suscitato reazioni allarmate e sconvolte tra gli stessi repubblicani, primo fra tutti John McCain. In tale promemoria Comey ha descritto in cinque date le pressioni esercitate su di lui da Trump nelle indagini russe. Partendo da prima dell’insediamento alla White House l’ex direttore dell’FBI ha descritto minuziosamente come il Presidente in carica gli abbia chiesto di “lasciar perdere Michael Flynn”, suo collaboratore sotto inchiesta per presunti rapporti con i russi. Comey sostiene di non aver assolutamente assecondato le richieste di Trump ma ciò che è certo è che da allora impazza la bufera, al Campidoglio e su twitter.

The Donald ha prontamente annunciato la nomina del nuovo capo dell’FBI, Christopher Wray, “uomo dalle credenziali impeccabili”, avvocato e responsabile della divisione penale del dipartimento di Giustizia sotto la presidenza di George Bush Jr. E ora c’è anche da capire cosa succederà a Jeff Sessions, il Ministro della Giustizia nominato da Trump che oggi sarà ascoltato dalla commissione intelligence del Senato riguardo ad un terzo incontro non dichiarato dallo stesso Sessions con l’ambasciatore russo negli USA.

Stando alla deposizione di Comey la richiesta di Trump era di lasciar perdere Flynn definendolo “un bravo ragazzo”. “Risposi solo che ‘ sì, è un bravo ragazzo, ho avuto con lui un’esperienza positiva quando era il direttore dell’Intelligence, e io iniziavo il mio mandato all’FBI.’ Ma non dissi che avrei lasciato cadere la cosa”, questa è stata la posizione dell’ex direttore del Bureau.

La risposta del Presidente non si è fatta attendere: “James Comey ha mentito” ha detto con fermezza, rigettando tutti gli addebiti, per poi rincarare la dose, affermando che sono tutte menzogne quelle del suo accusatore e che è pronto a portare Comey in tribunale.

Trump ha, infatti, risposto alle affermazioni di Comey con un tweet, in cui definisce il suo antagonista come un “delatore”, e, rispondendo alle domande durante la conferenza stampa nel Rose Garden con il Presidente romeno Klaus Iohannis, ha sottolineato come non ci siano state collusioni con Mosca e ha continuato a chiamare l’ex direttore dell’FBI “leaker, un delatore di soffiate”.

“Noi dobbiamo occuparci di governare il Paese”, ha ribadito The Donald.

Ma mai come ora la preoccupazione di tutti i sostenitori del Presidente è che possa nascere un’ipotesi di impeachment. Tale istituto, tipico dell’ordinamento giuridico americano, è previsto nella Costituzione (Articolo 2, Sezione 4), in cui si stabilisce che “il Presidente, il vice e tutti i funzionari USA saranno rimossi dall’incarico sulla base di un’accusa (impeachment) e di una condanna per tradimento, corruzione o altri gravi crimini e misfatti”. Tale procedura si articola in due fasi: l’accusa è promossa dalla Camera dei rappresentanti, il verdetto spetta al Senato e tale procedimento si può concludere con la destituzione del Presidente in carica, che poi sarà soggetto ad un’indagine penale da parte del potere giudiziario.

Sono stati diversi i Presidenti americani che si sono scontrati con tale eventualità: tale procedimento fu promosso contro Nixon, che rassegnò le dimissioni prima che potesse essere effettivamente avviata la procedura, e sorte non molto diversa colpì Bill Clinton (e prima di lui nel lontano 1868 Andrew Johnson), che subì l’impeachment per aver mentito riguardo alla sua relazione con una stagista della Casa Bianca e per aver ostacolato le indagini in merito. Entrambi i Presidenti accusati furono poi assolti dal Senato.

In definitiva, da un Presidente degli Stati Uniti ci si aspetta onestà e trasparenza e questo Donald Trump lo sa bene. Non è, infatti, un caso che la sua campagna elettorale si sia basata su tweets e risposte molto, forse a volte troppo, dirette. E ora rischia di perdere la fiducia anche dei suoi elettori.

Come farà a riacquistare credibilità?

In tanti se lo stanno chiedendo, interrogandosi profondamente su come riuscirà ad uscire da questo vortice turbolento di informazioni che come un uragano lo tormenta da mesi.

Secondo il suo stile si può solo presumere che egli cercherà di attaccare i suoi accusatori, fornendo una sua interpretazione dell’accusa mossagli, sostenendo che non si trattasse di una vera e propria direttiva e che la rimozione del capo dell’FBI non fosse connessa alle indagini riguardanti il Russiagate.

Come andrà a finire è ancora presto per dirlo, ma anche qualora fosse promosso l’impeachment non bisogna dimenticare che sia alla Camera sia al Senato la maggioranza è in mano ai repubblicani, almeno fino alle elezioni di midterm fra diciassette mesi.