Recentemente, alcuni giornalisti hanno paragonato il conflitto odierno fra Turchia e il PKK ai terribili scontri che hanno caratterizzato gli anni Novanta. Erdogan, eletto nel 2002, si era dimostrato molto sensibile verso la questione curda, adottando un approccio morbido e favorendo il dialogo fra le due parti. Cercava di racimolare voti fra i curdi, che rappresentano una fetta non trascurabile dell’elettorato turco, in modo da riuscire a far diventare la Turchia una democrazia presidenziale. Tuttavia, alcuni recenti avvenimento gli hanno fatto cambiare idea: prima gli attacchi di ISIS, poi l’appoggio degli americani al PYD (che è il corrispondente siriano del PKK turco; Erdogan teme che le armi consegnate al PYD finiscano poi nelle mani del PKK) e infine l’insicurezza politica dovuta alle numerose critiche da parte della stampa internazionale hanno trasformato il leader turco in un severo interlocutore. Ha addirittura affermato che “non esiste alcun problema curdo”, mentre invia carri armati nel Sud-Est del paese.

Questa situazione ha riportato il PKK alla passata ferocia; i politici curdi non mancano mai di ricordare ai loro colleghi turchi che la loro sarà probabilmente l’ultima generazione con cui si potrà avere un sano dialogo, perché quelle future saranno irrimediabilmente rovinate dai semi dell’odio e della diffidenza. L’aggressività delle due parti sta distruggendo intere città e uccidendo centinaia di persone. I continui attentati non sono facilmente attribuibili né alla Turchia, né al Pkk, né allo Stato Islamico; quello all’aeroporto di Istanbul della settimana scorsa ne è solo un esempio.

I curdi non sanno da che parte stare: da un lato la Turchia li reprime e li minaccia, impedendo addirittura ai giornalisti di accennare alla questione curda; dall’altra il PKK non ha scrupoli: sradica le strade per costruire barricate, costruisce trincee nel bel mezzo della città, requisisce abitazioni per dare spazio ai propri cecchini. Un abitante di Cizre, città curda quasi interamente rasa al suolo dai combattimenti, dice che la colpa delle devastazioni è in egual misura delle due parti.

Alla distruzione segue naturalmente una grave crisi economica, che attanaglia tutta la regione curda. Questa situazione alimenta a sua volta il malcontento popolare, fomentando la politica e consegnando giovani senza più prospettive in mano a gruppi di guerriglia, siano essi filo-governativi, filo-curdi o islamisti.

A ciò si aggiunge l’inasprirsi del rapporto con gli Stati Uniti: gli americani hanno da sempre riconosciuto il PKK come una cellula terroristica, ma ora collaborano con il PYD, che è nient’altro che la branca siriana del PKK. Hanno anche iniziato a guardare di buon occhio i primi, dato che non riescono a trovare un altro valido alleato per contrastare ISIS in Turchia (e il successo dei curdi a Kobane ha stupito molti generali). Così Erdogan ha iniziato a lamentarsi e ad osteggiare le basi americane nel proprio paese; il problema è che i rapporti con la Russia sono ben peggiori, per cui non sa nemmeno lui dove cercare un alleato per arginare l’avanzata del PKK.

L’Europa – guarda un po’! – gioca un ruolo marginale in queste dinamiche. Se prima poteva avere voce in capitolo, tenendo la Turchia per la giacca con la minaccia di non farla entrare in Europa, ora si trova ad essere un giocatore estremamente debole; primo, perché Erdogan non sembra poi tanto interessato ad entrare nell’Unione, visto come fa rispettare i diritti fondamentali nel proprio paese; secondo, perché la crisi dei migranti ci ha spinti ad andare in ginocchio dalla Turchia a chiederle di gestire il flusso di persone che si dirige verso il nostro continente. È inutile dire che un’Europa coesa e compatta (leggi “unita politicamente”) avrebbe maggiore voce in capitolo in queste questioni.

Da che parte dovremmo schierarci? Chi sono i “buoni” in questa delicata situazione? Erdogan, che finanzia alcune cellule affiliate ad Al-Qaeda pur di combattere i curdi, oppure il PKK, che massacra civili innocenti e piazza autobombe nel cuore di Istanbul? È veramente difficile trovare una risposta a questa domanda; perlomeno noi europei dovremmo cercare di adottare una posizione netta, magari nel mezzo dei due estremi. Se tutte le potenze giocassero le proprie carte in modo chiaro sarebbe molto più facile uscire dalla situazione attuale, in cui tre forze dilaniano uno stato non molto distante dai nostri confini. Chissà cosa stiamo aspettando a dare vita ad una vera politica estera comune europea. Se le crisi esterne non bastano, magari la spinta verso la federazione arriverà da un’emergenza interna, come la Brexit oggi. Tuttavia, dobbiamo stare attenti a non chiudere gli occhi a ciò che avviene nel mondo, sebbene il referendum inglese meriti attenzione e comporti una gran mole di lavoro. Credo che un’Europa federale avrebbe peso in quasi ogni questione internazionale, al contrario della debole unione di oggi. I problemi in Turchia sono un buon banco di prova per noi; rimbocchiamoci le maniche, che è ora di lavorare.