Sabato 15 ottobre e domenica 16 ottobre sulle sponde dell’Arno si è tenuto un ciclo di conferenze, il cui tema dominante era uno solo: l’Europa. I vari relatori e chi è intervenuto nel dibattito che ha seguito la presentazione delle principali tematiche del convegno si sono posti un importante quanto interessante quesito: a che punto siamo nel processo d’integrazione europeo?
Si è dunque partiti dal concetto di Stato federale, prendendo in esame il modello tedesco in cui tutti i lander sono autosufficienti e presentano una certa omogeneità, caratteristiche comuni che li tengano tutti uniti nella loro disaggregazione. Sarebbe, dunque, importante cercare di trovare altrettanti elementi comuni per definire la nostra Unione federale e superare l’idea di una divisione interna, in cui è la Germania a “comandare” l’Europa e tutti gli altri Paesi sono ad essa subordinati. Per creare, quindi, uno Stato federale parlamentare vero e proprio è necessario rafforzare il ruolo svolto dal Parlamento europeo e vi deve essere un patto politico comune che limiti le diversità, fino a trasformare l’UE in un’Unione federale, che raggruppi popoli dissimili per religione, lingua, identità e cultura, ma che condividano gli stessi obiettivi e che si basino sul generale, ma non per questo scontato, principio democratico.
Un altro elemento essenziale da considerare quando si parla di Europa è certamente il concetto di sovranità: essa non appartiene all’organizzazione internazionale sui generis cui ci riferiamo, perché gli Stati membri ancora esercitano una certa influenza sulle decisioni prese dall’UE, eppure in tante realtà le limitazioni poste alla sovranità degli Stati appaiono eccessive agli stessi cittadini. Sono state, infatti, ricordate le parole di Theresa May, che vuole riportare il Regno Unito a prendere da solo le sue decisioni, “senza pressioni” esterne. Pressioni che certamente si esprimono in una certa misura dal punto di vista economico e monetario: ci sono vincoli di bilancio e regole da rispettare che non devono essere disattese. Nonostante questo, però, ancora ci sono tanti passi avanti che devono essere fatti anche da questo punto di vista: la moneta è unica, ma le politiche monetarie portate avanti sono molteplici e ogni Stato ne adotta una sua. Anche questo è necessario che cambi, se si vogliono modificare gli equilibri attuali e creare un’Europa più solida e compatta.
Altro punto fondamentale all’interno del cammino di crescita europea è la difesa comune, in risposta alle grandi tensioni del mondo contemporaneo, quali il terrorismo, il conflitto in Medio Oriente e l’immigrazione. Alla base di tale rafforzamento vi dovrebbero essere delle cooperazioni strutturate in modo tale da assicurare un maggior coordinamento delle politiche di sicurezza e questo sarà il principale argomento oggetto della riunione del Consiglio Europeo a dicembre di quest’anno.
C’è da tenere conto comunque delle naturali differenze che sussistono tra i diversi Stati membri ed è per questo motivo che fino ad oggi si è parlato di Europa a più velocità e di unione differenziata, come se tutti viaggiassimo su binari paralleli diretti verso il medesimo punto, verso una strada comune, ma a ritmi diversi.
Un’altra tematica affrontata durante il convegno riguarda il bilancio dell’UE, che dovrebbe trasformarsi in un bilancio federale in modo da assicurare il rispetto di certe procedure e il raggiungimento di determinati obiettivi da un punto di vista economico con un finanziamento attuato attraverso i contributi statali, le risorse proprie e la capacità fiscale. Tutto ciò, però, incontra un grande problema: l’azzardo morale, che deve essere necessariamente limitato. Le misure per attuare questo piano sono molteplici e consistono nell’imporre limiti ai trasferimenti ed evitare trasferimenti permanenti o unidirezionali. Se si vuole raggiungere anche un’unione fiscale vi dovrebbe essere un potere di correzione fiscale europeo o la fissazione di limiti di spesa per gli Stati dell’Unione.
Tema molto importante e anche molto attuale è certamente quello dell’immigrazione. Il principale problema a questo riguardo è che ancora non vi è una precisa politica estera comune e ciò rende difficile azioni di coordinamento fra i singoli Stati. Una soluzione che potrebbe favorire l’integrazione dei migranti tramite l’accoglienza sarebbe creare un’identità europea multi-livello, in cui chi giunge sul territorio europeo abbia la possibilità, al pari di uno qualsiasi dei cittadini europei, di prestare servizio militare volontario presso uno dei Paesi dell’Unione. Questa è da considerare come un’interessante proposta, un modo valido per permettere agli “extracomunitari” di sentirsi parte di un processo comune, uno strumento di forte coesione sociale.
Un ulteriore punto che è stato trattato durante le conferenze è il TTIP, un trattato di liberalizzazione commerciale tra USA e UE, in modo da abbattere dazi e dogane tra le due entità che si affacciano sulle sponde opposte dell’Oceano Atlantico, quasi un modo per rilanciare e rinnovare la NATO.
Ci sono, però, molte perplessità riguardo a questo progetto: innanzitutto si mette in luce come i due sistemi siano diversi per quanto riguarda le tutele dei lavoratori, come l’organizzazione sia arbitraria, e porti quindi a favorire le imprese americane, e come l’Europa non sia ancora attrezzata e pronta per un patto di questo genere con gli Stati Uniti. Il TTIP sembra, dunque, uno strumento non adatto ad un mondo globalizzato e complesso come quello attuale, soprattutto perché l’UE deve ancora unirsi veramente da un punto di vista politico. Allora e solo allora si riuscirà a trattare alla pari.
Il dibattito, dunque, come si può evincere da questo breve resoconto, è stato ricco e vario, non privo di interventi significativi. Ma soprattutto è stata un’occasione per vedere i più giovani del Movimento prendere spunti di riflessione interessanti, fonti, si spera, di numerosi futuri eventi.