È lunedì 22 maggio. Una giornata qualunque, l’inizio di una nuova settimana. Nella città inglese di Manchester però, quella sera si terrà il concerto della popstar Ariana Grande, e per migliaia di persone sarà una data memorabile, perché potranno finalmente vedere il loro idolo. La Manchester Arena è il più grande palazzetto musicale costruito in Europa, ha una capienza di 21 000 persone e quella sera Ariana (non c’è da stupirsene) aveva fatto sold-out. Ci sono tantissimi teenager, ragazzine che si sono fatte accompagnare dai fidanzatini, gruppi di amiche, mamme e papà con i loro bambini. Sono le 22.30 : il concerto è appena finito, i fan cominciano pian piano a dirigersi verso l’uscita, dove magari ci sono i loro genitori ad attenderli. Improvvisamente, si sente come un forte sparo. L’Arena cala subito nel silenzio: non si capisce cosa stia succedendo, quel rumore sembra quasi un “enorme pallone scoppiato”, racconteranno poi dei testimoni. Poi, la paura prende il sopravvento: il silenzio muta in urla di disperazione, le persone cominciano a correre verso le uscite più vicine, si calpestano, inciampano, cadono dalle scale, corrono in una direzione e poi in quella opposta. L’Arena si avvolge di nubi di fumo e di odore di esplosivo, non si tratta di un pallone scoppiato, ma di un kamikaze che si è fatto esplodere davanti al box office, provocando la morte di 22 persone.

Quella che doveva essere una serata di musica e spensieratezza si è trasformata nel più grande attentato terroristico subito dal Regno Unito dopo quello di Londra nel 2005.

L’attentatore si chiamava Salman Abedi: aveva 23 anni, era di qualche anno più grande delle sue vittime. Era nato e viveva a Manchester, la sua famiglia si era trasferita dalla Libia per fuggire dal regime di Gheddafi. Era già conosciuto dalle forze di sicurezza britanniche, ma non era considerato come un pericolo. I vicini di casa hanno dichiarato che si trattava di una famiglia piuttosto riservata, e che in alcune occasioni hanno visto sventolare la bandiera libica dalla finestra del loro appartamento. Abedi frequentava la Moschea di Didsbury, vi era stato qualche episodio che faceva pensare ad una sua radicalizzazione ma non così esplicito da poterlo fermare. Lunedì 22 maggio si è legato in vita una cintura di esplosivo e chiodi, si è recato al palazzetto (che dista circa due chilometri dalla sua abitazione) e ha compiuto la sua strage. Nonostante questo odio e questa bestialità abbiano provocato 22 morti e un immenso dolore, la comunità ha reagito, dimostrandosi forte e unita. Una donna che passeggiava nei dintorni dell’Arena, vedendo tutti quei ragazzini correre disperati, è riuscita a raggrupparne alcuni e a portarli nell’hotel più vicino. Alcuni taxisti hanno fatto avanti e indietro dagli ospedali al palazzetto, uno di questi aveva attaccato sul suo taxi un foglio con scritto “Free taxi if needed”.

Attualmente le persone arrestate in relazione a questo attentato sono 14, tra cui il padre e un fratello dell’attentatore. Ci sono però ancora molti dettagli oscuri sulla formazione di questo attacco : le forze dell’ordine infatti hanno lanciato un appello ad eventuali testimoni per ricostruire gli ultimi giorni di Abedi.

Intanto, le reazioni dei leader non si sono fatte attendere. Si dicono pronti a collaborare con determinazione contro il terrorismo il neo-presidente francese Macron e Angela Merkel, e Trump dichiara che “questa ideologia perversa deve essere annientata”. Il premier britannico Theresa May ha subito innalzato il livello di allerta da “severe” a “critical”, per poi abbassarlo nel weekend: ora il rischio di un nuovo attentato è molto probabile ma non imminente.

Tuttavia noi intanto siamo ancora qui, a raccontare l’ennesima strage compiuta dallo Stato Islamico. Una strage voluta, studiata, pianificata nei minimi dettagli da molto tempo. Stavolta l’attentatore non è salito su un camion per falciare la folla. Ha preparato un esplosivo e se lo è legato in vita, ha usato il suo suicidio come arma per provocare la morte di persone che stavano condividendo un momento di felicità. Forse l’Isis non vincerà mai, forse si sta già indebolendo, ma il fatto che sia pronto a tutto pur di annientare la nostra civiltà e tutto quello che abbiamo costruito, ci deve spaventare, e anche molto.