Robert Fico, Presidente del Consiglio slovacco, è anche Presidente del Consiglio europeo in questo secondo semestre dell’anno. Ha una storia politica personale con forti venature nazionaliste ed è in rotta di collisione con Bruxelles sullo stesso metodo comunitario. Rappresenta l’Europa dell’affrettato allargamento del 2004 e del populismo serpeggiante ovunque. Non va sottovalutato perché ha molti alleati, anche in Germania

 

Accanto ai grandi nomi che da tempo dominano la scena europea, è opportuno prendere  confidenza con uno apparentemente minore: quello di Robert Fico. 52 anni, di famiglia operaia, avvocato nella Cecoslovacchia comunista, dopo la rivoluzione di velluto del 1989 ha fatto parte della sinistra democratica e nel 1999 ha fondato un partito proprio, la Smer-socialdemokracia, difficilmente collocabile nella scacchiera politica del Paese. A chi gli faceva domande sulla connotazione ideologica della sua creatura, rispondeva che la Slovacchia non aveva bisogno di partiti di destra o sinistra, ma di una politica capace di risolvere i problemi.

Nel 2006 ha vinto le elezioni, proponendosi come socialista europeo contrario alle politiche del rigore e alleandosi con partiti di destra nella formazione del Governo. Nel 2012 ha stravinto le nuove elezioni, assicurandosi una maggioranza così ampia in Parlamento da permettersi di presiedere un Governo monocolore. In questo secondo mandato, nonostante la grande libertà d’azione non è stato all’altezza delle aspettative e per di più si è fatto notare per atteggiamenti razzisti ed xenofobi che lo hanno fatto accostare all’ungherese Viktor Orban, meritandosi un paio di sospensioni dal partito socialista europeo.

Nel marzo di quest’anno, ha rivinto le elezioni con un margine molto stretto (sceso dal 44 al 28% dei consensi), che lo ha indotto ad aggregare al Governo l’Sns (partito nazista su posizioni anti semite e anti rom), il Most-Hid (partito della minoranza ungherese) ed il Siet (partito del nuovo centro destra), lasciando fuori i liberali della Sas giunti al secondo posto della competizione elettorale. Un Governo da lui stesso definito di compromesso storico, con un programma fortemente critico dell’Unione Europea e del suo attuale establishment.

E’ un programma, che avremo modo di apprezzare meglio ora che il principio di rotazione ha assegnato ad un Paese di 5 milioni di abitanti come la Slovacchia la Presidenza semestrale del Consiglio europeo. I precedenti di Fico sono tutti del medesimo segno. Come aderente al Gruppo di Visegrad, assieme ai colleghi di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, ha contribuito a sabotare il programma delle quote lanciato da Juncker in materia migratoria e si è vantato di essersi reso disponibile ad accettare solo 200 rifugiati siriani  (contro una richiesta di 1.100) a condizione che fossero cristiani, dato che “la Slovacchia non può tollerare l’invasione di musulmani, la costruzione di moschee ed il conseguente cambio di cultura ed identità nazionale”. Una mera applicazione del pensiero espresso in una intervista resa qualche tempo prima ad un giornale austriaco, quando aveva detto che il suo Paese non aveva alcuna responsabilità per i flussi migratori e che in proposito occorreva rivolgersi a chi aveva bombardato la Libia e messo a soqquadro il Nordafrica.

Il suo Ministro degli Esteri Miroslav Lajčák nei recenti incontri a Bruxelles ha cercato di attenuare le divergenze, usando toni sfumati e toccando i pochi punti di convergenza, come la difesa di Schengen, l’appartenenza alla Nato e l’istituzione di una guardia di frontiera europea. Ma Fico ha confermato il suo profilo politico con dichiarazioni contro il triunvirato Merkel – Hollande – Renzi per gestire il dopo Brexit,  contro il Gruppo  dei 6 Paesi fondatori ed in generale le formazioni che siano espressione del metodo comunitario, a partire dalla Commissione.

La sua prima proposta nel nuovo incarico è stata di tenere a Bratislava il summit di settembre sulla Brexit, sostenendo che Bruxelles si è macchiata di troppi fallimenti ed è lontana dai cittadini. In questa sua posizione nazionalista e per ben che vada intergovernativa, si troverà in sintonia con il polacco Donald Tusk alla presidenza permanente del Consiglio europeo e perfino con il Ministro alle Finanze tedesco, il potente Wolfgang Schauble, che da tempo non si attiene al suo referato e fa politica a tutto tondo. Quest’ultimo, galvanizzato dalla Brexit, ci ha fatto sapere in una lunga intervista al Corriere che la Commissione è agonizzante non meno del Parlamento e che tocca agli Stati darsi da fare per risolvere i problemi. Per rassicurare i federalisti, ha poi aggiunto di essere pur sempre fedele ad un’idea di Europa integrata politicamente, ma di aspettare tempi migliori per un progetto così impegnativo. Un colpo alla botte ed uno al cerchio secondo i dettami del politichese più disinvolto, un linguaggio che credevamo estraneo ad un falco duro e puro come lui.

I tempi sono questi. Dimostrano ancora una volta che la costruzione della casa europea non può essere opera dei Governi e che non si può chiedere ai leader nazionali di suicidarsi, rinunciando al potere conquistato in patria in cambio di un altro più ampio, ma anche molto più incerto.  L’Europa, se la intendiamo come un progetto di rango costituzionale, non può fare a meno dei cittadini. Bisogna ricominciare da loro.