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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica estera

Un Presidente per l’Europa

L’Unione europea ha bisogno di una figura di vertice autorevole, che sappia recuperare lo spirito del progetto di integrazione. Potrebbe essere Angela Merkel, che si sta liberando degli impegni nazionali e sembra puntare alla Presidenza della Commissione o del Consiglio. Ma per arrivare all’incarico dovrà esercitare l’arte del compromesso, cui in questo momento non può sottrarsi nemmeno il potente inquilino della Casa Bianca

 

Le elezioni americane del novembre scorso hanno fatto vedere quanto complessa sia la vita della democrazia in un Paese moderno. I democratici hanno conquistato la Camera dei rappresentanti, avanzando negli Stati dove un paio d’anni fa Trump aveva trionfato e recuperando una trentina di seggi. Hanno prevalso anche nella competizione per spartirsi i Governatori (26 a 23) e nell’insieme hanno ottenuto un successo significativo, anche se l’onda blu (il colore del partito) che avrebbe dovuto cambiare il corso della politica americana non c’è stata.

Infatti i repubblicani hanno confermato, anzi lievemente consolidato, la maggioranza che già avevano al Senato, prevalendo in Stati decisivi come la Florida ed il Texas. Tuttavia Donald Trump ha usato toni eccessivi nel celebrare una vittoria parziale. Il Senato ha competenze esclusive in materie di grande importanza come la ratifica dei Trattati internazionali e delle nomine dei componenti della Suprema Corte, ma condivide con la Camera dei rappresentanti il potere legislativo. Per proseguire il suo programma politico, il tycoon newyorkese dovrà ora imbastire qualche compromesso con i democratici della Camera, magari rinunciando a cancellare la riforma sanitaria per avere in cambio mano libera sull’immigrazione. D’altra parte i compromessi sono stati praticati anche da predecessori di campo avverso come Clinton e lo stesso Obama, che si sono trovati privi della fiducia di mezzo Congresso. Anche per Trump sarà ora più impegnativo trovare i consensi per portare avanti le sue politiche e dovrà mediare parecchio per tenere insieme un Paese grande e variegato, pur avendo  dalla sua i cospicui poteri conferitigli dalla Costituzione federale.

L’Europa non è meno complessa dell’America, ma ha un assetto istituzionale lontano anni luce. Da tempo il processo di integrazione, avviato nel 1958 con i Trattati di Roma e riproposto nel 2002 con la moneta unica, si è interrotto. I suoi storici Stati nazionali ne diffidano e tendono semmai a riconoscersi in alleanze di corto raggio e conflittuali. La Francia non si è mai liberata dei sogni di grandeur di De Gaulle e pensa ancora ad un’Europa carolingia, sulla falsariga cioè dell’impero di Carlo Magno Re dei franchi e dei longobardi, che ritiene alla portata stringendo un asse con la Germania. Ad est è nato il gruppo di Visegrad tra Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e non a caso ha scelto come sede la cittadina sulle rive del Danubio dove in età medioevale i rispettivi Re tennero uno storico congresso al culmine della loro potenza. Se non bastasse, recentemente si è costituita una sorta di Lega Anseatica fra 10 Paesi del nord guidati dall’Olanda, che pure si rifà ad un’esperienza medioevale ed intende tutelare le proprie ricchezze dall’aggressione dei Paesi indebitati. Il Regno Unito si è invischiato nella Brexit e non sa nemmeno se potrà uscirne.

L’Italia è finita ai margini della politica europea, a causa della sua indisponibilità a ridurre il debito. E’ riuscita finora a contrattare qualche apprezzabile margine di flessibilità di bilancio,  impegnandosi a tenere le porte aperte agli immigrati e ad alleggerire più o meno efficacemente i flussi verso il centro Europa. Questo inconfessato trade-off non è più praticabile con la linea di chiusura del nuovo Ministro degli Interni, che ha isolato il nostro Paese e lo ha condotto a periodici scontri perfino con la microscopica Malta. Il mini accordo in itinere per l’approvazione del bilancio 2019 non cambia lo scenario. L’attuale Governo ha nel suo Dna una sostanziale avversione al progetto europeo e non perde occasione per farlo sapere ai quattro venti anche con espressioni grossolane ed offensive.

Adesso molti si aspettano un recupero di solidarietà con le elezioni del prossimo mese di maggio. I partiti dovranno pur pensare a qualche programma e presentare candidati in grado di realizzarlo, magari intrecciando le necessarie relazioni. Ma al momento niente fa pensare che il prossimo Parlamento possa essere diverso dai precedenti. Sarà come al solito una sommatoria di candidati nazionali, priva di quella visione continentale degli interessi che da tempo si richiede.

L’unica novità potrebbe essere rappresentata dall’ingresso in campo di Angela Merkel. Alla fine dello scorso ottobre si è dimessa dalla presidenza del partito cristiano democratico (Cdu) e ha annunciato di voler addirittura abbandonare la vita politica. Ma pochi le hanno creduto. Un analista attento come Carlo Bastasin ha ipotizzato che in realtà la Cancelliera si stia preparando ad assumere una posizione di vertice nelle istituzioni europee, visto che il quadro politico è in movimento. Secondo le previsioni di voto, il partito popolare (Ppe) ed il partito socialdemocratico (S&D), che hanno finora egemonizzato il Parlamento di Strasburgo, non arriverebbero alla maggioranza e si fermerebbero al 45% per ben che vada. D’altra parte i partiti euroscettici e sovranisti arriverebbero al 20-25% e nessuno potrebbe esprimere lo Spitzenkandidat, il candidato a presiedere la Commissione che nella scorsa tornata ha premiato Juncker come espressione del Ppe. A quel punto, potrebbe formarsi una larga maggioranza tra partiti europeisti incardinata su Ppe e S&D ed estesa ai Verdi, al Movimento En Marche di Macron, fino ai liberali di Alde e la sua guida potrebbe essere affidata ad una figura libera da appartenenze partitiche. Questa figura potrebbe essere Angela Merkel al crepuscolo della sua carriera politica nazionale, che si rigenererebbe andando a ricoprire la carica di Presidente della Commissione (La partita coperta della Merkel verso i vertici di Bruxelles – Il Sole24Ore, 2 novembre 2018). Altri osservatori la danno in corsa per la poltrona della presidenza del Consiglio, ma la sostanza politica cambierebbe di poco.

La sua partita è diventata meno coperta dopo il discorso al Parlamento del 6 novembre sulla opportunità di una forza militare europea e dopo la dichiarazione congiunta con Macron circa un piano di investimenti riservato ai partner rispettosi delle regole. Diventerebbe palese, se la Germania rinunciasse a proporre un proprio candidato alla presidenza della Bce come successore di Mario Draghi, il cui mandato scade l’ottobre del prossimo anno.

Nell’attuale precario assetto istituzionale dell’Unione sarà difficile che un Presidente possa mettere in riga gli indisciplinati con un cenno del capo. Ma potremmo avere un leader capace di arrestare il declino del progetto di integrazione, anche se al prezzo di sistematici compromessi tra le varie anime delle formazioni che lo sosterrebbero. Del resto in questi anni di convulse trasformazioni politiche e sociali, nelle nostre democrazie i compromessi sono diventati un esercizio molto praticato. Esercizio cui, nei grandi palazzi del potere di Washington, non può sottrarsi nemmeno il Presidente di un federalismo compiuto.

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