Le lancette danzano sul quadrante della politica europea, eclissatesi le tornate elettorali del 2017, si avvicina sempre più il momento dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Entro marzo 2019 la Brexit giungerà al suo epilogo. Nel mentre la diplomazia europea e quella britannica cercano ancora il testo per un accordo condiviso da entrambi, ma l’esito è tutt’altro che scontato e il sereno divorzio che ci si auspicava, non sembra a portata di mano.

Il vertice dei leader europei tenutosi a Salisburgo è stata la prova di quanto distanti siano ancora le possibilità di un facile accordo che permetta un ordinato processo d’uscita per il governo di Sua Maestà. Nella barocca cittadina austriaca, il primo ministro Inglese Theresa May si è vista rigettare dai partner europei, la proposta di accordo, a cui lei e il suo governo hanno in questi mesi lavorato. La proposta britannica si è in particolare attirata le critiche del presidente del consiglio europeo Tusk, il quale ha ironicamente commentato che Londra non può prendersi solo le ciliegine dalla torta, tralasciando il resto. Nella bozza presentata a Salisburgo ai leader degli altri paesi, il primo ministro inglese offre la disponibilità a collaborare su progetti di cooperazione militare e di sicurezza oltre che su vari altri grandi progetti e chiede invece, l’accesso al mercato unico europeo, conservandosi una maggiore discrezionalità sulle ipotesi di funzionamento delle libertà fondamentali di circolazione. L’accordo quindi presenterebbe per l’Inghilterra i vantaggi sia degli accordi con i paesi aderenti solo allo spazio economico europeo, sia i vantaggi di un trattato di libero scambio. Un win-win agli occhi di Londra, ma che purtroppo non è stato percepito tale dagli alleati europei, i quali mal sopporterebbero di vedere trasformarsi la Brexit in un successo inglese, se tale possa essere considerato.

I nodi critici da sciogliere sono molti e complessi, da primo la sistemazione del confine tra le due Irlande, sottoposto agli accordi del Venerdì Santo, secondo i quali non sarebbe possibile un ritorno ad un confine fisico. La risposta europea al problema sarebbe a questo punto uno slittamento del confine tra Irlanda del Nord e Inghilterra, cosa che Downing Street ha percepito come un affronto alla sua sovranità. Da parte della diplomazia europea, guidata da Michel Barnier Londra ha peccato di superbia presentando un accordo che già i dirigenti di Bruxelles avevano avvertito gli omologhi inglesi, essere indigeribile per la controparte.

Arrivati a questo punto, la posizione di Theresa May alla guida del suo esecutivo si fa sempre più delicata. Sia da dentro che da fuori la leader conservatrice è bersaglio di una guerra di logoramento volta a minarne la leadership. Tra i Brexiters più duri, il nome di Boris Johnson viene ipotizzato come successore dell’attuale primo ministro, anche se l’ipotesi di un nuovo governo e lo spettro di nuove elezioni dovrebbero tenere calmi anche i più intransigenti tra i conservatori. Anche il partito laburista tuttavia non risparmia le sue critiche, accusando l’esecutivo di essere inadeguato e impreparato a portare avanti trattative così delicate per il destino del Regno Unito. Dal canto suo There May non può altro che continuare, sperando di strappare un accordo più favorevole possibile, che le consenta un’uscita ordinata dall’Unione e un futuro di proficua collaborazione. Tutto ciò finché lo spettro del “No Brexit Deal” prende forma, uscendo dal laboratorio di metafisica dove era fin d’ora confinato.

Dall’altra sponda della manica, Merkel e Macron hanno invece optato per una linea di trattative più dura col governo inglese, la partita che si sta giocando infatti ha smesso di essere confinata ai rapporti tra l’Unione e i sudditi di Sua Maestà, ma ha ormai finito per riguardare tutti i 27 paesi che la compongono. L’idea che qualcuno possa vivere solo di privilegi e senza accollarsi gli obblighi della solidarietà su cui si fonda l’Unione, potrebbe essere un canto delle sirene irresistibile per alcuni paesi dell’Est-Europa, i quali potrebbero seriamente minare il processo di integrazione. Pertanto tra Berlino e Parigi l’intesa sulle trattative nasce dall’esigenza di impedire il naufragio del progetto politico, chiamato Europa. Le lancette corrono, in un ticchettio irrefrenabile, le ipotesi di un accordo in vista di marzo 2019 si fanno più incerte, sul quadrante della politica internazionale la puntualità è segnata in rosso, e i ritardatari non sono ammessi.