Si dirà tutto ed il contrario di tutto di Carles Puigdemont, ma qualcosa di innegabile permane: è stato scaltro. Secedere in uno stato con un solido costituzionalismo è un’operazione tutt’altro che facile. E che l’ex presidente della comunitá catalana sia, di fatto, riuscito a totalizzare il massimo possibile con il “dialogo” deve essere chiaro. Sì, perché un’altra cosa deve essere chiara: in uno stato che si definisca tale, secedere “dialogando” è una barzelletta, punto. Il centro della questione per noi federalisti è però un altro.

Surfando Google News (come sembra vada di moda dire oggi) sono incappato in un interessantissimo articolo per L’Inkiesta del mai banale Michele Boldrin (qui il link) che sembra avere messo nero su bianco quello che penso, discuto e scrivo da mesi (il che mi lancia al settimo cielo). Il concentrato di quel pensiero può essere sintetizzato in una frase: non può esistere una federazione europea di stati nazionali. Quest’ultimo binomio, infatti, risulta essere proprio un ossimoro (almeno dal punto di vista teorico). La federazione, come costruzione giuridica, è uno stato e non può esistere uno stato sovrano ed indipendente composto di altri stati sovrani ed indipendenti. Delle due o l’una o l’altra: o un’unione federale con i suoi enti statali che riconoscono l’autoritá federata o un’associazione di stati (confederazione) dove sono gli stati come tali ad essere il vero centro.

In questo quadro, risulta abbastanza chiaro l’empasse. Gli stati europei vedono la diffusioni di movimenti nazionali indipendentisti e si contrappongono fortemente ad una logica federale ed ad un’ulteriore cessione di sovranità considerandola, correttamente da un punto di vista teorico, un’aberrazione del modello statale. Questo comporta un allontanamento da una logica di progressiva integrazione politica e di democratizzazione dell’unione europea perché, chiaramente, entrambi gli elementi vanno nella direzione opposta rispetto al mantenimento di una confederazione di stati. Attualmente l’interesse maggiore degli stati membri, invece, risulta spesso quello di partecipare ai lavori del Consiglio, votare e creare le alleanze migliori per ottenere, possibilmente, il miglior risultato possibile per il proprio paese. Finché ció viene fatto rispetto a normative che risultano comunque “comunitarie”, questo puó essere anche accettabile. Quando invece, si cerchi di fare pressione sulle istituzioni europee, con metodi piú o meno rispettabili, e di ottenere risultati e condizioni di particolare favore per il proprio paese, i risultati sono sconcertanti e allontanano completamente il progetto europeo da una logica comune e la si fa invece diventare una unione di interessi.

Queste considerazioni devono essere valutate anche considerando che le dimensioni economiche e sociali dei paesi membri sono molto diverse. Ció comporta che nel momento in cui si avvallino delle pratiche per cui alcuni interessi sono negoziabili, i paesi con queste dimensioni maggiori riescano ad essere ancora piú determinanti da un punto di vista politico.

Se dovessimo inserire in questo scenario la richiesta di indipendenza della Catalogna, ci rendiamo conto che di fatto per il progetto europeo le istanze (nazionaliste) regionaliste potrebbero essere, paradossalmente, una vera speranza. Questo perché, se da un lato vi sono paesi membri che riescono ad imporsi a livello politico nei tavoli europei, ció non succederebbe per regioni il cui peso è un decimo  di quello dei paesi originari. La loro dimensione li porterebbe, al contrario, a dipendere dalle scelte delle istituzioni europee e a partecipare maggiormente a scelte politiche condivise.

Tutto ció si ricollega alla considerazione iniziale. Ora che Puigdemont è a Bruxelles, e lí rimarrá ancora per un po’, il problema della questione catalana diventa, volente o nolente, un problema europeo nonostante fino ad ora le istituzioni dell’unione se ne siano ampiamente lavate le mani. Tutto ció, considerando anche il fatto che la dottrina Prodi, la base interpretativa da cui si fa dipendere la conseguenza dell’uscita della nuova entitá separatista dall’unione in conseguenza della dichiarazione di indipendenza, sia fortemente in discussione, fa intendere che la partita sia tutt’altro che chiusa.

La tematica di una nuova costruzione federale europea, a questo punto, dovrebbe passare per un ripensamento delle entitá di secondo livello, gli stati membri (a quel punto gli stati federati) che dimostrano, ormai, il peso degli anni e di non essere più efficaci in un contesto come quello attuale. Da un lato, infatti, non riescono a rappresentare in modo vincente gli interessi degli enti territoriali piú piccoli, come le regioni, che si sentono a loro volta soggiogate da un potere che non vedono piú necessario. Da un punto di vista comunitario, invece, non ricoprono un ruolo fondamentale che non possa essere svolto in modo altrettanto, se non addirittura più efficace, da un governo centrale europeo. Gli stati nazionali stanno vivendo la loro fase discendente. Dopo 200 e più anni, la globalizzazione ha evidenziato i loro limiti ed ha dimostrato che, ad oggi, costituiscano un modello superato. Come direbbe il buon Nietzsche, lo stato nazione è morto.