E’ quella di Sergio Romano, diplomatico, storico, giornalista molto conosciuto. Vicentino di nascita e cosmopolita di formazione, sostiene l’idea di una Europa solidale e pacifista sul modello svizzero. A Vicenza presenta oggi il suo recente libro    su Donald Trump                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                      

Sergio Romano è uno dei più noti e stimati analisti di politica internazionale. E’  cosmopolita per formazione e percorso professionale ed è difficile accostarlo ad una specifica città, compresa la nostra dove è nato nel 1929. Ha lasciato Vicenza giovanissimo per Genova, dove il padre aveva trovato lavoro in un’industria dolciaria. Nelle sue memorie ricorda quei primissimi anni, l’origine friulana della famiglia, il matrimonio dei genitori, la morte prematura della madre, la sepoltura a Pegli di fronte al mare (Memorie di un conservatore, Longanesi 2002).

Si trasferisce poi col padre a Milano, frequenta il liceo Beccaria e si iscrive a Giurisprudenza, ma la passione per il cinema ed il teatro lo spinge a dedicarsi parallelamente al giornalismo. Nel ’48 è prima a Parigi, poi a Londra ed invia corrispondenze a giornali italiani e alla radio, senza trascurare la sezione italiana della BBC. L’anno successivo è a Vienna, quindi a Berlino nel mezzo della zona sovietica e respira l’aria della guerra fredda, sorprendendosi nel vedere una popolazione spensierata e gaudente. Nel ’52, dopo essersi laureato, si concede un soggiorno in  America in pieno maccartismo, sfruttando una generosa fellowship offertagli dall’Università di Chicago.

L’anno che gli cambia la vita è il ’54. Entra in carriera diplomatica dopo aver vinto il relativo concorso, lavora a Palazzo Chigi alla direzione per gli affari economici e dopo un anno viene inviato ad Innsbruck a fare apprendistato come vice console. Il Tirolo viveva allora in una specie di bolla d’aria e si considerava una piccola patria alla pari dell’Ulster e della Corsica. Non amava gli italiani nemmeno 10 anni dopo l’accordo De Gasperi – Gruber, che aveva riconosciuto una privilegiata forma di autonomia, ma considerava stranieri anche i bavaresi e perfino i viennesi.

Nel ’58 viene destinato a Londra. Qui rimane fino al ’64 e ha la fortuna di assistere da vicino ai grandi cambiamenti di un Paese, che cominciava a dismettere il suo clichè conservatore per assumere nuovi stili di vita, vestirsi in modo diverso ed infrangere regole morali, che duravano dall’età vittoriana. In campo politico, vede accelerarsi la decolonizzazione e incrinarsi i rapporti con i fratelli americani a seguito della crisi di Suez, che porta alla fine del dominio anglo francese nel delicato scacchiere medio orientale.

E’ ambasciatore a Mosca nel 1985, quando Gorbaciov inaugura un nuovo corso politico all’insegna della perestrojka (riforme) e della glasnost (trasparenza). Personalmente non crede che l’Urss possa rinnovarsi in questo modo, pur continuando a svolgere correttamente la sua missione diplomatica, ma tanto basta perché De Mita allora Presidente del Consiglio italiano lo sfiduci, invitandolo a lasciare l’incarico a favore di uno minore presso l’Unesco. Per non contraddirsi, preferisce lasciare la carriera diplomatica e ritornare alla sua originaria vocazione giornalistica, nella quale trasfonde la grande esperienza internazionale accanto ad una non comune cultura umanistica.

E’ la seconda grande svolta nella sua vita. Scrive libri, saggi, articoli e diventa popolare subentrando ad Indro Montanelli nella corrispondenza con i lettori del Corriere della Sera. Tratta continuamente i temi europei, seguendo la cronaca e mantenendo la convinzione che per avere un futuro gli Stati debbano federarsi. Scrive che le lotte fratricide per dominare il continente hanno favorito l’affermazione di potenze esterne come gli Usa e l’Unione sovietica, che hanno esercitato una influenza eccessiva comprimendo le libertà europee. La fine della guerra fredda e l’avvento del multipolarismo avevano creato il terreno favorevole per acquisire maggiore autonomia, ma lo hanno impedito nazionalismi anacronistici come quelli del Regno Unito, della Francia, della Polonia, che ancor oggi fanno da sponda ora all’una ora all’altra parte e sono poco disponibili all’ integrazione politica. Per questa non bisogna guardare nemmeno tanto lontano, perché il modello svizzero si adatta bene alle nostre esigenze. Non è accentrato come quello Usa, è il risultato di un buon equilibrio fra gli storici Cantoni ed ha  protetto le popolazioni dai sanguinosi conflitti del ‘900. A metà ‘800 la Svizzera ha ridefinito e consolidato le relazioni interne trasformando l’antica confederazione in federazione ed ha proclamato la propria neutralità, essendo troppo debole per affrontare prove di forza con i confinanti.  E’ la stessa condizione nella quale si trova oggi l’Europa nei confronti delle grandi potenze e dei nuovi protagonisti della scena mondiale in campo economico, politico, militare.

Questo non significa che l’Europa non debba avere un proprio sistema di difesa. Ma non può essere quello dell’immediato dopoguerra, fondato sulla Nato in funzione antisovietica e pilotato dagli Usa. Oggi siamo in una condizione tutta diversa ed è ora di rivedere i vecchi protocolli, compresi quelli relativi all’Italia. Quando durante il Governo Prodi cominciò a profilarsi il raddoppio del Dal Molin, Sergio Romano si spese contro l’operazione e aggiunse che il caso vicentino era l’occasione per mettere in discussione tutte le basi americane nel territorio nazionale.

Si ricordò di essere in qualche misura vicentino in una seconda occasione, qualche anno dopo. Il 5 marzo 2011 accettò di venire a Vicenza per le celebrazioni 150° anniversario dell’ Unità d’Italia e in un affollatissimo ridotto del teatro comunale tenne una relazione sui  rischi delle divisioni in ambito sia nazionale che europeo. Alla fine si rese disponibile a qualche domanda e a chi gli chiedeva cosa pensasse delle primavere arabe e cosa l’Occidente dovesse fare per sostenerle, rispose che era una crisi interna al mondo islamico, doveva avere i suoi tempi di maturazione e l’Occidente non doveva intromettersi. Il 19 marzo Sarkozy mandava i suoi caccia a bombardare Gheddafi.

(Oggi Sergio Romano è a Vicenza per presentare il suo recente “Trump e la fine dell’american dream” – Palazzo Bonin Longare, Corso Palladio 13 – ore 18)