I quattro pilastri dell’unificazione europea dovrebbero essere, in quest’ordine: unione monetaria, unione bancaria, unione fiscale e infine (“no taxation without representation”) unione politica. Voi potrete dire che sarebbe stato più razionale fare il contrario, perché vi sfido a trovare una moneta senza stato; eppure, così è stato, ed è inutile piangere sul latte versato. Per noi federalisti è importante capire a che punto siamo nel processo di unificazione.

Controllando le vostre tasche o il vostro portafogli potrete essere sicuri che abbiamo già raggiunto l’unione monetaria. L’unione bancaria, invece, è più difficile da verificare, ma vi posso dare una mano io. Innanzitutto, il tema era emerso negli anni ’90, assieme all’Euro, ma era stato archiviato dopo le resistenze di qualche stato che pretendeva di mantenere il controllo sul settore bancario. Nei primi anni 2000, alcune fusioni hanno creato gruppi bancari che superavano i confini nazionali. Così, l’argomento è tornato nel dibattito parlamentare (mai, ahimè, nei salotti della D’Urso), e il Fondo Monetario Internazionale ha spinto affinché si creasse una politica unica europea. Così, nel 2004 si crea la Committee of European Banking Supervisors (CEBS), che aveva un potere simile a quello di Lady Ashton e della povera Federica Mogherini. Sostanzialmente si occupava di proporre misure che facessero convergere i settori bancari europei. Di fatto, come avrete già capito, i risultati sono stati zero (direttamente proporzionali al potere che aveva). La CEBS, però, è stata sostituita dalla European Banking Authority (EBA) nel 2011, che ha anche la responsabilità di sostituire le istituzioni nazionali se falliscono nel regolare il proprio settore bancario. Ora, l’EBA controlla la salute dei nostri istituti di credito, sottoponendoli a regolari stress test. In questa maniera sono emerse molte irregolarità, e si stanno veramente appianando le differenze nei settori bancari europei.

Con l’acuirsi della crisi del 2008, divenne evidente che era necessario procedere con l’unione bancaria. Lagarde e Draghi si espressero in modo favorevole rispetto a un sistema europeo di supervisione e a un meccanismo di risoluzione bancaria. Così, nel 2012 venne creato il SSM (“Single Supervisory Mechanism”), ossia un’istituzione di controllo unica per tutte le banche del nostro continente. Il primo gennaio 2016 è entrato in vigore il secondo meccanismo che era stato discusso e approvato nel 2012, cioè l’SRM (“Single Resolution Mechanism”), di cui fanno parte i paesi dell’Eurozona. Ora, le banche saranno controllate e gestite da un’entità europea in caso di problemi. Il terzo e ultimo pilastro dell’unione bancaria è l’assicurazione europea sui depositi, EDIS (“European Deposit Insurance Scheme”), che toglierebbe agli stati anche la responsabilità dei depositi bancari. L’EDIS è stata proposto recentemente dalla Commissione, ed è ora in fase di discussione.

Insomma, sembra che siamo vicini al completamento dell’unione bancaria. Non temete se non vi siete accorti di nulla finora: è perfettamente normale. Mentre l’unione monetaria ha avuto un riscontro immediato e concreto sulla popolazione, l’unione bancaria non avrà effetti evidenti (se non in casi di forte crisi). Tuttavia, è necessario che i settori bancari convergano veramente. L’allineamento delle politiche bancarie non può venire solo da Bruxelles, ma dovrebbe coinvolgere anche gli stati membri. Alcuni lo stanno facendo attivamente, altri invece si fanno trasportare dalla corrente. Il Belgio, ad esempio, ha reso obbligatori un aumento di capitale in caso le banche vogliano cimentarsi in operazioni particolarmente rischiose e la creazione di una commissione interna che vigili sulla solidità dell’istituto e sui rischi che si prende. In caso ci dovessero essere parametri fuori norma, le banche vengono duramente punite e sorvegliate dal governo belga. L’idea, insomma, è che al posto del governo belga ci debba essere il governo europeo. Questo tipo di riforme facilitano enormemente l’adozione delle misure di controllo europee, perciò è bene che tutti gli stati si adoperino in questo senso.

Tuttavia, volerlo o non volerlo, siamo ormai in una strada con un’unica direzione: il completamento dell’unione bancaria. Non so dirvi quanto manchi ai successivi due passi, ma sicuramente siamo più vicini all’unione politica di quanto non fossimo prima dell’inizio della crisi. Jean Monnet ha dimostrato di aver ragione per l’ennesima volta: il processo di unificazione procede spedito dopo e durante una crisi. Vedremo cosa succederà fra un paio di mesi, quando inizieranno a vedersi gli effetti delle nostre politiche adottate per fronteggiare l’emergenza migranti. A mio parere, faremo un altro passetto avanti.