Sergio Fabbrini è uno studioso molto vicino al pensiero federalista. Ma nel suo ultimo libro sostiene una tesi che è difficile condividere

Il fallimento del G7 di Taormina e la politica isolazionista di Donald Trump stanno portando acqua al mulino dell’Unione europea. I suoi maggiori leader dopo essere stati inascoltati e perfino maltrattati dai modi cafoneschi del Presidente americano, stanno adesso studiando contromisure che potrebbero rilanciarne la causa. Potremmo a breve venire a conoscenza di nuove proposte, ma per il momento la più accreditata sostiene che l’Unione debba ricompattarsi attorno ad un ristretto nucleo di Paesi per un ben precisato numero di obiettivi, lasciando gli altri liberi di decidere il loro destino. E’ la tesi del nostro Movimento ed anche quella del nostro attuale Presidente del Consiglio che al momento del suo insediamento l’ha rilanciata, auspicando un’Europa a cerchi concentrici con un ruolo propulsivo da parte dei Paesi fondatori ed in particolare di Italia, Francia Germania. L’ha ribadita i primi di marzo in un incontro parigino, cui si è accodata la Spagna, nell’imminenza di un Consiglio europeo dove contava di trovare attenzione. Lo stesso indirizzo è stato espresso dalla Signora Merkel, che nei medesimi giorni ha parlato genericamente di integrazione differenziata, prima che Draghi la invitasse a precisare che l’integrità dell’eurozona era comunque fuori discussione.

Cerchi concentrici e integrazione differenziata non sono gli unici termini in uso. Viene spesso impiegato anche quello dell’Europa a più velocità, quando si vuol mettere l’accento sulla diversa tempistica a disposizione dei singoli Paesi per raggiungere obiettivi comunque condivisi. Recentemente ne è comparso un altro, dal titolo di un argomentato libro di Sergio Fabbrini (Sdoppiamento – Laterza, 2017), accademico ben conosciuto in campo internazionale ed anche dai federalisti italiani che lo hanno invitato all’Ufficio del dibattito tenutosi a Firenze lo scorso ottobre. In questo testo riprende analisi precedenti, per concludere che le diversità in Europa sono talmente accentuate da rendere opportune due separate organizzazioni istituzionali. Una di tipo federale, basata su un accordo di rango costituzionale e riservata ai Paesi che intendono perseguire l’obiettivo di una unione sempre più stretta; un’altra, basata su un accordo intergovernativo per i Paesi interessati soltanto ad una cooperazione di tipo economico. L’una e l’altra dovrebbero poi trovare i termini per intrattenere le necessarie relazioni sul piano politico, condividendo il mercato unico e dando per scontata la  fedeltà alla Nato.

E’ la versione più radicale dei percorsi di integrazione. Non più tempi diversi  per obiettivi condivisi, ma spacchettamento istituzionale dell’Unione come è venuta costruendosi nei decenni. Tradotto in termini geopolitici, significa che i Paesi dell’est devono uscire e darsi una loro separata organizzazione, che del resto esiste già in nuce tra gli aderenti agli accordi di Visegrad; che il Regno Unito deve completare il suo percorso della Brexit; che i Paesi dell’eurozona devono impegnarsi a costruire una unione federale originale e compatibile con la  storia europea. Un simile processo di decostruzione e ricostruzione richiede una profonda rivisitazione dei Trattati, che l’Europa non ha la forza di compiere. Lo si è visto dalla reazione dei Paesi dell’est, che alla sola ipotesi di inserire le velocità differenziate nella dichiarazione finale del Consiglio di Roma del 25 marzo scorso hanno fatto muro, ottenendo in sostituzione uno  sfumatissimo accenno alla opportunità di procedere per quanto possibile di pari passo verso gli obiettivi prefissati. Ancor più significativa è stata la incapacità dei Paesi dell’eurozona di imporre una formulazione più incisiva, a sua volta rivelatrice delle profonde divisioni esistenti al loro interno.

Tutti i principali nodi del progetto europeo riguardano infatti i 19 Paesi con la moneta unica. Senza voler compilarne l’elenco, è sufficiente ricordare la federalizzazione del debito, la emissione di euro project bond per lo sviluppo, la garanzia unica bancaria, argomenti che hanno visto la persistente opposizione della Germania e reso scoperto il suo obiettivo di egemonia nazionale assieme alla sua scarsa propensione alla solidarietà.

Per contro i contrasti con i Paesi dell’est riguardano fondamentalmente l’immigrazione, avversata da un nazionalismo ancora troppo acceso per cedere quote di sovranità. Ma sono soltanto 5 Paesi che valgono il 15% dell’intera Unione in termini sia di popolazione che di reddito, una volta uscito il Regno Unito. Vale la pena mettere in moto la mastodontica macchina dei Trattati per una così esigua frazione della problematica europea?

Per le questioni sul tappeto, tanto nell’eurozona che fuori di essa, esistono già gli strumenti del caso e sono stati ben individuati dal rapporto Bresso – Brock,  recentemente approvato dal Parlamento europeo. Vi sono previste ampie possibilità di riforma senza metter mano ai Trattati, come il superamento dell’unanimità, l’accorpamento della Commissione e del Consiglio in un unico esecutivo, la trasformazione del Consiglio in una seconda Camera parlamentare. Risultati certo difficili da raggiungere, che mettono tuttavia in rilievo come tutti i nodi debbano essere sciolti con intese politiche e la modellistica istituzionale sia solo una conseguenza di queste.

 Diversa velocità, integrazione differenziata, cerchi concentrici sono varianti di una medesima corrente di pensiero, che punta alla costruzione della casa europea per fasi progressive. All’euro si è arrivati per questa via, come pure a Schengen. Ma lo sdoppiamento appartiene ad un’altra categoria, che non convince nonostante Fabbrini l’abbia ribadita in un suo recente articolo (L’Europa e il sussulto dell’ordine globale – IlSole24Ore, 4 giugno 2017). Non sembra proprio il caso di mettersi a spacchettare quel po’ di integrazione che è stata costruita e che potrebbe essere provvidenzialmente rilanciata dal nuovo corso della politica americana.